Autoritratto entro uno specchio convesso – John Ashbery

John Ashbery

 

Come lo fece Parmigianino, la mano destra
più grande della testa, protesa verso lo spettatore
mentre con naturalezza sfugge, come a proteggere
ciò che sfoggia. Qualche vetro piombato, travi antiche,
pelliccia, mussola pieghettata, un anello di corallo confluiscono
in un movimento che sostiene il volto, che fluttua
avvicinandosi e allontanandosi come la mano
tranne che è a riposo. È quel che è
sequestrato. Vasari dice: “Francesco un giorno si mise
a ritrarre se stesso, guardandosi
in uno specchio da barbieri, di que’ mezzo tondi…
Laonde fatta fare una palla di legno
al tornio, e quella divisa per farla mezza tonda e
di grandezza simile allo specchio, in quella si mise
con grande arte a contraffare tutto quello che vedeva nello specchio,”
essenzialmente il proprio riflesso, di cui il ritratto
è il riflesso di secondo grado.
Lo specchio scelse di riflettere solo ciò che egli vedeva
e che bastava al suo scopo: la sua immagine
vetrificata, imbalsamata, proiettata a un angolo di 180 gradi.
L’ora del giorno o la densità della luce
adesa al volto lo mantiene
vivido e intatto in un’onda reiterata
d’arrivo. L’anima instaura se stessa.
Ma fin dove può fluttuare lontano attraverso gli occhi
e ancora tornare sana e salva al proprio nido? Essendo
la superficie dello specchio convessa, la distanza aumenterà
considerevolmente; vale a dire quanto basta per asserire
che l’anima è un prigioniero, trattato in modo umano, tenuto
sospeso, incapace di incedere molto oltre
il tuo sguardo che intercetta il dipinto.
Papa Clemente e la sua corte ne furono “stupefatti”,
secondo Vasari, e promisero una commissione
che non si concretizzò mai. L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.
Ma in quello sguardo c’è un misto
di tenerezza, divertimento e rimpianto, tanto possente
nel suo autocontrollo, che non lo si può guardare a lungo.
Il segreto è troppo ovvio. La pena che ci suscita brucia,
fa sgorgare lacrime ardenti: che l’anima non è un’anima,
non ha segreti, è piccola, e colma
il proprio vuoto alla perfezione: la sua stanza, il nostro istante d’attenzione.
Quella è la melodia, ma senza parola alcuna.
Le parole sono solo speculazioni
(dal latino speculum, specchio):
cercano senza poterlo trovare il senso della musica.
Vediamo solo gli atteggiamenti del sogno,
cavalcando il movimento che sventaglia il volto
nel campo visivo sotto cieli serali, senza alcuna
falsa scompaginazione come prova d’autenticità.
Ma la vita è inglobata.
Piacerebbe protendere la mano
fuori dal globo, ma la sua dimensione,
ciò che la sostiene, non lo concede.
Senza alcun dubbio è questo, non il riflesso
a nascondere qualcosa, a far sì che la mano si profili immensa
nel ritrarsi appena. Non c’è modo
di erigerla piana come una sezione di muro:
deve unirsi al segmento di un cerchio,
errando a ritroso verso il corpo di cui pare
parte tanto inverosimile, per recingere e puntellare il viso
su cui lo sforzo di questa condizione suscita l’impressione
di una punta di spillo di sorriso, scintilla
o stella che non si è sicuri d’aver visto
al reinsediarsi del buio. Una luce perversa il cui
imperativo di sottigliezza condanna ab ovo il proprio
tropo dell’illuminare: senza importanza ma voluto.
Francesco, la tua mano è grande abbastanza
da sfasciare la sfera, e troppo grande,
verrebbe da pensare, per tessere delicate trame
che solo parlano in favore di una sua detenzione ulteriore.
(Grande, ma non rozza, solo su un’altra scala,
come una balena assopita sul fondo del mare
rispetto alla minuscola, boriosa nave
in superficie). Ma i tuoi occhi proclamano
che tutto è superficie. La superficie è ciò che c’è,
e nulla può esistere se non ciò che c’è.
Non ci sono recessi nella stanza, solo alcove,
e la finestra importa poco, o quella
scheggia di finestra o specchio sulla destra, nemmeno
come misura del clima, che in francese è
le temps, la parola che sta per tempo, e che
segue un corso i cui cambiamenti sono meri
aspetti dell’insieme. L’insieme è stabile
nell’instabilità, una sfera come la nostra appoggiata
a un piedestallo di vuoto, una pallina da ping-pong
ben salda sul suo getto d’acqua.
E proprio come non ci sono parole per la superficie, cioè,
nessuna parola per dire ciò che è in realtà, che non è
superficiale ma nucleo manifesto, così non c’è
via d’uscita dal dilemma pathos contro esperienza.
Tu continuerai a rimanere, caparbio, sereno nel
tuo gesto che non è abbraccio né monito
ma che comprende qualcosa d’entrambi nella pura
affermazione che non afferma niente.

Il palloncino scoppia, l’attenzione
neghittosamente si distoglie. Nubi
nella pozzanghera si rimestano in frantumi dentati.
Penso agli amici
venuti a trovarmi, a quel che ieri
è stato. Un peculiare taglio obliquo
del ricordo che irrompe a disturbare il modello sognante
nel silenzio dello studio mentre pensa
se sollevare la matita all’autoritratto.
Quante persone sono venute e sono rimaste per un certo tempo
a proferire parole di luce o tenebra che sono divenute parte di te
come luce oltre nebbie e sabbie sommosse dai venti,
e da queste filtrate e influenzate, finché non resta
alcuna parte che sia con certezza te. Quelle voci al crepuscolo
ti hanno detto tutto ma ancora la favola continua
sotto forma di ricordi sedimentati in glomi
irregolari di cristallo. Di chi è la mano ricurva,
Francesco, che controlla l’alternarsi delle stagioni e i pensieri
che desquamano e volano via a mozzafiato
come le ultime foglie caparbie strappate
dai rami bagnati? Vi vedo solo il caos
del tuo specchio tondo che dispone tutto
attorno alla stella polare dei tuoi occhi che sono vuoti,
non sanno niente, sognano senza rivelare niente.
Sento che la giostra si mette in moto lenta
e accelera sempre più: scrivania, carte, libri,
foto di amici, la finestra e gli alberi
che si fondono in una fascia neutra che mi avvolge
da ogni lato, ovunque guardi.
E non so spiegare l’atto del livellare,
perché dovrebbe tutto ridursi a una
sostanza piana, un magma di interni.
Il mio Virgilio in queste faccende è il tuo sé,
incrollabile, obliquo, che accetta ogni cosa con lo stesso
sorriso spettrale, e mentre il tempo accelera e subito si fa
molto più tardi, io posso solo conoscere la via d’uscita più diretta,
la distanza tra di noi. Tanto tempo fa
le prove sparse qui e là volevano dire qualcosa,
gli accidenti e i piaceri di poco conto
del giorno che sgraziato andava per la sua strada,
casalinga che sbriga le faccende. Impossibile adesso
ripristinare quelle proprietà nell’argento sfocato che è
il verbale di ciò che hai realizzato lì seduto
“con grande arte a contrafare tutto quello che vedevi nello specchio”
giungendo a perfezionarti e a tagliar fuori l’impertinente
per sempre. Nel circolo dei tuoi intendimenti certe dispute
permangono a perpetuare l’incanto del sé verso se stesso:
sguardi dritti negli occhi, mussola, corallo. Non importa
perché son cose ferme al proprio oggi
prima che l’ombra di qualcuno sconfinasse mai
fuori dal campo nei pensieri del domani.

Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato,
desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio
a cedere alle leggi della prospettiva
che dopo tutto sono tali solo per la profonda diffidenza
del pittore, uno strumento inadeguato per quanto
indispensabile. Certo, alcune cose
sono possibili, lo sa, ma non sa
quali. Un giorno tenteremo
di farne quante più siano possibili
e forse riusciremo a compierne una manciata,
ma ciò non avrà niente
a che fare con quel che viene promesso oggi, con il nostro
paesaggio che sfreccia via da noi fino a scomparire
all’orizzonte. Oggi un esiguo rivestimento splende
per mantenere compatta la congettura delle promesse
in un unico elemento di superficie, lasciando che si rientri
tortuosamente a casa essendocene distaccati in modo che
queste anche più robuste potenzialità possano restare
intatte anche senza essere collaudate. Di fatto
la membrana esterna di questa camera a bolle è dura
come uova di rettile; tutto vi è “programmato”
a tempo debito: sempre più cose entrano a farne parte
senza contribuire all’insieme, e proprio come ci si
abitua a un rumore che
ci teneva svegli ma adesso non più,
così la stanza contiene questo flusso come una clessidra
senza variare in clima né proprietà
(tranne forse nel rischiararsi in modo tetro e quasi
invisibile, focalizzandosi acuminata sulla morte – ma ne
diremo meglio). Quello che dovrebbe essere il vuoto assoluto di un sogno
si colma di continuo mentre si spilla la fonte
dei sogni in modo che questo specifico sogno
possa espandersi, sbocciare come una rosa centifolia
aggirando le norme suntuarie, concedendoci
il risveglio e il tentativo di cominciare a vivere in quello
che ormai si è trasformato in ghetto. Sydney Freedberg nel suo
Parmigianino a tale proposito afferma: “Il realismo in questo ritratto
non consegue più una verità oggettiva, ma una bizzarria
Comunque sia, tale distorsione non produce
una sensazione di disarmonia… Le forme mantengono
una misura forte di bellezza ideale,” perché
nutrite dai nostri sogni, del tutto irrilevanti fin quando un giorno
non notiamo il buco che hanno lasciato. Adesso la loro importanza,
se non il loro significato, è palese. Dovevano nutrire
un sogno che le comprende tutte, mentre infine
vengono rovesciate nello specchio che le assomma.
Parevano arcane perché in verità non sapevamo vederle.
E ce ne rendiamo conto solo nel punto in cui trascorrono
come un’onda che si frange su uno scoglio, esalando
la propria forma con un gesto che esprime quella forma.
Le forme mantengono una misura forte di bellezza ideale
poiché in segreto si nutrono della nostra idea di distorsione.
Perché essere scontenti di tale sistemazione, dato che
i sogni ci protraggono mentre vengono assorbiti?
Qualcosa di simile al vivere ha luogo, una transizione
dal sogno alla sua codifica.

Mentre comincio a scordarmene,
ripresenta il suo stereotipo
ma si tratta di uno stereotipo inconsueto, il volto
all’àncora, scaturito dai rischi, che di lì a poco
altri ne avrebbe abbordati: “piuttosto angelo che uomo” (Vasari).
Forse un angelo ha le sembianze di tutto
ciò che abbiamo scordato, intendo dire di cose
scordate che non paiono familiari quando
ci imbattiamo di nuovo in esse, perdute indicibilmente,
seppur nostre, una volta. Tale sarebbe il senso
di invadere l’intimità di quest’uomo che
“si dilettava d’alchimia, ma il cui intento
qui non era esaminare le finezze dell’arte
con spirito scientifico, distaccato: grazie ad essa intendeva
procurare un senso di novità e stupore allo spettatore”
(Freedberg). Ritratti più tardi come il Ritratto virile
degli Uffizi, il Pianerlotto della Galleria Borghese e
l’Antea di Capodimonte emergono da tensioni
manieriste, ma qui, come Freedberg sottolinea,
la sorpresa, la tensione si trovano nella concezione
piuttosto che nella sua realizzazione.
La consonanza del Rinascimento maturo
è presente, seppure distorta dallo specchio.
Di inusitato c’è l’estrema cura nella resa
delle velleità della superficie riflettente sferica
(è il primo ritratto allo specchio),
tanto che per un attimo ci si potrebbe ingannare
prima di rendersi conto che il riflesso
non è il proprio. Ci si sente allora come
un personaggio di Hoffmann, privato
della propria immagine riflessa, tranne che la mia interezza
la si vede soppiantata dalla severa
alterità del pittore nella sua
altra stanza. L’abbiamo sorpreso
all’opera, ma no, è lui che ci ha sorpresi
mentre è all’opera. Il quadro è quasi finito,
la sorpresa quasi sopita, come quando si guarda fuori,
sbigottiti da una nevicata che proprio in quel momento
si esaurisce in particelle e scintille di neve.
È successo mentre eravate al chiuso, addormentati,
e non c’è alcun motivo per cui sareste dovuti
restare svegli, se non che il giorno
sta per finire e sarà dura per voi
riuscire a dormire stanotte, per lo meno fin tardi.

L’ombra della città inietta il proprio
bisogno incalzante: Roma, in cui Francesco
era all’opera durante il Sacco: le sue invenzioni
strabiliarono i soldati che gli erano piombati in casa;
decisero di risparmiargli la vita, ma lui se ne andò poco dopo;
Vienna è dove il dipinto sta oggi, dove
l’ho visto con Pierre nell’estate del 1959; New York
è dove sto io adesso, città che è logaritmo
di altre città. Il nostro paesaggio
brulica di filiazioni, di andirivieni;
gli affari si fanno sulla base di aspetto, gestualità,
sentito dire. È un’altra vita per la città,
il retro dello specchio nello
studio non identificato ma disegnato con esattezza. Vuole
prosciugare la vita dallo studio, sminuire
a una serie di messe in scena il suo spazio mappato, isolarlo.
Quell’azione è stata per il momento posta in stallo
ma c’è del nuovo che avanza, una ricercatezza inusitata
nel vento. Riesci a sopportarla,
Francesco? Sei forte quanto basta?
Questo vento porta ciò che non conosce, si
propelle da sé, cieco, non ha idea alcuna
di sé. È inerzia che una volta
accettata drena linfa da ogni attività, pubblica o segreta:
sussurri del vento che non si possono capire
ma che si sentono, un brivido di freddo, un influsso malefico
che si sposta verso il largo lungo i capi e le penisole
delle tue nervature e poi continua verso arcipelaghi,
fino al riserbo beato e arioso del mare aperto.
Questo è il lato negativo. Il suo lato positivo sta
nel farti notare la vita e le tensioni
che avevano solo dato l’impressione di sparire, ma che ora,
con l’incalzare di questo nuovo stile, si vedono
affrettarsi a diventare démodé. Se destinate a divenire classici
devono decidere da che parte stare.
La loro reticenza ha minato
il paesaggio urbano, ne ha svelato le ambiguità
come deliberate e stantie, giochi di un vecchio.
Adesso ci vuole questo improbabile
sfidante che bussa con forza alle porte di un castello
stupefatto. Il tuo ragionamento, Francesco,
aveva cominciato a diventare raffermo dato che nessuna risposta
né risposte erano imminenti. Se ora si dissipa
in polvere, significa solo che ha fatto il suo tempo
già tempo fa, ma adesso guarda e stai a sentire:
può darsi che un’altra vita sia in giacenza
in recessi ignoti a chiunque; che essa,
non noi, costituisca il cambiamento; che noi siamo di fatto essa
se fossimo in grado di ritrovarla, di rivivere alcune
sue fattezze, di rivolgere il volto al globo che tramonta
e tuttavia uscirne sani e salvi:
nervi nella norma, respiro nella norma. Dato che è una metafora
costruita per includerci, noi ne facciamo parte e
possiamo abitarla, e infatti così è stato,
lasciando però le nostre menti nude e crude in vista di interrogatori
che ora capiamo non avranno luogo a casaccio
ma in un modo ordinato che non intende minacciare
nessuno – il modo normale di fare le cose,
come l’accrescersi concentrico dei giorni
intorno a una vita: com’è giusto che sia, se ci pensate bene.

