Nulla – Vladimír Holan

Jaromír Funke, Composition (Bottle shadows), 1927

 

Nulla onnipresente e a tal segno ordinario
che si potrebbe rivelare in figura,
ma un nulla modesto, un nulla che nega se stesso…
Eppure ciascuno lo teme, nessuno lo vuole,
e così, con nessuno immorente,
è come se sempre crescesse e aumentasse in certezza,
come si accresce il numero delle tue bottiglie vuote in soffitta,
bottiglie che offrivi e di cui nessuno si cura
e che dunque di notte porterai fuori
e in segreto ammucchierai nella via…

Qualcuno là grida: “Sapendo, non saprete!”
E un altro: “Guai ai cani grassi!”

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 -1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Nicota

Nicota všudypřítomná a natolik všední,
že by se mohla zjevovat,
ale nicota skromná, sebezapíravá nicota…
A přece se jí každý bojí, nikdo ji nechce,
a tak, nikým neumíraná,
stále jaksi vzrůstá a přibývá jí na určitosti,
jako vzrůstá počet tvých prázdných lahví na půdě,
lahví, které jsi nabízel a o něž nikdo nedbá
a které tedy v noci vyneseš
a siožíš tajné na ulici…

Někdo tam křičí: „Vědouce vědět nebudete!“
A jiný: „Běda tlustým psům!“

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

Leggenda – Giorgos Seferis

 

Si j’aui du goût, ce guères
que pour la terre et les pierres.
A. Rimbaud
I

Il nunzio
l’aspettammo inchiodati tre anni
mirando assai da presso
i pini il lido e gli astri.
Confusi col fendente dell’aratro o con la chiglia della nave
frugavamo a scoprire il primo seme
perché ricominciasse il dramma antico.

Tornammo alle nostre case spezzati,
deboli membra, bocche devastate
dal gusto della ruggine e del sale.
Ridesti andammo verso Nord, forestieri
inabissati in brume da illibate ali di cigni che ci ferivano.
Ci faceva impazzire le notti d’inverno il gagliardo vento dell’Est
ci smarrivamo l’estate nell’agonia del giorno che non sapeva morire.

Portammo indietro
questi rilievi d’un’arte dimessa.

II

Ancora un pozzo dentro una caverna.
Facile un tempo attingere immagini, ornamenti,
per la gioia dei cari che ancora ci restavano fedeli.

Le corde si son rotte : solo strie sulla bocca del pozzo
sono memoria di felicità:
le dita sulla sponda — come dice il poeta 1.
Avvertono le dita il fresco della pietra un poco
poi la febbre del corpo la pervade.
La caverna si gioca l’anima e la perde ogni momento,
intrisa di silenzio, senza una sola goccia.

III
Rammenta il bagno dove fosti ucciso  2

Mi sono destato con questa testa di marmo fra le mani
che mi sfinisce i gomiti né so dove poggiarla.
Piombava nel sogno a misura che uscivo dal sogno:
così le nostre vite
si sono fuse e districarle è arduo.

Rimiro gli occhi: né aperti né chiusi,
parlo alla bocca ch’è in procinto di parlare
sempre, reggo gli zigomi che bucano la pelle.
Non reggo più.

Le mie mani si perdono, mi tornano
sbocconcellate.

IV
ARGONAUTI

E un’anima
se si vuole conoscere
in un’anima
rimiri 3:
lo straniero, il nemico, lo vedemmo allo specchio.

Erano bravi ragazzi i compagni, non gridavano
né di stanchezza né di sete né di gelo,
erano come gli alberi e le onde
che ricevono vento e pioggia
ricevono notte e sole
senza mutare in mezzo a mutamenti.
Erano bravi ragazzi, interi giorni
sudavano sul remo, gli occhi bassi,
respirando in cadenza
e il sangue imporporava una docile pelle.
Cantarono una volta, gli occhi bassi,
quando doppiammo l’isola scabra dei fichi d’India
a ponente, di là da quel Capo dei cani
uggiolanti.
Se si vuole conoscere — dicevano —
miri in un’anima — dicevano —
e battevano i remi l’oro del mare nel crepuscolo.
Passammo capi molti molte isole il mare
che mette ad altro mare, gabbiani, foche.
Ululati di donne sventurate
piangevano i figli perduti,
altre come frenetiche cercavano Alessandro
Magno, glorie colate a picco in fondo all’Asia.
Attraccammo
a rive colme d’aromi notturni
e gorgheggi d’uccelli, e un’acqua che lasciava nelle mani
la memoria di gran felicità.
Non finivano, i viaggi.
Si fecero le anime loro una cosa sola con remi e scalmi
con la grave figura della prora,
col solco del timone, con l’acqua che frangeva
gli specchiati sembianti.
I compagni finirono, a turno,
con gli occhi bassi. I loro remi additano
il posto dove dormono, sul lido.

