Settembre a Venezia – Alfonso Gatto

Alexey Titarenko, Venice Series (2001-2008)

 

Hanno il colore delle navi morte
in un’alba lontana quei colombi
rimasti soli sulla grande piazza.
E l’agro odore della mareggiata,
di là dove verdeggia al cielo e ai vetri
del temporale un’isola di luce,
qui resta come un barbaglìo di tende
e di chiese che incrostano sui marmi
le fredde acquate dell’autunno.

Gemma di lutto e di bianchezza eterna,
alla sua voce ormai lontana è un sogno
questa che parve una città di piume.
Così la spoglia nel suono del mare
la nevicata dei silenzi azzurri.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Prima parte, 1941-1949, Mondadori, Milano, 1973

Il seme – Marcello Comitini

Digitalart di Marcello Comitini

 

Da quali nascosti solchi della mente saliranno
le parole se non ho avventure da narrare
se ho vissuto solo nel silenzio
se l’amore mi ha lasciato tanto ancora da sperare.
Parlerò alla luna
quando nella notte bagna il tempo dei ricordi.
E nel tramonto al sole quando brucia le speranze.
Conservo dentro il cuore il profumo di tanti fiori
e tra le labbra stringo il gelo di tante nevi.

La mia anima è un seme nella terra del mio corpo.

Marcello Comitini

da “Quarto Giorno: poesie”, Edizioni Caffè Tergeste, 2018

AMAZON – Marcello Comitini, Quarto Giorno: poesie, Edizioni Caffè Tergeste, 2018
FELTRINELLI – Marcello Comitini, Quarto Giorno: poesie, Edizioni Caffè Tergeste, 2018

Lettera n. 6 a Nelly Sachs – Paul Celan

6
[senza data, ca. 13.1.1958]

Cara, sinceramente ammirata, Nelly Sachs,

ieri l’altro, quando è giunta la Sua lettera, avrei voluto prendere il primo treno e venire a Stoccolma per dirLe – con quali parole poi? con quali silenzi? – di non credere mai che parole come le Sue possano rimanere inascoltate.

Lo spazio del cuore, è vero, è rimasto in gran parte sepolto, ma l’eredità della solitudine di cui Lei parla verrà accolta qua e là, nella notte, proprio perché vi sono le Sue parole.

False stelle ci sorvolano – certamente; ma il granello di polvere che la Sua voce impregna di dolore descrive l’orbita infinita.

Suo Paul Celan

da “Paul Celan, Nelly Sachs, Corrispondenza”, Giuntina, 2018

A cura di Barbara Wiedemann. Edizione italiana a cura di Anna Ruchat.

Un forte silenzio – Louise Glück

Foto di Marcello Comitini

 

Lascia che ti dica una cosa, disse la vecchia.
Eravamo sedute, una di fronte all’altra,
nel parco di . . . , città famosa per i suoi giocattoli in legno.

A quel tempo, ero scappata da una triste storia d’amore,
e come una sorta di penitenza o auto-punizione, lavoravo
in una fabbrica, scolpendo a mano minuscoli mani e piedi.

Il parco era la mia consolazione, soprattutto nelle ore tranquille
dopo il tramonto, spesso quando era solitario.
Ma questa sera,
quando sono entrata in quello che si chiamava il Giardino della Contessa,
ho visto che qualcuno mi aveva preceduto. Adesso che ci rifletto
sarei potuta andare oltre, ma avevo
programmato questa destinazione; tutto il giorno avevo pensato ai ciliegi
che furono piantati nella radura, il cui tempo di fioritura era quasi finito.

Ci siamo seduti in silenzio. Il crepuscolo stava calando
e con esso è arrivata una sensazione di chiuso
come nella cabina di un treno.

Quando ero giovane, ha detto,
mi piaceva camminare sul sentiero del giardino al crepuscolo
e se il sentiero era abbastanza lungo avrei visto sorgere la luna.
Questo è stato per me il grande piacere: non il sesso, non il cibo,
non il divertimento mondano.
Preferivo il sorgere della luna e a volte sentivo
nello stesso momento, le note sublimi dell’ensemble finale
delle Nozze di Figaro. Da dove viene la musica?
Non l’ho mai saputo.

Perché è questa la natura dei sentieri del giardino
d’essere circolare, ogni notte, dopo i miei vagabondaggi,
mi ritrovavo davanti alla mia porta di casa a fissarla
a malapena in grado di distinguere, nell’oscurità, la maniglia scintillante.

È stata, ha detto, una grande scoperta, anche se la mia vita reale.

Ma certe notti, ha detto, la luna era appena visibile attraverso le nuvole
e la musica non iniziava mai. Una notte di puro scoraggiamento.
E ancora la notte successiva ci riprovavo, e spesso tutto andava bene.

Non riuscivo a pensare a niente da dire. Questa storia,
così inutile mentre la scrivo,
veniva infatti interrotta a ogni fase con pause simili a trance
e intervalli prolungati, così che a questo punto la notte era iniziata.