Un venticello simile al voltar pagina
restituisce il tuo volto: l’attimo
stacca un boccone enorme dalla caligine
dell’affabile intuizione a cui segue.
Quel bloccare entro un sistema è “la morte in persona”,
come Berg ha detto di un brano della Nona di Mahler;
oppure, per citare Imogene nel Cimbelino: “Non può
esservi nella morte tormento più straziante,” poiché,
anche se mera esercitazione o tattica, porta in sé
l’impeto di un convincimento che era andato formandosi.
Il puro oblio non può cancellarlo
né il desiderarlo può farlo tornare, fintanto che resta
il bianco precipitato del proprio sogno
nel clima di sospiri stesi su tutto il nostro mondo,
panno su una gabbia di uccelli. Ma è certo che
ciò che è bello lo sembra solo in relazione a una specifica
vita, vissuta o meno, convogliata in una forma
pervasa della nostalgia di un passato collettivo.
La luce oggi affonda con un entusiasmo
che ho conosciuto altrove, e ho capito perché
sembrava carica di significato: altri s’erano sentiti così
anni fa. Continuo a interrogare
questo specchio che non è più mio
per quel tanto di lacuna fortificante di cui consta
stavolta la mia porzione. E il vaso è sempre pieno
perché lo spazio è ovviamente limitato
e ospita tutto. Il campione
visibile non deve essere preso
solo come tale, ma come ogni cosa dato che
lo si può immaginare fuori dal tempo – non come gesto
ma come tutto, allo stadio raffinato, assimilabile.
Ma di cosa è la veranda questo universo
nel suo virare dentro e fuori, avanti e indietro,
rifiutandosi di cingerci eppure restando l’unica
cosa che riusciamo a vedere? L’amore un tempo
faceva pendere l’ago della bilancia ma adesso è offuscato, invisibile,
seppure misteriosamente presente, chissà dove.
Ma noi sappiamo che non può venire schiacciato
tra due istanti adiacenti, che i suoi meandri
non portano da nessuna parte se non a ulteriori tributari
che a loro volta confluiscono in una vaga
percezione di un’entità che non sarà mai conoscibile
per quanto paia probabile che ciascuno di noi
sappia di cosa si tratti e sia in grado di
comunicarlo agli altri. Ma l’aspetto
che taluni indossano come fosse un manifesto fa venire voglia
di tirare dritto ignorando l’apparente
naïveté della manovra, fregandosene
se non c’è nessuno che ascolta, dato che la luce
è stata accesa una volta per tutte nei loro occhi
ed è presente, indenne, stabile anomalia,
vigile e muta. A prima vista
non sembra esistano particolari motivi perché quella luce
debba essere focalizzata dall’amore, né perché
la città che crolla con i suoi bei quartieri ricchi
in uno spazio sempre meno limpido, meno definito,
vada letta come sostegno del suo stesso progresso,
il cavalletto da pittore su cui si è dispiegata la tragedia,
così fino al proprio appagamento e fino alla fine
del nostro sognare, come non avevamo mai immaginato
sarebbe finito, nella luce esangue del giorno con la promessa
dipinta che trapela come un pegno, un legame.
Questa vaga, sempre indefinibile luce del giorno è
il segreto del luogo in cui ha luogo
e noi non possiamo più tornare alle svariate
dichiarazioni contrastanti raccolte, vuoti di memoria
dei testimoni più importanti. Sappiamo solo
di essere arrivati un po’ troppo presto, che
oggi sfoggia quella peculiare, lapidaria
odiernità che il sole fedelmente
riproduce proiettando ramoscelli d’ombra su marciapiedi
spensierati. Nessun giorno precedente sarebbe potuto essere come questo.
Una volta credevo che s’assomigliassero tutti,
che il presente avesse per chiunque lo stesso aspetto
ma tale fraintendimento defluisce via poiché
ci si sta sempre sollevando come cresta d’onda nel proprio presente.
Eppure il paglierino spazio “poetico”
del lungo corridoio che riconduce al dipinto,
il suo contrario che s’offusca – si tratta
di un figmento d’“arte”, che non va immaginato
reale e, tanto meno, fuori dal comune? Non ha anch’esso il suo covo
nel presente da cui noi stiamo sempre evadendo
per poi ricascarci, mentre la ruota idraulica dei giorni
prosegue sulla sua rotta tranquilla, addirittura serena?
Credo stia cercando di dire che è oggi
e che noi dobbiamo uscirne proprio mentre il pubblico
passa di lena nel museo adesso, in modo da
esserne fuori prima della chiusura. Lì non ci si può vivere.
Lo smalto grigio del passato attacca ogni know-how:
segreti di velatura e finitura che c’era voluta una vita
a imparare vengono ridotti allo stato di
figure in bianco e nero in un libro in cui le tavole a colori
sono rare. Vale a dire, tutto il tempo
si riduce a un tempo senza peculiarità. Nessuno
fa allusione alla trasformazione; il farlo potrebbe
comportare il richiamare l’attenzione su se stessi
il che incrementerebbe il terrore di non uscire
prima di aver visto la collezione completa
(escluse le sculture nel seminterrato,
che stanno dove si meritano di stare).
Il nostro tempo si vela, compromesso
dalla volontà di resistere del ritratto. Accenna
alla nostra, che speravamo di tenere nascosta.
Non ci servono dipinti né
poesia burlesca scritta da poeti maturi quando
l’esplosione è così esatta, così elegante.
Ma ha almeno un senso riconoscere
l’esistenza di tutto ciò? Davvero
esiste? Certo l’agio per
crogiolarsi in passatempi statuari, no,
non più. L’oggi non ha margini, l’evento giunge
rigurgitante dei propri contorni, fatto della stessa materia,
indistinguibile. Il “gioco” è altro,
esiste, in una società organizzata
proprio come dimostrazione di se stessa.
Non c’è altra via, e i coglionazzi
capaci di imbrogliare tutto con i loro giochi allo specchio
che paiono moltiplicare montepremi e possibilità o
per lo meno imbrogliare i problemi per mezzo di un’aura
che conferisce poteri e che potrebbe corrodere l’architettura
del tutto in una caligine di scherno soppresso,
non c’entrano niente. Sono fuori dal gioco,
che non esiste fin quando loro non ne escono.
Si ha l’impressione di un universo tremendamente ostile
ma come il principio di ogni cosa individuale è
ostile a – ed esiste a spese di – tutte le altre
come i filosofi hanno spesso sottolineato, per lo meno
questa cosa, il muto presente indiviso,
gode di giustificazione logica, che
in questo caso non è cattiva cosa,
o non lo sarebbe se il modo in cui la si espone
non si intromettesse, sfigurando il risultato finale
nella caricatura di se stesso. Va sempre
così, come nel gioco in cui
una frase sussurrata fatta girare per la stanza
finisce per trasformarsi in tutt’altro.
È il principio che rende le opere d’arte così dissimili
dalle intenzioni dell’artista. Spesso s’accorge
di avere omesso proprio la cosa per cui aveva deciso
di parlare. Sedotto da fiori,
espliciti piaceri, incolpa se stesso (anche se
dentro di sé è soddisfatto del risultato), illudendosi
di aver avuto voce in capitolo e di avere esercitato
una scelta di cui era praticamente inconsapevole,
ignaro del fatto che la necessità aggira decisioni del genere
in modo da creare qualcosa di nuovo
di per sé, che non esiste alcun altro modo,
che la storia della creazione procede secondo
leggi rigorose, e che le cose vengono
in effetti compiute in questo modo, ma mai le cose
che ci eravamo proposti di fare e che spasmodicamente volevamo
vedere prendere vita. Parmigianino
deve essersene reso conto mentre era all’opera in questa
sfida che impedisce di vivere. Si è forzati a leggere
la realizzazione assolutamente plausibile di un intento
nella serena, forse addirittura delicata (ma talmente
enigmatica) rifinitura. Esiste altro
da prendere sul serio al di fuori di questa alterità
che viene inclusa nelle più comuni
forme delle faccende quotidiane, e che così cambia tutto
in modo appena percettibile e profondo, e ci strappa dalle mani il problema
della creazione, di qualsiasi creazione, non solo della creazione artistica,
per collocarla su una vetta mostruosa,
vicina, troppo vicina per poterla ignorare, troppo lontana
per poterci fare qualcosa? Questa alterità, questo
“non essere noi” è tutto ciò che c’è da osservare
nello specchio, anche se nessuno sa dire
in che modo sia diventata tale. Una nave
che batte una bandiera sconosciuta è entrata in porto.
Stai permettendo che faccende estranee
scompaginino il tuo giorno, appannino il fulcro
della sfera di cristallo. La sua scena va alla deriva
come vapore disperso nel vento. Le fertili
associazioni di pensiero che finora si creavano
a volontà non compaiono più, o solo di rado. Le loro
colorazioni sono meno sgargianti, sbiadite
dalle piogge e dai venti autunnali, sciupate, infangate,
e ti vengono restituite perché del tutto prive di valore.
Eppure siamo creature talmente abitudinarie che le loro
implicazioni ci restano accanto en permanence, a imbrogliare
le questioni. Prendere sul serio solo il sesso
è forse un modo, ma le sabbie sibilano
approssimandosi all’orlo dell’immenso scivolo
che scende in ciò che è successo. Questo passato
adesso è qui: il volto riflesso
del pittore, su cui indugiamo, che capta
sogni e ispirazioni su una frequenza
libera, ma le tonalità si sono fatte metalliche,
le curve e i bordi non sono più sfarzosi. Ognuno
ha una sua teoria fondante che spieghi l’universo
ma che non lo fa comunque fino in fondo
e alla fine è ciò che è fuori della persona
che importa, a lei e specialmente a noi,
a cui nessuno s’è sognato di dare una mano
nel decodificare il nostro quoziente a dimensione d’uomo e dobbiamo affidarci
a conoscenze di seconda mano. Eppure so
che il gusto di nessun altro fornirà
alcun aiuto, quindi tanto vale lasciarlo perdere.
Un tempo sembrava così perfetto – lucentezza sulla bella
pelle lentigginosa, labbra umettate come stessero per schiudersi
a proferire parole, e l’aria familiare
di abiti e mobili di cui ci si dimentica.
Questo sarebbe potuto essere il nostro paradiso: esotico
rifugio in un mondo spossato, ma non era
destino, perché non sarebbe mai potuto essere il punto
della questione. Scimmiottare naturalezza potrebbe costituire il primo passo
per conseguire calma interiore
ma è il primo passo soltanto, e sovente
resta un cenno di benvenuto pietrificato, inciso
nell’aria che si materializza alle sue spalle,
una convenzione. E noi davvero non abbiamo
tempo da perdere per queste, se non quando le usiamo
per accendere un fuoco. Prima si bruciano
e meglio è per i ruoli che dobbiamo interpretare.
Perciò ti imploro, ritira quella mano,
non porgerla più in segno di saluto o come scudo,
lo scudo di un saluto, Francesco:
c’è posto per un solo proiettile nella camera di scoppio:
il nostro guardare dal capo sbagliato
del telescopio mentre tu arretri a una velocità
superiore a quella della luce fino ad appiattirti
tra gli elementi della stanza, invito
mai spedito, la sindrome “è stato tutto
un sogno”, per quanto “tutto” spieghi chiaro
e tondo che non lo è stato. La sua esistenza
è stata reale, seppure tormentata, e la pena
di questo sogno a occhi aperti non potrà mai soffocare
lo schema ancora disegnato sul vento,
scelto e destinato a me, materializzatosi
nella radiosità ingannevole della mia stanza.
Abbiamo visto la città; è il gibboso
occhio riflesso di un insetto. Ogni cosa accade
sul suo balcone e viene ricapitolata al suo interno,
ma l’azione è il freddo flusso sciropposo
di una sfilata in maschera. Ci si sente troppo limitati,
setacciando in cerca di prove la luce di aprile,
nella pura immobilità della serenità del suo
parametro. La mano non regge alcun gesso
e ogni parte dell’insieme si deteriora
e non può sapere di aver saputo, se non
qui e là, in gelidi recessi
di rimembranza, sussurri fuori dal tempo.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