Non li ricorda più nessuno. È giusto.

V

Noi non li conoscemmo
                        era speranza in fondo al cuore a dirci
d’averli conosciuti da bambini.
Forse due volte li vedemmo: poi presero il mare:
carichi di carbone, carichi di cereali. E i nostri amici
persi dietro l’oceano per sempre.
L’alba ci trova accanto alla lampada stanca,
che disegniamo sulla carta goffamente, a fatica,
barche, conchiglie, gòrgoni.
A sera discendiamo verso il fiume
perché ci segna la strada del mare,
e passiamo le notti in sotterranei che sanno di catrame.

I nostri amici se ne sono andati
              forse non li vedemmo mai, forse incontrati
li abbiamo quando ancora il sonno
ci portava vicino all’onda che respira,
forse li ricerchiamo perché ricerchiamo
l’altra vita, di là dai simulacri.

VI
M. R.4

Il giardino coi suoi zampilli alla pioggia
tu lo vedrai soltanto dalla finestra bassa
di là dai vetri torbidi. Rischiarirà la stanza
solo la vampa del camino
e talora, nel lampo di folgori lontane, appariranno
le rughe alla tua fronte, vecchio Amico.

Il giardino coi suoi zampilli ch’erano alla tua mano
ritmo dell’altra vita, oltre gl’infranti
marmi, di là dalle colonne tragiche,
danza fra gli oleandri
presso le nuove cave di pietrame, un vetro
appannato l’avrà reciso dai tuoi giorni.
Tu non respirerai: terra e umore di piante
si lanceranno dalla tua memoria a picchiare
su questo vetro, ove picchia,
dal mondo di fuori, la pioggia.

VII
SCIROCCO

A occidente si mescola il mare a una catena di montagne.
Ci soffia da mancina lo scirocco e c’impazza,
questo vento che spoglia della carne le ossa.
Nostra casa fra i pini e le carrube.
Grandi finestre, grandi tavoli per scrivere
le lettere che già da tanti mesi
ti scriviamo e gettiamo
nella separazione per colmarla.

Astro dell’alba, tu chinavi gli occhi
ed erano le nostre ore più dolci
dell’olio alla ferita, più gioconde dell’acqua
fresca al palato, placide più che l’ala del cigno.
Era la nostra vita nel tuo palmo.
Di là dal pane amaro dell’esilio
se ristiamo la notte dinanzi al muro bianco
la tua voce s’accosta, è una speranza
di fuoco. E ancora questo vento affila
sui nostri nervi un rasoio.

Ti scriviamo ciascuno le stesse
cose, ciascuno innanzi all’altro tace
rimirando per sé lo stesso mondo,
la luce e l’ombra sopra le montagne
e te.
Chi mai ci leverà dal cuore tanta pena?
Ieri sera, tempesta; oggi di nuovo
pesa il cielo infoscato. Ora i pensieri
come gli aghi di pino ieri nella tempesta
sulla porta di casa accolti e vani
innalzano un castello che dirupa.

Qui tra questi paesi decimati, su questo
promontorio sguernito allo scirocco
con la catena di montagne innanzi, che ti cela,
chi ci calcolerà l’impegno dell’oblio?
Chi accoglierà la nostra offerta, in questa fine d’autunno.

VIII

Che cercano le nostre anime viaggiando
su ponti d’avariati navigli, pressate
fra donne gialle e bambini che piangono,
senza scordarsi nei pesci volanti
o negli astri che gli alberi additano alla cima?
logorate da dischi di grammofoni
involontariamente avvinte a inani riti
biascicando frantumi di pensiero in lingue straniere.

Che cercano le nostre anime viaggiando
sopra legni marini imputriditi,
da porto a porto?

spostando pietre rotte, respirando
la frescura del pino
di giorno in giorno più difficoltosamente
e nuotando nell’acqua di questo mare qua
o di quel mare là,
senza più tatto, senza
uomini, in una patria che non è più nostra
né vostra.

Lo sapevamo, belle erano l’isole
qua d’attorno, ove andiamo brancicando
un po’ più giù, un po’ più su:
una distanza minima.

IX

Il porto è vecchio. Non posso più aspettare
né l’amico partito per l’isola dei pini
né l’amico partito per l’isola dei platani
né l’amico partito per il largo.
Accarezzo i cannoni arrugginiti, i remi,
perché s’avvivi il corpo e si risolva.
Le vele dei navigli dànno solo l’odore
di salmastro dell’altro fortunale.

