Ogni giorno – Olav H. Hauge

Edward Hopper, Pennsylvania Coal Town, 1947

 

Le grandi tempeste
le hai alle tue spalle.
Non domandavi un tempo
perché esistevi,
da dove venivi o dove stessi andando,
eri soltanto nella tempesta,
eri nel fuoco.
Ma si può anche vivere
nella vita d’ogni giorno,
il grigio calmo giorno,
piantare patate, rastrellare foglie
e raccogliere rametti,
ci sono tante cose a cui pensare al mondo,
a tutto non basta la vita di un uomo.
Dopo il lavoro puoi arrostire il maiale
e leggere poesie cinesi.
Il vecchio Laerte tagliava i rovi
e rincalzava il fico,
e lasciava gli eroi combattere a Troia.

Olav H. Hauge

(Traduzione di Fulvio Ferrari)

da “La terra azzurra”, Crocetti Editore, 2008

∗∗∗

Kvardag

Dei store stormane
har du attum deg.
Då spurde du ikkje
kvi du var til,
kvar du kom ifrå eller kvar du gjekk,
du berre var i stormen,
var i elden.
Men det gjeng an å leva
i kvardagen og,
den grå stille dagen,
setja potetor, raka lauv
og bera ris,
det er so mangt å tenkja på her i verdi,
eit manneliv strekk ikkje til.
Etter strævet kan du steikja flesk
og lesa kinesiske vers.
Gamle Laertes skar klunger
og grov um fiketrei,
og let heltane slåst ved Troja.

Olav H. Hauge

da “Dagbok 1924-1994”, Samlaget, 2000

Esiste nell’azzurro… – Ernst Meister

Foto di Brassaï

 

Esiste nell’azzurro di mai
un gioco, si chiama
disfacimento.

All’albero d’inverno è attaccata
una foglia
si gira
si muove.

Una farfalla si riposa
sulla palpebra
instabile
della morte.

Ernst Meister

(Traduzione di Lea Ritter Santini)

da “Una farfalla sulla palpebra instabile della morte”, in “In forma di parole, I”, Elitropia, 1980

∗∗∗

Es gibt…

Es gibt
im Nirgendblau
ein Spiel, es heißt
Verwesung.

Es hängt
am Winterbaum
ein Blatt, es
dreht und
wendet sich.

Ein Schmetterling
ruht aus
auf Todes
lockerer Wimper.

Ernst Meister

da “Wandloser Raum. Gedichte”, Darmstadt und Neuwied: Luchterhand, 1979

La mutevolezza delle ortensie – Moka

Foto di Moka

 

Faccio come le ortensie
che hanno un colore diverso
per ogni sguardo:
dal viola dei temporali
al verde di una speranza lasciata
alla prossima primavera,
il turchese ormai è del cielo.
C’è il colore della festa
tra l’ibisco e lagerstroemia,
all’ombra di un’estate assetata
e impietosa
arriverà il mio autunno blu,
dove anche le foglie si asciugheranno
e i fiori saranno piegati alla serenità
della neve
a cui domando sempre un nuovo spazio,
nuovi respiri o nuove solitudini.

Moka

da “Un tempo assente”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2019

Un tempo assente – AMAZON
Un tempo assente – IBS
Un tempo assente – Le Mezzelane Casa Editrice

 

Inventario – José Saramago

Irving Penn, Amber Valletta, New York, 1996

 

Di che seta sono fatte le tue dita,
di che avorio le tue cosce lisce,
da quali altezze al passo tuo è giunta
la grazia di camoscio con cui passi.

Da che more mature hanno spremuto
il gusto un po’ asprigno dei tuoi seni,
da che India il bambú della tua cintola,
l’oro degli occhi tuoi, da dove viene.

A quale ondeggiar d’onda vai a cercare
la linea serpentina dei tuoi fianchi,
da dove nasce il fresco della fonte
che dalla bocca sgorga quando ridi.

Da che boschi marini s’è staccato
il ramo di corallo delle vene,
che profumo ti annuncia quando vieni
a cingermi di brame nella notte.

José Saramago

(Traduzione di Fernanda Toriello)

da “In quest’angolo del tempo”, in “José Saramago, Le poesie”, Einaudi, Torino, 2002

***

Inventário

De que sedas se fizeram os teus dedos,
De que marfim as tuas coxas lisas,
De que alturas chegou ao teu andar
A graça da camurça com que pisas.