Self-Portrait in a Convex Mirror

As Parmigianino did it, the right hand
Bigger than the head, thrust at the viewer
And swerving easily away, as though to protect
What it advertises. A few leaded panes, old beams,
Fur, pleated muslin, a coral ring run together
In a movement supporting the face, which swims
Toward and away like the hand
Except that it is in repose. It is what is
Sequestered. Vasari says, “Francesco one day set himself
To take his own portrait, looking at himself for that purpose
In a convex mirror, such as is used by barbers…
He accordingly caused a ball of wood to be made
By a turner, and having divided it in half and
Brought it to the size of the mirror, he set himself
With great art to copy all that he saw in the glass,”
Chiefly his reflection, of which the portrait
Is the reflection once removed.
The glass chose to reflect only what he saw
Which was enough for his purpose: his image
Glazed, embalmed, projected at a 180-degree angle.
The time of day or the density of the light
Adhering to the face keeps it
Lively and intact in a recurring wave
Of arrival. The soul establishes itself.
But how far can it swim out through the eyes
And still return safely to its nest? The surface
Of the mirror being convex, the distance increases
Significantly; that is, enough to make the point
That the soul is a captive, treated humanely, kept
In suspension, unable to advance much farther
Than your look as it intercepts the picture.
Pope Clement and his court were “stupefied”
By it, according to Vasari, and promised a commission
That never materialized. The soul has to stay where it is,
Even though restless, hearing raindrops at the pane,
The sighing of autumn leaves thrashed by the wind,
Longing to be free, outside, but it must stay
Posing in this place. It must move
As little as possible. This is what the portrait says.
But there is in that gaze a combination
Of tenderness, amusement and regret, so powerful
In its restraint that one cannot look for long.
The secret is too plain. The pity of it smarts,
Makes hot tears spurt: that the soul is not a soul,
Has no secret, is small, and it fits
Its hollow perfectly: its room, our moment of attention.
That is the tune but there are no words.
The words are only speculation
(From the Latin speculum, mirror):
They seek and cannot find the meaning of the music.
We see only postures of the dream,
Riders of the motion that swings the face
Into view under evening skies, with no
False disarray as proof of authenticity.
But it is life englobed.
One would like to stick one’s hand
Out of the globe, but its dimension,
What carries it, will not allow it.
No doubt it is this, not the reflex
To hide something, which makes the hand loom large
As it retreats slightly. There is no way
To build it flat like a section of wall:
It must join the segment of a circle,
Roving back to the body of which it seems
So unlikely a part, to fence in and shore up the face
On which the effort of this condition reads
Like a pinpoint of a smile, a spark
Or star one is not sure of having seen
As darkness resumes. A perverse light whose
Imperative of subtlety dooms in advance its
Conceit to light up: unimportant but meant.
Francesco, your hand is big enough
To wreck the sphere, and too big,
One would think, to weave delicate meshes
That only argue its further detention.
(Big, but not coarse, merely on another scale,
Like a dozing whale on the sea bottom
In relation to the tiny, self-important ship
On the surface.) But your eyes proclaim
That everything is surface. The surface is what’s there
And nothing can exist except what’s there.
There are no recesses in the room, only alcoves,
And the window doesn’t matter much, or that
Sliver of window or mirror on the right, even
As a gauge of the weather, which in French is
Le temps, the word for time, and which
Follows a course wherein changes are merely
Features of the whole. The whole is stable within
Instability, a globe like ours, resting
On a pedestal of vacuum, a ping-pong ball
Secure on its jet of water.
And just as there are no words for the surface, that is,
No words to say what it really is, that it is not
Superficial but a visible core, then there is
No way out of the problem of pathos vs. experience.
You will stay on, restive, serene in
Your gesture which is neither embrace nor warning
But which holds something of both in pure
Affirmation that doesn’t affirm anything.