S’io volli stare solo, solitudine
cercai, non quest’attesa,
frantumazione d’anima all’orizzonte,
queste linee, e colori, e silenzio.

Le stelle della notte mi riportano all’ansia
d’Odisseo per i morti fra gli asfodeli. E quando
approdammo quaggiù fra gli asfodeli
cercammo la vallata
che vide Adone con la sua ferita.

X

La nostra terra è chiusa, tutta monti,
notte e giorno per tetto cieli bassi.
Non abbiamo né fiumi né pozzi né sorgenti:
poche cisterne vuote, sonanti, venerate.
Suono stagnante e vano, pari al nostro deserto,
al nostro amore, pari ai nostri corpi.
Così strano ci pare d’aver saputo un tempo edificare
case, capanne, stazzi.
E le nozze, le fresche corone, le dita…
enimmi inestricati al nostro cuore.
Come nacquero i figli? come crebbero?

La nostra terra è chiusa. Chiusa
dalle nere Simplègadi. Nei porti, la domenica,
quando scendiamo a prendere un po’ d’aria,
vediamo rischiarirsi nel crepuscolo
legni rotti da viaggi interminati,
corpi che più non sanno come amare.

XI

Il tuo sangue gelava come la luna, a volte,
nella notte insondabile il tuo sangue
spiegava l’ali bianche
sopra le rocce brune, le figure degli alberi e le case
con un barlume della nostra infanzia.

XII
BOTTIGLIA A MARE

Tre rupi, qualche pino bruciato, una cappella.
Più su
il paesaggio ritorna, ricopiato:
tre rupi a forma d’una porta, rugginose,
qualche pino bruciato nero e giallo,
sepolta nella calce una casuccia
quadra. Più su ritorna ancora, ancora
il paesaggio, scalando
all’orizzonte, al cielo che tramonta.

Siamo approdati qua per rimpalmare i remi
rotti, e per bere acqua e dormire.
Il mare che ci fu tanto amaro è profondo, imperscrutato,
dispiega una bonaccia sconfinata.
Qui fra i ciottoli abbiamo trovato una moneta.
Ce la siamo giocata
a dadi. Ha vinto il piccolo. È sparito.

Ci siamo rimbarcati coi nostri remi rotti.

XIII
IDRA

Delfini, vessilli, cannonate.
Il mare, alla tua anima così amaro una volta,
alzava colorati battelli balenanti
in ondoso rullio,
era un’azzurrità con ali bianche.
Alla tua anima così amaro una volta,
ora smagliante di colori al sole.

Candide vele, luce; umidi remi
percotevano a ritmo di tamburo onde pacate.

Belli, se rimirassero, i tuoi occhi,
fulgide, se protese, le tue braccia,
vive come altra volta le tue labbra
sarebbero al prodigio:
tu lo cercavi
                       che cercavi innanzi
alla cenere, fra la pioggia e il vento
e la nebbia? (Calavano già i lumi,
la città sprofondava, e dalle lastre
di pietra il Nazareno ti mostrava il suo cuore).
Che cercavi? perché non vieni? che cercavi?

XIV

Tre colombi scarlatti nella luce
segnano il nostro fato nella luce
con i colori e i gesti di persone
che amammo.

XV
Quid  πλατανῶν opacissimus? 5

Il sonno ti ravvolse, come pianta, di foglie
verdi, alitavi come pianta al calmo lume,
mirai la tua figura nella sorgente diafana:
palpebre chiuse, i cieli una crespa nell’acqua.
Le mie dita trovarono nell’erba tenera le tue dita,
ti tenni il polso, un attimo: altrove
sentii la pena del tuo cuore.

Sotto il platano, presso l’acqua, fra gli allori
ti rimoveva il sonno e ti faceva a brani 
attorno a me, presso di me, né ti potevo attingere
intera,
medesimata con il tuo silenzio:
vedevo la tua ombra farsi grande, farsi piccola,
perdersi fra le altre ombre, nell’altro
mondo che ti lasciava e ti ghermiva.

La vita che ci diedero da vivere vivemmo.
Pietà di quelli che così pazienti aspettano
spersi fra i bruni allori, sotto i platani grevi,
e di quelli che parlano soli alle cisterne e ai pozzi
e annegano nei cerchi della voce.
E pietà del compagno che divise privazioni e sudore,
s’inabissò nel sole, corvo di là dai marmi,
e non sperò la gioia del compenso.

Donaci, fuori del sonno, la pace.