De que amoras maduras se espremeu
O gosto acidulado do teu seio,
De que Índias o bambu da tua cinta,
O oiro dos teus olhos, donde veio.

A que balanço de onda vais buscar
A linha serpentina dos quadris,
Onde nasce a frescura dessa fonte
Que sai da tua boca quando ris.

De que bosques marinhos se soltou
A folha de coral das tuas portas,
Que perfume te anuncia quando vens
Cercar-me de desejo a horas mortas.

José Saramago

da “Nesta esquina do tempo”, in “José Saramago, Os Poemas Possíveis”, Portugália Ed., 1966

Fotografia – Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert

 

Con quel ragazzo immobile come la freccia dell’Eleate
ragazzo tra l’erba alta non ho nulla in comune
tranne la data di nascita la linea papillare

la foto fu fatta da mio padre prima della seconda guerra persiana
dal fogliame e dalle nuvole deduco che fosse agosto
trillare d’uccelli grilli profumo di grano profumo di luna piena

laggiù il fiume sulle mappe romane chiamato Hypanis
lo  spartiacque e il tuono vicino consigliavano di rifugiarsi presso i Greci
le loro colonie sulla costa non erano troppo lontane

Il ragazzo sorride fiducioso la sola ombra a lui nota
è l’ombra del cappello di paglia l’ombra del pino l’ombra della casa
e se bagliore è il bagliore del tramonto

piccolo mio Isacco mio china il capo
soltanto un attimo di dolore e poi sarai
tutto ciò che vorrai – rondine giglio di campo

devo quindi versare il tuo sangue piccolo mio
perché tu rimanga innocente nel fulmine estivo
ormai per sempre al sicuro come un insetto nell’ambra
bello come una cattedrale di felce salvata nel carbone

Zbigniew Herbert

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Rapporto dalla città assediata”, Adelphi Editore, 1993

∗∗∗

Fotografia

Z tym chłopcem nieruchomym jak strzała Eleaty
chłopcem wśród traw wysokich nie mam nic wspólnego
poza data narodzin linią papilarną

to zdjęcie robił mój ojciec przed drugą wojną perską
z listowia i obłoków wnioskuję że był sierpień
ptaki dzwoniły świerszcze zapach zbóż zapach pełni

w dole rzeka na rzymskich mapach nazwana Hypanis
dział wód i bliski grom doradzał by schronić się u Greków
ich nadmorskie kolonie nie były zbyt daleko

chłopiec uśmiecha się ufnie jedyny cień jaki zna
to cień słomkowego kapelusza cień sosny cień domu
a jeśli łuna to łuna zachodu

mój mały mój Izaaku pochyl głowę
to tylko chwila bólu a potem będziesz
czym tylko chcesz -– jaskółką lilią polną

więc muszę przelać twoją krew mój mały
abyś pozostał niewinny w letniej błyskawicy
już na zawsze bezpieczny jak owad w bursztynie
piękny jak ocalała w węglu katedra paproci

Zbigniew Herbert

da “Zbigniew Herbert, Struna światła”, Warsaw: Czytelnik, 1956

 

La crudele Natura, scrive Brodskij nella appassionata Lettera al lettore italiano che apre questo libro, «con un minimo intervallo di tempo ha affibbiato alla Polonia non solo  Czesław Miłosz ma anche Zbigniew Herbert. Che cosa ha cercato di fare, che cosa aveva in mente? Preparare la nazione al suo fosco avvenire, in modo che i polacchi potessero reggerlo?». Di fatto, la compresenza di due poeti di tale altezza — un’altezza dove «non c’è più gerarchia» — in una terra devastata sembra accennare a qualcosa. Lo scoprirà il lettore italiano, incontrando in queste pagine per la prima volta l’essenziale dell’opera di Herbert. Ma che specie di poeta è Herbert? Nessuno può rispondere meglio di come ha fatto Brodskij nella sua introduzione: «E un poeta di straordinaria economia. Nei suoi versi non c’è niente di retorico o di esortativo, il loro tessuto è quanto mai funzionale: è brusco piuttosto che “ricco”. La mia impressione complessiva delle sue poesie è sempre stata quella di una nitida figura geometrica (un triangolo? un romboide? un trapezio?) incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale. Più che ricordare i suoi versi, il lettore se li ritrova marchiati nella mente con la loro glaciale lucidità. Né gli succederà di recitarli: le cadenze del tuo linguaggio cedono, semplicemente, al timbro piano, quasi neutro, di Herbert, alla tonalità della sua discrezione».