The balloon pops, the attention
Turns dully away. Clouds
In the puddle stir up into sawtoothed fragments.
I think of the friends
Who came to see me, of what yesterday
Was like. A peculiar slant
Of memory that intrudes on the dreaming model
In the silence of the studio as he considers
Lifting the pencil to the self-portrait.
How many people came and stayed a certain time,
Uttered light or dark speech that became part of you
Like light behind windblown fog and sand,
Filtered and influenced by it, until no part
Remains that is surely you. Those voices in the dusk
Have told you all and still the tale goes on
In the form of memories deposited in irregular
Clumps of crystals. Whose curved hand controls,
Francesco, the turning seasons and the thoughts
That peel off and fly away at breathless speeds
Like the last stubborn leaves ripped
From wet branches? I see in this only the chaos
Of your round mirror which organizes everything
Around the polestar of your eyes which are empty,
Know nothing, dream but reveal nothing.
I feel the carousel starting slowly
And going faster and faster: desk, papers, books,
Photographs of friends, the window and the trees
Merging in one neutral band that surrounds
Me on all sides, everywhere I look.
And I cannot explain the action of leveling,
Why it should all boil down to one
Uniform substance, a magma of interiors.
My guide in these matters is your self,
Firm, oblique, accepting everything with the same
Wraith of a smile, and as time speeds up so that it is soon
Much later, I can know only the straight way out,
The distance between us. Long ago
The strewn evidence meant something,
The small accidents and pleasures
Of the day as it moved gracelessly on,
A housewife doing chores. Impossible now
To restore those properties in the silver blur that is
The record of what you accomplished by sitting down
“With great art to copy all that you saw in the glass”
So as to perfect and rule out the extraneous
Forever. In the circle of your intentions certain spars
Remain that perpetuate the enchantment of self with self:
Eyebeams, muslin, coral. It doesn’t matter
Because these are things as they are today
Before one’s shadow ever grew
Out of the field into thoughts of tomorrow.

Tomorrow is easy, but today is uncharted,
Desolate, reluctant as any landscape
To yield what are laws of perspective
After all only to the painter’s deep
Mistrust, a weak instrument though
Necessary. Of course some things
Are possible, it knows, but it doesn’t know
Which ones. Some day we will try
To do as many things as are possible
And perhaps we shall succeed at a handful
Of them, but this will not have anything
To do with what is promised today, our
Landscape sweeping out from us to disappear
On the horizon. Today enough of a cover burnishes
To keep the supposition of promises together
In one piece of surface, letting one ramble
Back home from them so that these
Even stronger possibilities can remain
Whole without being tested. Actually
The skin of the bubble-chamber’s as tough as
Reptile eggs; everything gets “programmed” there
In due course: more keeps getting included
Without adding to the sum, and just as one
Gets accustomed to a noise that
Kept one awake but now no longer does,
So the room contains this flow like an hourglass
Without varying in climate or quality
(Except perhaps to brighten bleakly and almost
Invisibly, in a focus sharpening toward death—more
Of this later). What should be the vacuum of a dream
Becomes continually replete as the source of dreams
Is being tapped so that this one dream
May wax, flourish like a cabbage rose,
Defying sumptuary laws, leaving us
To awake and try to begin living in what
Has now become a slum. Sydney Freedberg in his
Parmigianino says of it: “Realism in this portrait
No longer produces an objective truth, but a bizarria
However its distortion does not create
A feeling of disharmony… The forms retain
A strong measure of ideal beauty,” because
Fed by our dreams, so inconsequential until one day
We notice the hole they left. Now their importance
If not their meaning is plain. They were to nourish
A dream which includes them all, as they are
Finally reversed in the accumulating mirror.
They seemed strange because we couldn’t actually see them.
And we realize this only at a point where they lapse
Like a wave breaking on a rock, giving up
Its shape in a gesture which expresses that shape.
The forms retain a strong measure of ideal beauty
As they forage in secret on our idea of distortion.
Why be unhappy with this arrangement, since
Dreams prolong us as they are absorbed?
Something like living occurs, a movement
Out of the dream into its codification.

As I start to forget it
It presents its stereotype again
But it is an unfamiliar stereotype, the face
Riding at anchor, issued from hazards, soon
To accost others, “rather angel than man” (Vasari).
Perhaps an angel looks like everything
We have forgotten, I mean forgotten
Things that don’t seem familiar when
We meet them again, lost beyond telling,
Which were ours once. This would be the point
Of invading the privacy of this man who
“Dabbled in alchemy, but whose wish
Here was not to examine the subtleties of art
In a detached, scientific spirit: he wished through them
To impart the sense of novelty and amazement to the spectator”
(Freedberg). Later portraits such as the Uffizi
“Gentleman,” the Borghese “Young Prelate” and
The Naples “Antea” issue from Mannerist
Tensions, but here, as Freedberg points out,
The surprise, the tension are in the concept
Rather than its realization.
The consonance of the High Renaissance
Is present, though distorted by the mirror.
What is novel is the extreme care in rendering
The velleities of the rounded reflecting surface
(It is the first mirror portrait),
So that you could be fooled for a moment
Before you realize the reflection
Isn’t yours. You feel then like one of those
Hoffmann characters who have been deprived
Of a reflection, except that the whole of me
Is seen to be supplanted by the strict
Otherness of the painter in his
Other room. We have surprised him
At work, but no, he has surprised us
As he works. The picture is almost finished,
The surprise almost over, as when one looks out,
Startled by a snowfall which even now is
Ending in specks and sparkles of snow.
It happened while you were inside, asleep,
And there is no reason why you should have
Been awake for it, except that the day
Is ending and it will be hard for you
To get to sleep tonight, at least until late.

The shadow of the city injects its own
Urgency: Rome where Francesco
Was at work during the Sack: his inventions
Amazed the soldiers who burst in on him;
They decided to spare his life, but he left soon after;
Vienna where the painting is today, where
I saw it with Pierre in the summer of 1959; New York
Where I am now, which is a logarithm
Of other cities. Our landscape
Is alive with filiations, shuttlings;
Business is carried on by look, gesture,
Hearsay. It is another life to the city,
The backing of the looking glass of the
Unidentified but precisely sketched studio. It wants
To siphon off the life of the studio, deflate
Its mapped space to enactments, island it.
That operation has been temporarily stalled
But something new is on the way, a new preciosity
In the wind. Can you stand it,
Francesco? Are you strong enough for it?
This wind brings what it knows not, is
Self-propelled, blind, has no notion
Of itself. It is inertia that once
Acknowledged saps all activity, secret or public:
Whispers of the word that can’t be understood
But can be felt, a chill, a blight
Moving outward along the capes and peninsulas
Of your nervures and so to the archipelagoes
And to the bathed, aired secrecy of the open sea.
This is its negative side. Its positive side is
Making you notice life and the stresses
That only seemed to go away, but now,
As this new mode questions, are seen to be
Hastening out of style. If they are to become classics
They must decide which side they are on.
Their reticence has undermined
The urban scenery, made its ambiguities
Look willful and tired, the games of an old man.
What we need now is this unlikely
Challenger pounding on the gates of an amazed
Castle. Your argument, Francesco,
Had begun to grow stale as no answer
Or answers were forthcoming. If it dissolves now
Into dust, that only means its time had come
Some time ago, but look now, and listen:
It may be that another life is stocked there
In recesses no one knew of; that it,
Not we, are the change; that we are in fact it
If we could get back to it, relive some of the way
It looked, turn our faces to the globe as it sets
And still be coming out all right:
Nerves normal, breath normal. Since it is a metaphor
Made to include us, we are a part of it and
Can live in it as in fact we have done,
Only leaving our minds bare for questioning
We now see will not take place at random
But in an orderly way that means to menace
Nobody—the normal way things are done,
Like the concentric growing up of days
Around a life: correctly, if you think about it.

