No, non cercare – Vicente Aleixandre

Foto di Raoul Hausmann

 

Non ti ho mai tanto amata.
Azzurra come notte che declina,
eri l’impenetrabile scudo della testuggine
che si sottrae sotto la roccia all’amorosa venuta della luce.
Eri la lenta ombra
che cresce tra le dita quando in terra dormiamo solitari.

Non servirebbe baciare l’oscuro tuo crocevia di sangue che svaria,
dove a momenti il battito fluttuava
e a momenti mancava come un mare che sdegna l’arena.
L’aridità vivente di occhi stanchi
che io scorgevo attraverso le lagrime
carezzava e feriva le pupille
senza che per difesa la palpebra calasse.

Amorosa figura
quella del suolo le notti d’estate
quando giacenti in terra si accarezza questo mondo che gira,
l’aridità oscura,
la sordità profonda,
l’oscurità totale
che trascorre come ciò che piú dista da un singhiozzo.

Tu, misero che dormi
senza vedere questa luna tronca
che gemendo ti sfiora lievemente;
tu che viaggi remoto
con la secca corteccia ruotante tra le braccia,
non baciare il silenzio senza macchia dal quale
non si scruta mai il sangue,
di dove sarà vano domandare il calore
che le labbra sorbiscono
e fa splendere il corpo di una luce celeste nella notte di piombo.

No, non cercare la minuta goccia,
l’universo contratto o sangue minimo,
la lagrima che palpita
e dove riposa appoggiare la guancia.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

No busques, no 

Yo te he querido como nunca.
Eras azul como noche que acaba,
eras la impenetrable caparazón del galápago
que se oculta bajo la roca de la amorosa
llegada de la luz.
Eras la sombra torpe
que cuaja entre los dedos cuando en tierra dormimos solitarios.

De nada serviría besar tu oscura encrucijada de sangre alterna,
donde de pronto el pulso navegaba
y de pronto faltaba como un mar que desprecia a la arena.
La sequedad viviente de unos ojos marchitos,
de los que yo veía a través de las lágrimas,
era una caricia para herir las pupilas,
sin que siquiera el párpado se cerrase en defensa.

Cuán amorosa forma
la del suelo las noches del verano
cuando echado en la tierra se acaricia este mundo que rueda,
la sequedad oscura,
la sordera profunda,
la cerrazón a todo,
que transcurre como lo más ajeno a un sollozo.

Tú, pobre hombre que duermes
sin notar esa luna trunca
que gemebunda apenas si te roza;
tú, que viajas postrero
con la cabeza seca que rueda entre tus brazos,
no beses el silencio sin falla por donde nunca
a la sangre se espía,
por donde será inútil la busca del calor
que por los labios se bebe
y hace fulgir el cuerpo como con una luz azul si la noche es de plomo.

No, no busques esa gota pequeñita,
ese mundo reducido a sangre mínima,
esa lágrima que ha latido
y en la que apoyar la mejilla descansa.

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

«Ibernati, incoscienti, inesistenti» – Maria Luisa Spaziani

Dipinto di John William Waterhouse

 

Ibernati, incoscienti, inesistenti,
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002

Il ladro – Ghiannis Ritsos

Foto di Vinicius Matos



Ladro, – davvero, un ladro dappoco, pregiudicato; faceva la posta
a donne e uomini, vecchi e bambini, a foglie, finestre, lampadine,
a vecchie chitarre, macchine per cucire, rami secchi, a se stesso. Rubava sempre
un loro atteggiamento, una loro espressione, le cicche che gettavano per strada,
i loro vestiti, quando si spogliavano nell’ora dell’amore, i loro pensieri,
le loro forme sconosciute, le loro e le sue, e ne faceva
grandi, strani mazzi di fiori o li piantava nei vasi. Adesso,
dal fioraio all’angolo, lo vedevamo dietro i vetri
aspergere con la pompa le grandi rose, le dalie, i garofani,
non li vendeva né li regalava; – un ladro singolare,
un principe decaduto dentro la sua serra. Solo il suo viso,
esangue, si distingueva in mezzo ai gigli altissimi,
come un morto nel feretro di vetro. Tuttavia,
nel freddo dell’inverno, questo fiorista coi suoi fiori invenduti
ci dava sempre l’impressione di un’eterna primavera; anche se in seguito apprendemmo
che tutti quei fiori erano di carta, colorati
con tinte rosse e gialle – ma soprattutto rosse – in sfumature varie.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il funambolo e la luna”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Ό κλέφτης