XVI
e il nome è Oreste 6

Alla corda, alla corda, alla corda un’altra volta!
E quanti giri, quante insanguinate orbite, quante nere
file, di gente che mi guarda,
che mi guardava quando sopra il carro
levai splendente il braccio, e acclamò.

La bava dei cavalli mi percuote, i cavalli
quando si stancheranno?
Stride l’asse, s’infuoca l’asse, l’asse
quando s’incendierà?
Quando si spezzeranno le redini, e gli zoccoli
quando, tutti posati, calcheranno la terra
e la tenera erba fra i papaveri, là dove tu hai
colto una margherita a primavera?
Erano belli i tuoi occhi, ma non sapevi
dove guardare, e non sapevo
dove guardare neppure io, senza patria,
io che gareggio qua — per quanti giri? —
e sento le ginocchia flettersi sopra l’asse,
sopra le ruote e la pista selvaggia.
Le ginocchia si flettono docili se vogliono gli dei.
Nessuno scampa: a che serve la forza? tu non puoi
scampare al mare che ti cullò bambino e che ricerchi
in quest’ora di lotta nell’anelito equino,
con quelle canne che cantavano d’autunno in modo lidio,
al mare che non trovi per quanto tu corra
e per quanto tu giri e giri innanzi alle Eumenidi nere,
infastidite senza remissione.

XVII
ASTIANATTE

Ora che te ne andrai prendi con te il bambino
che nacque sotto il platano
un giorno che squillavano trombe, lampeggiavano armi
e i cavalli sudati si chinavano
sul verde specchio del bacile
a lambire con umide froge.

Gli ulivi con le rughe dei padri
le rupi col senno dei padri
il sangue del fratello nostro, vivo nel suolo
erano gioia soda, augusta norma
per cuori consci della loro prece.

Ora che te ne andrai, che spunta il giorno
del saldo, ora che più nessuno sa
chi ucciderà né come finirà,
prendi con te il bambino nato là
sotto le foglie del platano, e insegnagli
a meditare gli alberi.

XVIII

Ho lasciato passare una fiumana
fra le mie dita
senza bere una stilla: m’accoro.
Naufrago nella pietra.
Un pino basso sulla terra rossa,
l’unica compagnia.
Tutto che amai s’è perso con le case
che l’altra estate erano nuove, e sono
dirupate nel vento dell’autunno.

XIX

Anche se spira il vento non ci dà
frescura e resta breve sotto i cipressi l’ombra;
per ogni dove è un’erta alle montagne.

Peso dei cari
che ormai non sanno più come morire.

XX 7

Si riapre nel mio petto la piaga
quando declinano le stelle e s’apparentano
con il mio corpo e cade sotto i passi degli uomini silenzio.

E queste rupi naufraghe nel tempo fino a dove
mi svieranno? E il mare, il mare chi l’asciugherà 8?
Vedo, ogni alba, le mani accennare allo sparviere, al falco,
legata sulla rupe che s’è fatta, per tanta pena, mia,
gli alberi respirare la nera bonaccia dei morti,
e poi sorrisi, immobili, di statue.

XXI

Noi che movemmo a questo
pellegrinaggio, abbiamo rimirato
i simulacri infranti, e persi in un oblio
ci siamo detti che la vita non si perde
sì facilmente e che la morte ha strade imperscrutate
ed una sua giustizia,

e che quando moriamo ritti in piedi,
affratellati nella pietra, uniti
con la rigidità, con l’impotenza,
gli antichi morti hanno forzato il cerchio
e risorti sorridono in una calma strana.

XXII

Sono passate tante e tante cose sotto i nostri occhi,
che gli occhi non han visto nulla; ma più oltre
e dietro, la memoria come uno schermo bianco
una notte in un chiuso
dove scorgemmo strane parvenze, strane più di te,
passare e dileguare nell’immoto fogliame
d’un albero di pepe;

abbiamo conosciuto così bene la sorte
errando fra le pietre rotte — tremila anni o seimila —
frugando in edifìci diroccati che potevano essere
forse la nostra casa
e sforzando la mente a ricordare date e gesta d’eroi:
potremo dunque?

siamo stati legati e sparpagliati,
abbiamo fronteggiato asperità inesistenti — a quanto si diceva —
smarriti, ritrovando una strada intasata
di reggimenti ciechi,
naufraghi in acquitrini e dentro il lago di Maratona:
potremo ora morire normalmente?

XXIII

Ancora un poco
e scorgeremo i mandorli fiorire
brillare i marmi al sole
e fluttuare il mare.

Ancora un poco
solleviamoci ancora un po’ più su.