A breeze like the turning of a page
Brings back your face: the moment
Takes such a big bite out of the haze
Of pleasant intuition it comes after.
The locking into place is “death itself,”
As Berg said of a phrase in Mahler’s Ninth;
Or, to quote Imogen in Cymbeline, “There cannot
Be a pinch in death more sharp than this,” for,
Though only exercise or tactic, it carries
The momentum of a conviction that had been building.
Mere forgetfulness cannot remove it
Nor wishing bring it back, as long as it remains
The white precipitate of its dream
In the climate of sighs flung across our world,
A cloth over a birdcage. But it is certain that
What is beautiful seems so only in relation to a specific
Life, experienced or not, channeled into some form
Steeped in the nostalgia of a collective past.
The light sinks today with an enthusiasm
I have known elsewhere, and known why
It seemed meaningful, that others felt this way
Years ago. I go on consulting
This mirror that is no longer mine
For as much brisk vacancy as is to be
My portion this time. And the vase is always full
Because there is only just so much room
And it accommodates everything. The sample
One sees is not to be taken as
Merely that, but as everything as it
May be imagined outside time—not as a gesture
But as all, in the refined, assimilable state.
But what is this universe the porch of
As it veers in and out, back and forth,
Refusing to surround us and still the only
Thing we can see? Love once
Tipped the scales but now is shadowed, invisible,
Though mysteriously present, around somewhere.
But we know it cannot be sandwiched
Between two adjacent moments, that its windings
Lead nowhere except to further tributaries
And that these empty themselves into a vague
Sense of something that can never be known
Even though it seems likely that each of us
Knows what it is and is capable of
Communicating it to the other. But the look
Some wear as a sign makes one want to
Push forward ignoring the apparent
Naïveté of the attempt, not caring
That no one is listening, since the light
Has been lit once and for all in their eyes
And is present, unimpaired, a permanent anomaly,
Awake and silent. On the surface of it
There seems no special reason why that light
Should be focused by love, or why
The city falling with its beautiful suburbs
Into space always less clear, less defined,
Should read as the support of its progress,
The easel upon which the drama unfolded
To its own satisfaction and to the end
Of our dreaming, as we had never imagined
It would end, in worn daylight with the painted
Promise showing through as a gage, a bond.
This nondescript, never-to-be defined daytime is
The secret of where it takes place
And we can no longer return to the various
Conflicting statements gathered, lapses of memory
Of the principal witnesses. All we know
Is that we are a little early, that
Today has that special, lapidary
Todayness that the sunlight reproduces
Faithfully in casting twig-shadows on blithe
Sidewalks. No previous day would have been like this.
I used to think they were all alike,
That the present always looked the same to everybody
But this confusion drains away as one
Is always cresting into one’s present.
Yet the “poetic,” straw-colored space
Of the long corridor that leads back to the painting,
Its darkening opposite—is this
Some figment of “art,” not to be imagined
As real, let alone special? Hasn’t it too its lair
In the present we are always escaping from
And falling back into, as the waterwheel of days
Pursues its uneventful, even serene course?
I think it is trying to say it is today
And we must get out of it even as the public
Is pushing through the museum now so as to
Be out by closing time. You can’t live there.
The gray glaze of the past attacks all know-how:
Secrets of wash and finish that took a lifetime
To learn and are reduced to the status of
Black-and-white illustrations in a book where colorplates
Are rare. That is, all time
Reduces to no special time. No one
Alludes to the change; to do so might
Involve calling attention to oneself
Which would augment the dread of not getting out
Before having seen the whole collection
(Except for the sculptures in the basement:
They are where they belong).
Our time gets to be veiled, compromised
By the portrait’s will to endure. It hints at
Our own, which we were hoping to keep hidden.
We don’t need paintings or
Doggerel written by mature poets when
The explosion is so precise, so fine.
Is there any point even in acknowledging
The existence of all that? Does it
Exist? Certainly the leisure to
Indulge stately pastimes doesn’t,
Any more. Today has no margins, the event arrives
Flush with its edges, is of the same substance,
Indistinguishable. “Play” is something else;
It exists, in a society specifically
Organized as a demonstration of itself.
There is no other way, and those assholes
Who would confuse everything with their mirror games
Which seem to multiply stakes and possibilities, or
At least confuse issues by means of an investing
Aura that would corrode the architecture
Of the whole in a haze of suppressed mockery,
Are beside the point. They are out of the game,
Which doesn’t exist until they are out of it.
It seems like a very hostile universe
But as the principle of each individual thing is
Hostile to, exists at the expense of all the others
As philosophers have often pointed out, at least
This thing, the mute, undivided present,
Has the justification of logic, which
In this instance isn’t a bad thing
Or wouldn’t be, if the way of telling
Didn’t somehow intrude, twisting the end result
Into a caricature of itself. This always
Happens, as in the game where
A whispered phrase passed around the room
Ends up as something completely different.
It is the principle that makes works of art so unlike
What the artist intended. Often he finds
He has omitted the thing he started out to say
In the first place. Seduced by flowers,
Explicit pleasures, he blames himself (though
Secretly satisfied with the result), imagining
He had a say in the matter and exercised
An option of which he was hardly conscious,
Unaware that necessity circumvents such resolutions
So as to create something new
For itself, that there is no other way,
That the history of creation proceeds according to
Stringent laws, and that things
Do get done in this way, but never the things
We set out to accomplish and wanted so desperately
To see come into being. Parmigianino
Must have realized this as he worked at his
Life-obstructing task. One is forced to read
The perfectly plausible accomplishment of a purpose
Into the smooth, perhaps even bland (but so
Enigmatic) finish. Is there anything
To be serious about beyond this otherness
That gets included in the most ordinary
Forms of daily activity, changing everything
Slightly and profoundly, and tearing the matter
Of creation, any creation, not just artistic creation
Out of our hands, to install it on some monstrous, near
Peak, too close to ignore, too far
For one to intervene? This otherness, this
“Not-being-us” is all there is to look at
In the mirror, though no one can say
How it came to be this way. A ship
Flying unknown colors has entered the harbor.
You are allowing extraneous matters
To break up your day, cloud the focus
Of the crystal ball. Its scene drifts away
Like vapor scattered on the wind. The fertile
Thought-associations that until now came
So easily, appear no more, or rarely. Their
Colorings are less intense, washed out
By autumn rains and winds, spoiled, muddied,
Given back to you because they are worthless.
Yet we are such creatures of habit that their
Implications are still around en permanence, confusing
Issues. To be serious only about sex
Is perhaps one way, but the sands are hissing
As they approach the beginning of the big slide
Into what happened. This past
Is now here: the painter’s
Reflected face, in which we linger, receiving
Dreams and inspirations on an unassigned
Frequency, but the hues have turned metallic,
The curves and edges are not so rich. Each person
Has one big theory to explain the universe
But it doesn’t tell the whole story
And in the end it is what is outside him
That matters, to him and especially to us
Who have been given no help whatever
In decoding our own man-size quotient and must rely
On second-hand knowledge. Yet I know
That no one else’s taste is going to be
Any help, and might as well be ignored.
Once it seemed so perfect—gloss on the fine
Freckled skin, lips moistened as though about to part
Releasing speech, and the familiar look
Of clothes and furniture that one forgets.
This could have been our paradise: exotic
Refuge within an exhausted world, but that wasn’t
In the cards, because it couldn’t have been
The point. Aping naturalness may be the first step
Toward achieving an inner calm
But it is the first step only, and often
Remains a frozen gesture of welcome etched
On the air materializing behind it,
A convention. And we have really
No time for these, except to use them
For kindling. The sooner they are burnt up
The better for the roles we have to play.
Therefore I beseech you, withdraw that hand,
Offer it no longer as shield or greeting,
The shield of a greeting, Francesco:
There is room for one bullet in the chamber:
Our looking through the wrong end
Of the telescope as you fall back at a speed
Faster than that of light to flatten ultimately
Among the features of the room, an invitation
Never mailed, the “it was all a dream”
Syndrome, though the “all” tells tersely
Enough how it wasn’t. Its existence
Was real, though troubled, and the ache
Of this waking dream can never drown out
The diagram still sketched on the wind,
Chosen, meant for me and materialized
In the disguising radiance of my room.
We have seen the city; it is the gibbous
Mirrored eye of an insect. All things happen
On its balcony and are resumed within,
But the action is the cold, syrupy flow
Of a pageant. One feels too confined,
Sifting the April sunlight for clues,
In the mere stillness of the ease of its
Parameter. The hand holds no chalk
And each part of the whole falls off
And cannot know it knew, except
Here and there, in cold pockets
Of remembrance, whispers out of time.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Paura della morte – John Ashbery