Κλέφτης, – στ’ αλήθεια, κλέφτης, άσημος, σεσημασμένος· παραμόνευε
γυναίκες κι άντρες, γέρους καί παιδιά, φύλλα, παράθυρα, λαμπτήρες,
παλιές κιθάρες, ραπτομηχανές, ξερά κλαδιά, τόν εαυτό του. Όλο έκλεβε
μιά στάση τους, μιάν έκφρασή τους, τ’ αποτσίγαρα πού πετουσαν στό δρόμο,
τά ρούχα τους, όταν γδύνονταν τήν ώρα τού έρωτα,τή σκέψη τους,
τ’ άγνωστα σχήματά τους, τά δικά τους, τά δικά σου, κι έφτιαχνε
μεγάλες, περίεργες άνθοδέσμες ή φύτευε γλάστρες. Τώρα,
στ’ ανθοπωλείο της γωνιάς, πίσω απ’ τά τζάμια, τόν βλέπαμε
νά ραντίζει μέ την τρόμπα τά μεγάλα τριαντάφυλλα, τίς ντάλιες, τά γαρύφαλλα
χωρίς νά τά πουλάει μήτε νά τά χαρίζει· – ένας κλέφτης ιδιόρρυθμος,
ένας παρηκμασμένος πρίγκιπας μέσα στή σέρα του. Μόνο τό πρόσωπό του,
ωχρό, ξεχώριζε ανάμεσα στούς πανύψηλους κρίνους,
σάν ένας νεκρός μέσα στό γυάλινο του φέρετρο. Ωστόσο,
στά κρύα του χειμώνα, αυτό τό άνθοπωλειο μέ τ’ απούλητα άνθη,
πάντα μας έδινε την αίσθηση μιας αιώνιας άνοιξης κι άς μάθαμε αργότερα
πώς δλ’ αυτά τά λουλούδια ήταν χάρτινα, βαμμένα
μέ κόκκινη καί κίτρινη μπογιά – πιότερο κόκκινη – σέ διάφορους τόνους.

 Γιάννης Ρίτσος

 da “Ό σχοινοβάτης καί ή σελήνη”, 1982

Alba – Federico García Lorca

 

Il mio cuore oppresso
con l’alba avverte
il dolore del suo amore
e il sogno delle lontananze.

La luce dell’aurora porta
rimpianti a non finire
e tristezza senza occhi
del midollo dell’anima.
Il sepolcro della notte
distende il nero velo
per nascondere col giorno
l’immensa sommità stellata.

Che farò in questi campi
cogliendo nidi e rami,
circondato dall’aurora
e con un’anima carica di notte!
Che farò se con le chiare luci
i tuoi occhi sono morti
e la mia carne non sentirà
il calore dei tuoi sguardi!

Perché per sempre ti ho perduta
in quella chiara sera?
Oggi il mio petto è arido
come una stella spenta.

Federico García Lorca

Granada, aprile 1919

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Poesie (Libro de poemas)”, Newton Compton, Roma, 1970

***

Alba

Mi corazón oprimido
siente junto a la alborada
el dolor de sus amores
y el sueño de las distancias.

La luz de la aurora lleva
semilleros de nostalgias
y la tristeza sin ojos
de la médula del alma.
La gran tumba de la noche
su negro velo levanta
para ocultar con el dia
la inmensa cumbre estrellada.

¡Qué haré yo sobre estos campos
cogiendo nidos y ramas,
rodeado de la aurora
y llena de noche el alma!
¡Qué haré si tienes tus ojos
muertos a las luces claras
y no ha de sentir mi carne
el calor de tus miradas!

¿Por qué te perdí por siempre
en aquella tarde clara?
Hoy mi pecho está reseco
como una estrella apagada.

Federico García Lorca

Granada, abril de 1919

da “Libro de poemas”, Maroto, Madrid, 1921

Nell’ora dell’azzurro cupo – Mario Benedetti

Mario Benedetti, foto di Dino Ignani

 

Come testimoniare i morti,
vivere come lo fossimo,
morire come lo siamo. Per la vita
è la scoperta
della morte e della vita.

Di Mimnermo le poesie, la stanchezza dell’età.
Dalla vita l’Ade che non c’è, il non risvegliarsi più.
Inerte il sonno che già sai. Inerti nella polvere
a poco a poco le carni, le belle dita, i neri capelli.
Nessuna immagine o parola, o disperato mondo.

“Anche per me una visione intera
dal primo uomo all’ultimo guardando
questi di questi giorni, provando
il brivido di stare.”

Era il tuo intarsio adolescente.
Entravi nell’ora dell’azzurro cupo:

“Soltanto i giorni tutto questo,
mi difendo con la paura ma non potrò per sempre
questo continuare.”

Adesso i cani sono pecore e macchie.
Si chiamano anche per nome le bestiole.
Chi vive dice nella vita tante cose
che restano nella vita che muore.

Ci si sporge all’esterno della vita nella sua paralisi,
si vede vivere quelli che sono diventati una cosa,
tante cose animate, un testardo sentire obbligato.
Futilmente presente è la parola, anche questo dire.

Mario Benedetti

da “Tersa morte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013