XXIV

Hanno termine qui le opere del mare e dell’amore.
Quanti un giorno vivranno dove noi terminiamo,
se mai nereggi alla memoria il sangue e trabocchi,
non ci scordino, deboli anime tra gli asfodeli,
volgano verso l’Erebo il capo delle vittime:

e noi che nulla avemmo insegneremo loro
la pace.

Giorgos Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

dicembre 1933 – dicembre 1934

da “Giorgos Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

1.    Dionisio Solomòs (La donna di Zante, cap. 1): poeta nazionale neogreco, nato a Zante nel 1798, morto a Corfù nel 1857.
2.    Eschilo, Coefore, v. 491.
3.    Platone, Alcibiade I, 133 b-c.
4.    Iniziali di Maurice Ravel. Il giardino è quello di Villa d’Este, ed è evidente l’allusione ai Jeux d’eau del compositore francese.
5.    Plinio il Giovine, Epistole, I, 3.
6.    Sofocle, Elettra, v. 694. In tutta la lirica sono state osservate reminiscenze puntuali di versi sofoclei.
7.    In alcune traduzioni (non però nelle edizioni greche) la poesia reca il titolo Andromeda: la figura mitica sarebbe il simbolo della Grecia.
8.    Reminiscenza, spesso ricorrente in S., delle parole di Clitennestra in Eschilo, Agamennone, v. 958.

La verità non ha bisogno della nostra ignoranza – Piero Bigongiari

Massimo Margagnoni, White Aurora Borealis

 

Quello che tu non sai, anche l’ignora
la via che ti accompagna e ti disvia
nel sole occiduo, e forse anche l’aurora
che si lagna col lieve pigolio
degli implumi nel nido, col deciduo
uggiolio di chi deve sfamarli.

                                                       Io affido
a questa oscura scienza anche le briciole
di quello che non so, forse anche il raggio
che non sa ove posarsi. Nel coraggio
o nella tua viltà? Forse è il mestiere
di una tale evidenza sconosciuta
versare a quando a quando nell’essenza
della vita la sua segreta musica.
Talora anche la musa è generosa
della sua voce ascosa. Cosa canta
al tuo orecchio? È il canto della sposa?
Da quale Oriente viene, in quale Libano
trattiene ancora quelle sue carezze?
Troppo lievi le ebbrezze, o inenarrabili?
Troppo abili sono le stranezze
con cui i sogni si accostano al vero.
Si dice che il pensiero vola. Dove
vola? Dove ignora anche se stesso
nel sogno stesso d’essere parola,
e forse parola dell’accesso?

Il fatto è che in ogni imminenza
della tua vita non puoi fare senza
di quel sottile strazio che t’invita
a non sentirti sazio di te stesso,
ma piuttosto a sperare nell’eccesso
di ogni misura nell’incontenibile.
In ciò che versa, in ciò che non contiene,
le lacrime e le pene si confortano
a vicenda. Tutto è già leggenda.
Devi sperare, se non si trattiene
di te nel canto – e forse nell’oblio,
magari a tua insaputa, si è già espanto –
ciò che tramuta in luce anche il pianto.

Forse con quelle briciole io ne nutro
o almeno ne titillo il desiderio
che il canto ha di quella mia carenza
onde trovarvi un senso pronto al troppo
che è in ogni verità, forse per sciogliervi
il groppo misterioso del suo pianto
mescolato all’incanto di un sorriso
che non so a chi appartiene.

Piero Bigongiari

14-16 aprile 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

La seconda Elegia – Rainer Maria Rilke

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

   

   E gli Angeli appartengono al Tremendo.
Lo so. Ma non desiste
dall’invocarvi trepido il mio canto,
o dell’anima, voi, quasi mortali
alígeri tremendi… Ove scomparvero
i tempi di Tobía, quando sostava
un Angelo raggiante,
fra i piú raggianti delle vostre schiere,
presso l’umile soglia;
e, travestito là da pellegrino,
piú non parea terribile agli sguardi
curiosi del giovine, che solo
vi ravvisava un giovine compagno.
Se il periglioso Arcangelo,
dalle stelle rompendo, ora movesse
solo di un poco a scendere fra noi,
in sussulto di battiti convulsi
ci abbatterebbe al suolo il nostro cuore.
Angeli, e voi chi siete?

   Primi Beati. Prediletti, eterni,
dell’universo. Teorie sublimi
di gioghi alpestri. Creste porporine
d’ogni cosa creata, ad ogni aurora.
Pollini del Divino rifiorente.
Giunture della Luce. Itinerarii.
Troni. Scalèe.
Spazia essenziali. Scudi di delizia.
Tumulti di tripudio tempestoso….
E poi, repente, — ad uno ad uno — specchi
che la loro bellezza defluita
riattingono su, nel proprio vólto.