Peter Marlow, Kingswear Castle, Devon, England, 1998

 

Cos’è che ho adesso
ed è come sono diventato?
Non esiste uno stato libero dalle linee di confine
del prima e del dopo? La finestra è aperta oggi

e l’aria vi si riversa con note di piano
tra le gonne, come a dire: “Guarda, John,
ti ho portato questi e quest’altri” – vale a dire
alcuni Beethoven, qualche Brahms,

alcune note del miglior Poulenc… Sì,
è di nuovo libera, l’aria, deve continuare a ripetersi
perché altro non sa fare.
Voglio stare con lei per la paura

che mi trattiene dal salire certe scale,
dal bussare a certe porte, la paura di diventare vecchio
in solitudine, e di non trovare nessuno nella sera alla fine
del sentiero tranne un altro me stesso

che accenna col capo un brusco saluto: “Be’, ce n’hai messo di tempo,
ma adesso siamo insieme di nuovo, questo conta.”
Aria sul mio cammino, questo lo potresti abbreviare,
ma il vento s’è spento, e il silenzio è l’ultima parola.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

Fear of death

What is it now with me
And is it as I have become?
Is there no state free from the boundary lines
Of before and after? The window is open today

And the air pours in with piano notes
In its skirts, as though to say, “Look, John,
I’ve brought these and these”—that is,
A few Beethovens, some Brahmses,

A few choice Poulenc notes… Yes,
It is being free again, the air, it has to keep coming back
Because that’s all it’s good for.
I want to stay with it out of fear

That keeps me from walking up certain steps,
Knocking at certain doors, fear of growing old
Alone, and of finding no one at the evening end
Of the path except another myself

Nodding a curt greeting: “Well, you’ve been awhile
But now we’re back together, which is what counts.”
Air in my path, you could shorten this,
But the breeze has dropped, and silence is the last word.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Sheherazade – John Ashbery

Foto di Roberto Nespola

 

Non sorretta dall’enigma della ragione
l’acqua si raccoglie in bacini quadrati di pietra.
La terra è arida. Sotto si muove
l’acqua. Pesci abitano i pozzi. Le foglie,
d’un verde in apprensione, sono sgorbiate sulla luce. Il cattivo
convolvolo e l’ambrosia infestante chissà come si scordano di prosperare qui.
Un guardaroba inesauribile è stato messo a disposizione
di ogni nuova evenienza. Può essere se stesso adesso.
Il giorno è quasi riluttante a declinare
e rallentando schiude nuovi viali
che non usurpano lo spazio ma abitano qui con noi.
Altri sogni andavano e venivano mentre il banco nuvoloso
di verbi e aggettivi multicolori si ritraeva dalla luce
per allevare nell’ombra la loro mancanza di metodo
ma sopra a tutto lei prediligeva le particelle
che trasformavano oggetti della stessa categoria
in cose individuali, ciascuna distinta
da, ed entro, la propria classe.
In tutto questo germogliare non c’era indizio
di marea, solo un piacevole ondeggiare dell’aria
in cui tutte le cose parevano presenti, fossero
appena trascorse o prossime a venire. Tutto era invito.

Così tanto i fiori si stagliavano lungo i vicoli
della notte quando pochi erano visibili, eppure
il loro racconto era più rumoroso del ronzio
d’insetto e battere di bastone che facevano procedere la retroguardia,
trainandolo in un nuovo fatto del giorno.
Dovevano esser letti come un qualsiasi
discorso introduttivo prima di passare ai fatti,
ma loro restarono sulle barricate, e tanta
fu la loro ostinazione nell’integrarsi al resto
(come lunghi lampi di uccelli bianchi che rifiutano di morire
al morir del giorno) che nessuno conosceva l’ordito
che presentava questo movimento maggiore come una risoluta
digressione, una pianura che piano piano diventa monte.
Così ciascuno si trovò preso in una rete
come una moda, e ogni sforzo per districarsene
lo avviluppava di più, inesorabilmente, visto che tutto
là esisteva per essere raccontato, sparato
da confine a confine. Qui c’erano pietre
che si leggevano come chiazze di sole, c’era il racconto
dei nonni, del giovane campione vigoroso
(le battute un tempo assegnate a un altro, adesso
restituite al nuovo oratore), cene e riunioni,
la luce nella vecchia casa, il modo segreto
delle stanze di sfociare l’una nell’altra, ma tutto
era circospezione del tempo che contemplava se stesso
poiché nulla nell’intricato racconto si espandeva di fuori:
la grandiosità nell’istante del narrare restava irrisolta
finché la sua sovrabbondanza di eventi, dolore commisto a piacere,
non sbiadì nell’attimo esatto dell’esplodere
in fioritura, la sua crescita statico lamento.

Alcuni racconti sopravvissero alla dinastia dei costruttori
ma perfino la loro eco fu messa sotto chiave, divenne
un pregustare che dopotutto era mero ricordo,
perché le possibilità sono limitate. Si vede
alla fine che i buoni e i bravi sono ricompensati,
che l’ingiusto è dannato a bruciare in eterno
attorno al proprio errore, a ogni modo più triste e più saggio.
Tra questi estremi gli altri si arrabattano
come noi, insicuri ma indossando candidamente
la loro funzione di personaggi secondari che si deve
tenere a mente. Siamo noi a creare questa
giungla e a chiamarla spazio, dando nome a ogni radice,
ogni serpente, per come suona il nome
quando tinnisce ottuso contro il nostro piacere,
indifferenza che è piacere. E cosa sarebbero loro
senza un pubblico a restringere gli innumerevoli
tentativi e batoste, il cui buonumore è ripristinato mentre esce
nell’impervia aria vespertina? Così in qualche modo
anche se il calcolo non torna
l’equilibrio è ripristinato perché
è in equilibrio, sapendo di prevalere,
e l’uomo che ha commesso due volte lo stesso errore viene prosciolto.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

Scheherade

Unsupported by reason’s enigma
Water collects in squared stone catch basins.
The land is dry. Under it moves
The water. Fish live in the wells. The leaves,
A concerned green, are scrawled on the light. Bad
Bindweed and rank ragweed somehow forget to flourish here.
An inexhaustible wardrobe has been placed at the disposal
Of each new occurrence. It can be itself now.
Day is almost reluctant to decline
And slowing down opens out new avenues
That don’t infringe on space but are living here with us.
Other dreams came and left while the bank
Of colored verbs and adjectives was shrinking from the light
To nurse in shade their want of a method
But most of all she loved the particles
That transform objects of the same category
Into particular ones, each distinct
Within and apart from its own class.
In all this springing up was no hint
Of a tide, only a pleasant wavering of the air
In which all things seemed present, whether
Just past or soon to come. It was all invitation.
So much the flowers outlined along the night
Alleys when few were visible, yet
Their story sounded louder than the hum
Of bug and stick noises that brought up the rear,
Trundling it along into a new fact of day.
These were meant to be read as any
Salutation before getting down to business,
But they stuck to their guns, and so much
Was their obstinacy in keeping with the rest
(Like long flashes of white birds that refuse to die
When day does) that none knew the warp
Which presented this major movement as a firm
Digression, a plain that slowly becomes a mountain.

So each found himself caught in a net
As a fashion, and all efforts to wriggle free
Involved him further, inexorably, since all
Existed there to be told, shot through
From border to border. Here were stones
That read as patches of sunlight, there was the story
Of the grandparents, of the vigorous young champion
(The lines once given to another, now
Restored to the new speaker), dinners and assemblies,
The light in the old home, the secret way
The rooms fed into each other, but all
Was wariness of time watching itself
For nothing in the complex story grew outside:
The greatness in the moment of telling stayed unresolved
Until its wealth of incident, pain mixed with pleasure,
Faded in the precise moment of bursting
Into bloom, its growth a static lament.

