A Lou Andreas-Salomé III – Rainer Maria Rilke

Julia Margaret Cameron, Ellen Terry, 1864

III

Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a te, ma sono per amore tuo
e questo mi dà forza.
Non ti invento nei luoghi
che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perché
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra.

Rainer Maria Rilke

Duino, novembre-dicembre 1911

(Traduzione di Giuliano Donati)

da “Poesie d’amore del Novecento”, Crocetti Editore, 2008

∗∗∗

III

Entsinnen ist da nicht genug, es muß
von jenen Augenblicken pures Dasein
auf meinem Grunde sein, ein Niederschlag
der unermeßlich überfüllten Lösung.
Denn ich gedenke nicht, das, was ich bin
rührt mich um deinetwillen. Ich erfinde
dich nicht an traurig ausgekühlten Stellen,
von wo du wegkamst; selbst, daß du nicht da bist,
ist warm von dir und wirklicher und mehr
als ein Entbehren. Sehnsucht geht zu oft
ins Ungenaue. Warum soll ich mich
auswerfen, während mir vielleicht dein Einfluß
leicht ist, wie Mondschein einem Platz am Fenster.

Rainer Maria Rilke

Duino, November oder Dezember 1911

da “Letzte Gedichte und Fragmentarisches”, Insel-Verlag, 1930

Mappe nere – Mark Strand

 

Non la platea di pietre
né il vento che applaude
ti faranno capire
che sei arrivato,

non il mare che celebra
solo le partenze,
non le montagne,
né le città morenti.

Niente ti dirà
dove sei.
Ogni attimo è un posto
dove non sei mai stato.

Puoi camminare
e credere che emani
la luce attorno a te.
Ma come farai a saperlo?

Il presente è sempre buio.
Le sue mappe sono nere,
escono dal nulla,
descrivono,

nella loro lenta ascesa
dentro se stesse,
il proprio viaggio,
il proprio vuoto,

la fosca, sobria
necessità del completarlo.
Nel venire in essere
sono come il respiro.

E se pure le si studia
è solo per scoprire,
troppo tardi, che quelli che
ritenevi fatti tuoi

non esistono.
La tua casa non c’è
su nessuna di quelle mappe,
né ci sono gli amici,

che aspettano che ti faccia vivo,
né i tuoi nemici,
che elencano le tue mancanze.
Ci sei solo tu,

e saluti
ciò che sarai,
e l’erba nera
sostiene stelle nere.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Più buio”, 1970, in “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, Mondadori, Milano, 2011

∗∗∗

Black maps

Not the attendance of stones,
nor the applauding wind,
shall let you know
you have arrived,

nor the sea that celebrates
only departures,
nor the mountains,
nor the dying cities.

Nothing will tell you
where you are.
Each moment is a place
you’ve never been.

You can walk
believing you cast
a light around you.
But how will you know?

The present is always dark.
Its maps are black,
rising from nothing,
describing,

in their slow ascent
into themselves,
their own voyage,
its emptiness,

the bleak, temperate
necessity of its completion.
As they rise into being
they are like breath.

And if they are studied at all
it is only to find,
too late, what you thought
were concerns of yours

do not exist.
Your house is not marked
on any of them,
nor are your friends,

waiting for you to appear,
nor are your enemies,
listing your faults.
Only you are there,

saying hello
to what you will be,
and the black grass
is holding up the black stars.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

Elegia del tempo, a Mary – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Les Amoureux du banc public, jardin du luxembourg, Paris, 1980

 

Noi non saremo più quei due
che si abbracciano soli nelle ultime

file di sedie al cinema, che ridono,
che si cercano nel buio arcuato dei giardini

sotto le euforbie e gli alberi del pepe
che stanno ore a parlare sulle panchine

azzurre, si carezzano aspettando l’autobus
sotto le colonne delle pensiline.

Non più vasti aquiloni o pescherecci
isolani ci guarderanno al largo i baci.

Questo passato, come è facile
per noi dire ieri, Mary!

Niente ritornerà, né le passeggiate
per il corso Roosevelt, né il vestitino

celeste che le tue gambe magrissime
tagliavano quasi, né il mio sguardo

geloso, ossessionato. Niente. C’era
un tempio promesso, e non l’abbiamo

cercato. Dove andremo ora?
Non si devono sognare eterni gli amanti.

Eterno è quando il tempo finisce,
quando saremo sconosciuti, lontano.

Ma abbiamo camminato tanto mano per mano!
Non potremo continuare un po’ ancora

per vedere, restando insieme, l’essenza
del tramonto, l’essenza dell’aurora

su una strada che una sabbia di luce spazza
come quella deserta a Sud di Aswan?

Te la ricordi?

Giuseppe Conte

dall’antologia “Per amore”, Newton Compton, Roma, 2002

Ancora mi struggo per l’angoscia dei desideri… – Fëdor Ivanovič Tjutčev

E.O. Hoppé, Harriet Cohen, 24 July 1920

 

Ancora mi struggo per l’angoscia dei desideri,
Ancora l’anima mia ti desidera,
E nella tenebra dei ricordi
Ancora io rivedo il tuo volto…
Il tuo caro, indimenticabile volto,
Che è sempre, e ovunque, davanti a me,
Così inafferrabile, così immutato
Come una stella nel cielo notturno…

Fëdor Ivanovič Tjutčev

(Traduzione di Eridano Bazzarelli)

da “Fëdor I. Tjutčev, Poesie”, Rizzoli, 1993

Scritta forse nel 1848 (in memoria della prima moglie Eleonora Botmer, morta a Torino nel 1838); apparsa nel 1850 in  «Moskvitjanin».

∗∗∗

Еще томлюсь тоской желаний,
Еще стремлюсь к тебе душой —
И в сумраке воспоминаний
Еще ловлю я образ твой…
Твой милый образ, незабвенный,
Он предо мной везде, всегда,
Недостижимый, неизменный,
Как ночью на небе звезда…

Фёдор Иванович Тютчев

da “F. I. Tjutcev, Lirika”, Izdanie podgotovil K.V. Pigarjov. M., 1965

Ascoltate! – Vladimir Vladimirovič Majakovskij

 

Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E tutto trafelato,
fra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d’essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che ci sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
«Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì?!».
Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?

Vladimir Vladimirovič Majakovskij

1913

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del Novecento”, Guanda, Parma, 1954

∗∗∗

Послушайте!

Послушайте!
Ведь, если звезды зажигают —
значит — это кому-нибудь нужно?
Значит — кто-то хочет, чтобы они были?
Значит — кто-то называет эти плевочки
жемчужиной?
И, надрываясь
в метелях полуденной пыли,
врывается к богу,
боится, что опоздал,
плачет,
целует ему жилистую руку,
просит —
чтоб обязательно была звезда! —
клянется —
не перенесет эту беззвездную муку!
А после
ходит тревожный,
но спокойный наружно.
Говорит кому-то:
«Ведь теперь тебе ничего?
Не страшно?
Да?!»
Послушайте!
Ведь, если звезды зажигают —
значит — это кому-нибудь нужно?
Значит — это необходимо,
чтобы каждый вечер
над крышами
загоралась хоть одна звезда?!

Владимир Владимирович Маяковский

Pubblicata nel “Pervyj žurnal russkich futuristov” [Prima rivista dei futuristi russi, 1914, n° 1-2].