   Ahi ! Nel sentire, noi ci disperdiamo
esalandoci via. Da bragia a bragia,
con un sempre piú debole profumo.
E se una voce, innamoratamente,
rimormora: « Mi sei, tutto, nel sangue.
Si ricolma di te tutta la stanza,
tutta la primavera… », a che ti giova?
Oh non riesce a trattenerti in sé,
l’innamorato cuore:
e tu sparisci dentro e intorno a lui.
… E la bellezza, come trattenerla?
Ripullula, dall’íntimo, sui vólti
in riflesso di luce inesauribile,
che inesauribilmente si rispenge.

Quasi rugiada in erba mattutina,
svapora su da noi la nostra essenza:
come il tepore, su dal caldo pane.
Ci abbandona un sorriso… E dove fugge?
E dove fuggi tu, sguardo, improvvisa 
onda, balzante su dal nostro cuore?
Ed eravamo, tutti, in quel sorriso:
in quello sguardo, tutti…
Ma forse, almeno, l’infinito spazio
in cui ci disperdiamo,
ha sapore di noi?
E gli Angeli risuggono soltanto
l’essenza che fluí nei nostri cuori
dall’abbondanza loro;
o, per abbaglio, mista a quell’essenza,
anche qualcosa della nostra essenza?
E non si mesce un poco ai loro vólti,
come sul vólto alle future madri,
quel senso d’ineffabile prodigio?
Né la ravvisa alcuno (e non potrebbe!)
coinvolta nei turbini del gorgo,
che gli ritorna dentro.

     Gli Amanti solamente, ove sapessero,
potrebbero, nell’ètere notturno,
un linguaggio parlar maraviglioso.
Ché tutto sembra, allora,
dissimularci, attorno.
Guarda! Gli alberi, sono. E ancóra stanno
le case ove abitiamo.
Ma noi su tutto si trasvola via,
come uno scambio di correnti aeree.
Ogni cosa congiura a rinnegarci.
Per vergogna di noi. Quando non sia
per una inesprimibile speranza.

    Amanti, o voi beatamente fusi
l’uno nell’altro, — io vi domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Vi avviticchiate. Ma nel vostro abbraccio,
siete certi di essere?
Vedete? Accade a me che, strette a volte
l’una con l’altra
prendan di sé coscienza le mie mani;
o che, corroso dalla vita, adesso
trovi in quelle rifugio il vólto mio.
E chi, solo per ciò, si attenterebbe
di vantarsi vivente?
Ma voi, che nella voluttà dell’altro
dismisuratamente vi accrescete,
fino al grido che supplica: Non piú;
voi, che sotto le cupide carezze
vi fate ricchi come per vendemmia
vigneti opimi;
e poi, mancate alfine, solamente
perché dolce è soccombere a quell’altro,
che vi soverchia;
a voi, domando luce
sovra il mistero della nostra essenza.
Lo so. Vi bea la trepida carezza,
che la potenza ha in sé di trattenere.
Non dileguano via le dolci carni,
su cui teneramente si depone.
E, dentro, vi trascorre — e lo avvertite —
la durata purissima del tempo.
E l’abbraccio, cosí, promessa sembra
a voi di eternità…
… Ma poi che abbiate vinto
il trepidar dei primi sguardi,
il primo anelito di attesa al davanzale,
e la dolcezza di quel vostro andare,
la prima volta, stretti in un giardino;
amanti, siete voi gli Amanti ancóra?
Quando l’un l’altro
vi portate alle labbra e vi bevete
— coppa che ad altra coppa si disseta —
nell’atto di quel bere avidamente,
le vostre essenze, entrambe, si dissolvono.

    Non vi stupiva, sulle stele attiche,
la cautela ai gesti umani infusa?
Non posavan leggieri, sovra gli òmeri,
e l’Amore e il Distacco lievemente,
quasi li componesse un soffio etèreo,
e non l’odierno peso?
Rammentate le mani, imponderabili
nel gesto del posarsi,
mentre un vigore enorme i corpi impenna?
Dominatori di se stessi, i Greci
intendevano dire: « Il nostro regno,
giunge fin qui. E solamente questo,
è il modo di toccar che ci compete.
La mano degli Dei preme piú forte.
Ma è forza che pertiene ai Numi soli ».
Potessimo anche noi, cosí, trovare
una sostanza umana,
tutta pura, arrendevole, sottile;
un nostro lembo di terra feconda
di tra la roccia e il fiume!
Ché sempre, come quelli, ci trascende
il nostro cuore. E noi piú non possiamo
seguirlo con lo sguardo entro figure
ove si plachi, né in divini corpi
in cui piú grande, moderato, cresca.

 Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Die zweite Elegie

Jeder Engel ist schrecklich. Und dennoch, weh mir,
ansing ich euch, fast tödliche Vögel der Seele,
wissend um euch. Wohin sind die Tage Tobiae,
da der Strahlendsten einer stand an der einfachen Haustür,
zur Reise ein wenig verkleidet und schon nicht mehr furchtbar;
(Jüngling dem Jüngling, wie er neugierig hinaussah).
Träte der Erzengel jetzt, der gefährliche, hinter den Sternen
eines Schrittes nur nieder und herwärts: hochauf-
schlagend erschlüg uns das eigene Herz. Wer seid ihr?

Frühe Geglückte, ihr Verwöhnten der Schöpfung,
Höhenzüge, morgenrötliche Grate
aller Erschaffung, – Pollen der blühenden Gottheit,
Gelenke des Lichtes, Gänge, Treppen, Throne,
Räume aus Wesen, Schilde aus Wonne, Tumulte
stürmisch entzückten Gefühls und plötzlich, einzeln,
Spiegel: die die entströmte eigene Schönheit
wiederschöpfen zurück in das eigene Antlitz.

Denn wir, wo wir fühlen, verflüchtigen; ach wir
atmen uns aus und dahin; von Holzglut zu Holzglut
geben wir schwächern Geruch. Da sagt uns wohl einer:
ja, du gehst mir ins Blut, dieses Zimmer, der Frühling
füllt sich mit dir . . . Was hilfts, er kann uns nicht halten,
wir schwinden in ihm und um ihn. Und jene, die schön sind,
o wer hält sie zurück? Unaufhörlich steht Anschein
auf in ihrem Gesicht und geht fort. Wie Tau von dem Frühgras
hebt sich das Unsre von uns, wie die Hitze von einem
heißen Gericht. O Lächeln, wohin? O Aufschaun:
neue, warme, entgehende Welle des Herzens –;
weh mir: wir sinds doch. Schmeckt denn der Weltraum,
in den wir uns lösen, nach uns? Fangen die Engel
wirklich nur Ihriges auf, ihnen Entströmtes,
oder ist manchmal, wie aus Versehen, ein wenig
unseres Wesens dabei? Sind wir in ihre
Züge so viel nur gemischt wie das Vage in die Gesichter
schwangerer Frauen? Sie merken es nicht in dem Wirbel
ihrer Rückkehr zu sich. (Wie sollten sie’s merken.)

Liebende könnten, verstünden sie’s, in der Nachtluft
wunderlich reden. Denn es scheint, daß uns alles
verheimlicht. Siehe, die Bäume sind; die Häuser,
die wir bewohnen, bestehn noch. Wir nur
ziehen allem vorbei wie ein luftiger Austausch.
Und alles ist einig, uns zu verschweigen, halb als
Schande vielleicht und halb als unsägliche Hoffnung.

Liebende, euch, ihr in einander Genügten,
frag ich nach uns. Ihr greift euch. Habt ihr Beweise?
Seht, mir geschiehts, daß meine Hände einander
inne werden oder daß mein gebrauchtes
Gesicht in ihnen sich schont. Das giebt mir ein wenig
Empfindung. Doch wer wagte darum schon zu sein?
Ihr aber, die ihr im Entzücken des anderen
zunehmt, bis er euch überwältigt
anfleht: nicht mehr –; die ihr unter den Händen
euch reichlicher werdet wie Traubenjahre;
die ihr manchmal vergeht, nur weil der andre
ganz überhand nimmt: euch frag ich nach uns. Ich weiß,
ihr berührt euch so selig, weil die Liebkosung verhält,
weil die Stelle nicht schwindet, die ihr, Zärtliche,
zudeckt; weil ihr darunter das reine
Dauern verspürt. So versprecht ihr euch Ewigkeit fast
von der Umarmung. Und doch, wenn ihr der ersten
Blicke Schrecken besteht und die Sehnsucht am Fenster,
und den ersten gemeinsamen Gang, ein Mal durch den Garten:
Liebende, seid ihrs dann noch? Wenn ihr einer dem andern
euch an den Mund hebt und ansetzt –: Getränk an Getränk:
o wie entgeht dann der Trinkende seltsam der Handlung.