Some stories survived the dynasty of the builders
But their echo was itself locked in, became
Anticipation that was only memory after all,
For the possibilities are limited. It is seen
At the end that the kind and good are rewarded,
That the unjust one is doomed to burn forever
Around his error, sadder and wiser anyway.
Between these extremes the others muddle through
Like us, uncertain but wearing artlessly
Their function of minor characters who must
Be kept in mind. It is we who make this
Jungle and call it space, naming each root,
Each serpent, for the sound of the name
As it clinks dully against our pleasure,
Indifference that is pleasure. And what would they be
Without an audience to restrict the innumerable
Passes and swipes, restored to good humor as it issues
Into the impervious evening air? So in some way
Although the arithmetic is incorrect
The balance is restored because it
Balances, knowing it prevails,
And the man who made the same mistake twice is exonerated.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Un uomo di parole – John Ashbery

John Ashbery

 

Il suo caso suscita interesse
ma scarsa simpatia; è più piccolo
di quanto non sembrasse a prima vista. Che contributo
dà la prima ortica se ciò che cresce
diventa uno sketch? Tre lati conchiusi,
il quarto aperto all’erosione delle intemperie,
uscite ed entrate, gesti intesi in modo teatrale
a interrompere ripetutamente come malerbe piegate su se stesse
mentre il giardino si satura di neve?
Ah, ma si sarebbe trattato di un altro, ben altro
spettacolo, non del sapore metallico
che ho in bocca mentre distolgo lo sguardo, densità nera come polvere infume
negli angoli in cui continua lo scrivere d’erba,
Rosarossa in luoghi inusitati come la pressione
di dita su un libro chiuso di scatto all’improvviso.

Quelle intricate versioni del vero vengono
sbrogliate, i ringhiosi grovigli estirpati
e sparpagliati. Dietro la maschera
permane una comprensione continentale
del bello, che s’appalesa di rado e quando lo fa già
muore sulle ali del vento che l’ha portato sulla soglia
della parola. Racconto consunto dal raccontare.
Tutti i diari s’assomigliano, limpidi e gelidi, con
la prospettiva di un gelo interminabile. Vengono collocati
in orizzontale, paralleli alla terra,
come i morti che non ci intralciano. Giusto il tempo di rileggere
e il passato ti scivola tra le dita, augurandosi che tu sia con lui.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

A man of words

His case inspires interest
But little sympathy; it is smaller
Than at first appeared. Does the first nettle
Make any difference as what grows
Becomes a skit? Three sides enclosed,
The fourth open to a wash of the weather,
Exits and entrances, gestures theatrically meant
To punctuate like doubled-over weeds as
The garden fills up with snow?
Ah, but this would have been another, quite other
Entertainment, not the metallic taste
In my mouth as I look away, density black as gunpowder
In the angles where the grass writing goes on,
Rose-red in unexpected places like the pressure
Of fingers on a book suddenly snapped shut.

Those tangled versions of the truth are
Combed out, the snarls ripped out
And spread around. Behind the mask
Is still a continental appreciation
Of what is fine, rarely appears and when it does is already
Dying on the breeze that brought it to the threshold
Of speech. The story worn out from telling.
All diaries are alike, clear and cold, with
The outlook for continued cold. They are placed
Horizontal, parallel to the earth,
Like the unencumbering dead. Just time to reread this
And the past slips through your fingers, wishing you were there.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972

Come uno buttato ubriaco sul battello postale – John Ashbery

John Ashbery

 

Ho tentato tutto, poco era immortale e libero.
Altrove è come stessimo in un luogo dove il sole
scende sfarinato, un po’ per volta,
ad aspettare che qualcuno venga. Volano parole aspre,
mentre il sole tinge in giallo il verde dell’acero…

Tutto qui, ma ermeticamente
ho avvertito il sommuoversi di un fiato nuovo nelle pagine
che tutto inverno hanno esalato l’odore di un vecchio catalogo.
Nuovi periodi si accendevano. Ma l’estate
era inoltrata, non ancora oltre il mezzo del cammino
ma piena e buia della promessa di quella pienezza,
di quel momento in cui non ci si può più sviare
e perfino i meno attenti ammutoliscono
per contemplare ciò che è pronto ad accadere.

Uno sguardo di specchio ti arresta
e tu passi oltre scosso: ero io il percepito?
Mi hanno notato, stavolta, così come sono,
o tutto è ancora rimandato? I bimbi
ancora intenti ai giochi, nuvole che salgono con agile
impazienza nel cielo pomeridiano, per dissiparsi
quando scende il limpido, denso crepuscolo.
Solo in quel colpo di clacson
là in fondo, per un attimo, ho pensato
che l’insigne evento formale stesse iniziando, orchestrato,
i colori addensati in uno sguardo, ballata
che abbraccia il mondo intero, adesso, ma con dolcezza,
ancora con dolcezza, ma con ampia autorità e tatto.

La prevalenza di quei fiocchi grigi che cadono?
È pulviscolo di sole. Hai dormito al sole
più della sfinge, ma non ne sai più di prima.
Entra. Ho pensato che un’ombra tagliasse la soglia
ma era soltanto lei venuta a chiedere ancora una volta
se intendevo entrare, e in caso contrario di prendermela calma.
La lucentezza della notte s’insedia. Una luna dal pallore cistercense
ha scalato la vetta del firmamento, vi si è installata,
socia adesso nell’affare del buio.
E un sospiro sale da ogni minuscola cosa terrena,
da libri, carte, vecchie giarrettiere, dai bottoni di sottomaglie e mutandoni
riposti in una scatola di cartone bianco chissà dove, e tutte le versioni
inferiori di città rase al suolo dalla livella della notte.
L’estate troppo esige, troppo prende,
ma la notte, schiva, reticente, dona più di ciò che sottrae.

John Ashbery

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Autoritratto entro uno specchio convesso”, Bompiani, 2019

∗∗∗

As one put drunk into the packet-boat

I tried each thing, only some were immortal and free.
Elsewhere we are as sitting in a place where sunlight
Filters down, a little at a time,
Waiting for someone to come. Harsh words are spoken,
As the sun yellows the green of the maple tree…

So this was all, but obscurely
I felt the stirrings of new breath in the pages
Which all winter long had smelled like an old catalogue.
New sentences were starting up. But the summer
Was well along, not yet past the mid-point
But full and dark with the promise of that fullness,
That time when one can no longer wander away
And even the least attentive fall silent
To watch the thing that is prepared to happen.

A look of glass stops you
And you walk on shaken: was I the perceived?
Did they notice me, this time, as I am,
Or is it postponed again? The children
Still at their games, clouds that arise with a swift
Impatience in the afternoon sky, then dissipate
As limpid, dense twilight comes.
Only in that tooting of a horn
Down there, for a moment, I thought
The great, formal affair was beginning, orchestrated,
Its colors concentrated in a glance, a ballade
That takes in the whole world, now, but lightly,
Still lightly, but with wide authority and tact.

The prevalence of those gray flakes falling?
They are sun motes. You have slept in the sun
Longer than the sphinx, and are none the wiser for it.
Come in. And I thought a shadow fell across the door
But it was only her come to ask once more
If I was coming in, and not to hurry in case I wasn’t.

The night sheen takes over. A moon of cistercian pallor
Has climbed to the center of heaven, installed,
Finally involved with the business of darkness.
And a sigh heaves from all the small things on earth,
The books, the papers, the old garters and union-suit buttons
Kept in a white cardboard box somewhere, and all the lower
Versions of cities flattened under the equalizing night.
The summer demands and takes away too much,
But night, the reserved, the reticent, gives more than it takes.

John Ashbery

da “Self-Portrait in a Convex Mirror”, Penguin Publishing Group, 1972