Ah la notte capiente, la notte così desiderosa
di suscitare strane percezioni. Ho sentito
che un segreto importante
stava per essere affidato a me, come una torcia che passa
da una mano all’altra in una staffetta.

Le mie sincere scuse, ha detto.
Ti avevo scambiato per uno dei miei amici.
E indicò le statue tra le quali sedevamo,
uomini eroici, donne sante che si sacrificano
tenendo i bambini di granito al seno.
Non modificabili, ha detto, come gli esseri umani.

Ho rinunciato a loro, ha detto.
Ma non ho mai perso il mio gusto per i viaggi circolari.
Correggimi se sbaglio.

Sopra le nostre teste erano iniziati i fiori di ciliegio
a sciogliersi nel cielo notturno, o forse stelle che andavano alla deriva,
andando alla deriva e cadendo a pezzi, e dove atterrati
si sarebbero formati nuovi mondi.

Subito dopo sono tornata nella mia città natale
e mi sono ricongiunta al mio ex amante.
Eppure sempre più spesso la mia mente tornava a quanto accaduto,
studiandolo da tutte le prospettive, ogni anno più intensamente convinta,
nonostante l’assenza di prove, che contenesse qualche segreto.
Alla fine ho concluso che qualunque messaggio potesse esserci
non era contenuto nel discorso – così,
me ne resi conto, mi parlava mia madre,
toni aspri, silenzi che mi mettono in guardia e mi rimproverano –

e mi sembrava non solo di essere tornata dal mio amante
ma di tornare ora al Giardino della Contessa
dove i ciliegi stavano ancora fiorendo
come un pellegrino in cerca di espiazione e perdono,

quindi ho pensato che a un certo punto ci sarebbe stata
una porta con un pomello scintillante,
ma quando sarebbe successo e dove non avevo idea.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

A sharply worded silence

Let me tell you something, said the old woman.
We were sitting, facing each other,
in the park at ____, a city famous for its wooden toys.

At the time, I had run away from a sad love affair,
and as a kind of penance or self-punishment, I was working
at a factory, carving by hand the tiny hands and feet.

The park was my consolation, particularly in the quiet hours
after sunset, when it was often abandoned.
But on this evening, when I entered what was called the Contessa’s Garden,
I saw that someone had preceded me. It strikes me now
I could have gone ahead, but I had been
set on this destination; all day I had been thinking of the cherry trees
with which the glade was planted, whose time of blossoming had nearly ended.

We sat in silence. Dusk was falling,
and with it came a feeling of enclosure
as in a train cabin.
When I was young, she said, I liked walking the garden path at twilight
and if the path was long enough I would see the moon rise.
That was for me the great pleasure: not sex, not food, not worldly amusement.
I preferred the moon’s rising, and sometimes I would hear,
at the same moment, the sublime notes of the final ensemble
of The Marriage of Figaro. Where did the music come from?
I never knew.

Because it is the nature of garden paths
to be circular, each night, after my wanderings,
I would find myself at my front door, staring at it,
barely able to make out, in darkness, the glittering knob.

It was, she said, a great discovery, albeit my real life.

But certain nights, she said, the moon was barely visible through the clouds
and the music never started. A night of pure discouragement.
And still the next night I would begin again, and often all would be well.

I could think of nothing to say. This story, so pointless as I write it out,
was in fact interrupted at every stage with trance-like pauses
and prolonged intermissions, so that by this time night had started.

Ah the capacious night, the night
so eager to accommodate strange perceptions. I felt that some important secret
was about to be entrusted to me, as a torch is passed
from one hand to another in a relay.

My sincere apologies, she said.
I had mistaken you for one of my friends.
And she gestured toward the statues we sat among,
heroic men, self-sacrificing saintly women
holding granite babies to their breasts.
Not changeable, she said, like human beings.

I gave up on them, she said.
But I never lost my taste for circular voyages.
Correct me if I’m wrong.

Above our heads, the cherry blossoms had begun
to loosen in the night sky, or maybe the stars were drifting,
drifting and falling apart, and where they landed
new worlds would form.

Soon afterward I returned to my native city
and was reunited with my former lover.
And yet increasingly my mind returned to this incident,
studying it from all perspectives, each year more intensely convinced,
despite the absence of evidence, that it contained some secret.
I concluded finally that whatever message there might have been
was not contained in speech—so, I realized, my mother used to speak to me,
her sharply worded silences cautioning me and chastising me—
and it seemed to me I had not only returned to my lover
but was now returning to the Contessa’s Garden
in which the cherry trees were still blooming
like a pilgrim seeking expiation and forgiveness,

so I assumed there would be, at some point,
a door with a glittering knob,
but when this would happen and where I had no idea.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

La chimera – Dino Campana

Giovanni Costetti, Ritratto di Dino Campana

 

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Dino Campana

da “Notturni”, in “Canti Orfici”, Marradi, Tipografia F. Ravagli, 1914