Erstaunte euch nicht auf attischen Stelen die Vorsicht
menschlicher Geste? war nicht Liebe und Abschied
so leicht auf die Schultern gelegt, als wär es aus amderm
Stoffe gemacht als bei uns? Gedenkt euch der Hände,
wie sie drucklos beruhen, obwohl in den Torsen die Kraft steht.
Diese Beherrschten wußten damit: so weit sind wirs,
dieses ist unser, uns so zu berühren; stärker
stemmen die Götter uns an. Doch dies ist Sache der Götter.

Fänden auch wir ein reines, verhaltenes, schmales
Menschliches, einen unseren Streifen Fruchtlands
zwischen Strom und Gestein. Denn das eigene Herz übersteigt uns
noch immer wie jene. Und wir können ihm nicht mehr
nachschaun in Bilder, die es besänftigen, noch in
göttliche Körper, in denen es größer sich mäßigt.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923   

Ode titubante – Miklós Radnóti

Miklós Radnóti e Fanni Gyarmati

 

Mi preparo da tanto per dirti
il misterioso sistema stellare del mio amore;
in una sola immagine forse o solo l’essenziale.
Ma sei brulicante e trabocchi in me come il mio essere,
e a volte così sicura, così eterna,
come nella pietra la chiocciola pietrificata.
Sopra la mia testa scorre la notte striata dalla luna
e frusciando caccia i piccoli sogni fugaci.
E non so ancora dirti
cosa significa per me, quando lavoro,
sentire il tuo sguardo protettivo sulla mia mano.
Non c’è paragone che valga. Mi viene in mente, ma lo butto via.
L’indomani comincio tutto da capo,
perché io valgo quanto la parola
nei miei versi, e questo mi agita
finché non restano di me che le ossa e qualche ciuffo di capelli.
Sei stanca, e anch’io sento che il giorno è stato lungo,
cos’altro posso dire? gli oggetti sul tavolo
ti guardano incantati, ti ammira mezza zolletta
di zucchero, e una goccia di miele cade e brilla
sulla tovaglia come una pallina d’oro,
il bicchiere dell’acqua vuoto suona da solo.
È felice perché vive con te. E forse avrò ancora tempo
per dirti com’è l’attesa di te.
Il buio cadente del sonno ogni tanto ti sfiora,
vola via, poi torna sulla tua fronte,
gli occhi assonnati mi mandano ancora un cenno di saluto,
i tuoi capelli si sciolgono, si spandono in fiamme
e ti addormenti. L’ombra delle lunghe ciglia batte.
La tua mano cade sul mio cuscino, ramo di betulla che addormenta,

ma anch’io dormo in te, non sei un altro mondo.
E sento fin qui mutare le tante
linee sottili e misteriose
nel tuo fresco palmo.

Miklós Radnóti

1943

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

∗∗∗

Tétova óda

Mióta készülök, hogy elmondjam neked
szerelmem rejtett csillagrendszerét;
egy képben csak talán, s csupán a lényeget.
De nyüzsgő s áradó vagy bennem, mint a lét,
és néha meg olyan, oly biztos és örök,
mint kőben a megkövesült csigaház.
A holdtól cirmos éj mozdul fejem fölött
s zizzenve röppenő kis álmokat vadász.
S még mindig nem tudom elmondani neked,
mit is jelent az nékem, hogyha dolgozom,
óvó tekinteted érzem kezem felett.
Hasonlat mit sem ér. Felötlik s eldobom.
És holnap az egészet újra kezdem,
mert annyit érek én, amennyit ér a szó
versemben s mert ez addig izgat engem,
míg csont marad belőlem s néhány hajcsomó.
Fáradt vagy s én is érzem, hosszú volt a nap, –
mit mondjak még? a tárgyak összenéznek
s téged dicsérnek, zeng egy fél cukordarab
az asztalon és csöppje hull a méznek
s mint színarany golyó ragyog a teritőn,
s magától csendül egy üres vizespohár.
Boldog, mert véled él. S talán lesz még időm,
hogy elmondjam milyen, mikor jöttödre vár.
Az álom hullongó sötétje meg-megérint,
elszáll, majd visszatér a homlokodra,
álmos szemed búcsúzva még felémint,
hajad kibomlik, szétterül lobogva,
s elalszol. Pillád hosszú árnya lebben.
Kezed párnámra hull, elalvó nyírfaág,

de benned alszom én is, nem vagyok más világ.
S idáig hallom én, hogy változik a sok
rejtelmes, vékony, bölcs vonal
                        hűs tenyeredben.

Miklós Radnóti

1943

da “Miklós Radnóti, Tajtékos ég: versek”, Révai, 1946