Un uomo di parole – John Ashbery

John Ashbery

 

Il suo caso suscita interesse
ma scarsa simpatia; è più piccolo
di quanto non sembrasse a prima vista. Che contributo
dà la prima ortica se ciò che cresce
diventa uno sketch? Tre lati conchiusi,
il quarto aperto all’erosione delle intemperie,
uscite ed entrate, gesti intesi in modo teatrale
a interrompere ripetutamente come malerbe piegate su se stesse
mentre il giardino si satura di neve?
Ah, ma si sarebbe trattato di un altro, ben altro
spettacolo, non del sapore metallico
che ho in bocca mentre distolgo lo sguardo, densità nera come polvere infume
negli angoli in cui continua lo scrivere d’erba,
Rosarossa in luoghi inusitati come la pressione
di dita su un libro chiuso di scatto all’improvviso.

Quelle intricate versioni del vero vengono
sbrogliate, i ringhiosi grovigli estirpati
e sparpagliati. Dietro la maschera
permane una comprensione continentale
del bello, che s’appalesa di rado e quando lo fa già
muore sulle ali del vento che l’ha portato sulla soglia
della parola. Racconto consunto dal raccontare.
Tutti i diari s’assomigliano, limpidi e gelidi, con
la prospettiva di un gelo interminabile. Vengono collocati
in orizzontale, paralleli alla terra,
come i morti che non ci intralciano. Giusto il tempo di rileggere
e il passato ti scivola tra le dita, augurandosi che tu sia con lui.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

A man of words

His case inspires interest
But little sympathy; it is smaller
Than at first appeared. Does the first nettle
Make any difference as what grows
Becomes a skit? Three sides enclosed,
The fourth open to a wash of the weather,
Exits and entrances, gestures theatrically meant
To punctuate like doubled-over weeds as
The garden fills up with snow?
Ah, but this would have been another, quite other
Entertainment, not the metallic taste
In my mouth as I look away, density black as gunpowder
In the angles where the grass writing goes on,
Rose-red in unexpected places like the pressure
Of fingers on a book suddenly snapped shut.

Those tangled versions of the truth are
Combed out, the snarls ripped out
And spread around. Behind the mask
Is still a continental appreciation
Of what is fine, rarely appears and when it does is already
Dying on the breeze that brought it to the threshold
Of speech. The story worn out from telling.
All diaries are alike, clear and cold, with
The outlook for continued cold. They are placed
Horizontal, parallel to the earth,
Like the unencumbering dead. Just time to reread this
And the past slips through your fingers, wishing you were there.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Come uno buttato ubriaco sul battello postale – John Ashbery

John Ashbery

 

Ho tentato tutto, poco era immortale e libero.
Altrove è come stessimo in un luogo dove il sole
scende sfarinato, un po’ per volta,
ad aspettare che qualcuno venga. Volano parole aspre,
mentre il sole tinge in giallo il verde dell’acero…

Tutto qui, ma ermeticamente
ho avvertito il sommuoversi di un fiato nuovo nelle pagine
che tutto inverno hanno esalato l’odore di un vecchio catalogo.
Nuovi periodi si accendevano. Ma l’estate
era inoltrata, non ancora oltre il mezzo del cammino
ma piena e buia della promessa di quella pienezza,
di quel momento in cui non ci si può più sviare
e perfino i meno attenti ammutoliscono
per contemplare ciò che è pronto ad accadere.

Uno sguardo di specchio ti arresta
e tu passi oltre scosso: ero io il percepito?
Mi hanno notato, stavolta, così come sono,
o tutto è ancora rimandato? I bimbi
ancora intenti ai giochi, nuvole che salgono con agile
impazienza nel cielo pomeridiano, per dissiparsi
quando scende il limpido, denso crepuscolo.
Solo in quel colpo di clacson
là in fondo, per un attimo, ho pensato
che l’insigne evento formale stesse iniziando, orchestrato,
i colori addensati in uno sguardo, ballata
che abbraccia il mondo intero, adesso, ma con dolcezza,
ancora con dolcezza, ma con ampia autorità e tatto.

La prevalenza di quei fiocchi grigi che cadono?
È pulviscolo di sole. Hai dormito al sole
più della sfinge, ma non ne sai più di prima.
Entra. Ho pensato che un’ombra tagliasse la soglia
ma era soltanto lei venuta a chiedere ancora una volta
se intendevo entrare, e in caso contrario di prendermela calma.
La lucentezza della notte s’insedia. Una luna dal pallore cistercense
ha scalato la vetta del firmamento, vi si è installata,
socia adesso nell’affare del buio.
E un sospiro sale da ogni minuscola cosa terrena,
da libri, carte, vecchie giarrettiere, dai bottoni di sottomaglie e mutandoni
riposti in una scatola di cartone bianco chissà dove, e tutte le versioni
inferiori di città rase al suolo dalla livella della notte.
L’estate troppo esige, troppo prende,
ma la notte, schiva, reticente, dona più di ciò che sottrae.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

As one put drunk into the packet-boat

I tried each thing, only some were immortal and free.
Elsewhere we are as sitting in a place where sunlight
Filters down, a little at a time,
Waiting for someone to come. Harsh words are spoken,
As the sun yellows the green of the maple tree…

So this was all, but obscurely
I felt the stirrings of new breath in the pages
Which all winter long had smelled like an old catalogue.
New sentences were starting up. But the summer
Was well along, not yet past the mid-point
But full and dark with the promise of that fullness,
That time when one can no longer wander away
And even the least attentive fall silent
To watch the thing that is prepared to happen.

A look of glass stops you
And you walk on shaken: was I the perceived?
Did they notice me, this time, as I am,
Or is it postponed again? The children
Still at their games, clouds that arise with a swift
Impatience in the afternoon sky, then dissipate
As limpid, dense twilight comes.
Only in that tooting of a horn
Down there, for a moment, I thought
The great, formal affair was beginning, orchestrated,
Its colors concentrated in a glance, a ballade
That takes in the whole world, now, but lightly,
Still lightly, but with wide authority and tact.

The prevalence of those gray flakes falling?
They are sun motes. You have slept in the sun
Longer than the sphinx, and are none the wiser for it.
Come in. And I thought a shadow fell across the door
But it was only her come to ask once more
If I was coming in, and not to hurry in case I wasn’t.

The night sheen takes over. A moon of cistercian pallor
Has climbed to the center of heaven, installed,
Finally involved with the business of darkness.
And a sigh heaves from all the small things on earth,
The books, the papers, the old garters and union-suit buttons
Kept in a white cardboard box somewhere, and all the lower
Versions of cities flattened under the equalizing night.
The summer demands and takes away too much,
But night, the reserved, the reticent, gives more than it takes.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972