«Stiamo separati di fronte al mondo» – Mariella Mehr

Foto di Boris Smelov

 

Stiamo separati di fronte al mondo,
ognuno incatenato alla sua ora,
i nostri cani vanno a toccare un ieri,
quante volte e senza conseguenze?

Nebbia avvolge quel laggiú privo di sponde
nebbia si appoggia sulla mia spalla,
diventa pesante, piú pesante, diventa pietra.

C’è una sola parola captata origliando
che voglio cavare fuori e conservare,
perché resti indietro una ferita aperta,
a mia consolazione, una via nel domani.

Bastava la speranza? Allora sperate con me,
tutti voi soccombenti.
Spera anche tu,
mio cuore,
un’ultima volta.

Mariella Mehr

27.01.05

(Traduzione di Anna Ruchat)

da “Ognuno incatenato alla sua ora”, Einaudi, Torino, 2014

∗∗∗

«Wir stehen getrennt zur Welt»

Wir stehen getrennt zur Welt,
jeder an seine Stunde gekettet,
unsere Hünde berühren ein Gestern,
zum wievielten Mal und ohne Folge?

Nebel verhüllt das entuferte Dort
Nebel legt sich auf meine Schulter,
wird schwerer, schwerer, wird zu Gestein.

Nur ein einziges erlauschtes Wort
möcht ich heraushaun und halten,
es bliebe eine klaffende Wunde zurück,
mir zum Trost, ein Weg in den Morgen.

Reichte Hoffnung? Dann hofft mit mir,
alle ihr Untergehenden.
Hoffe du auch,
mein Herz,
ein letztes Mal.

Mariella Mehr

27.01.05

Cedevole al tatto – Paola Loreto

Philippe Halsman, Audrey Hepburn, Rome, 1954

 

Finché avrai da darmi questo verde,
questo monte, questa luce e questa
svolta non ti domando altro, e so chi sei.
Finché mi chiudi nell’angolo di meraviglia
non ho il tempo né la voglia
d’esser triste o non saper cosa fare
di me. Qualcuno pensa, fa di me
quello che vuole, e non si sbaglia.

Paola Loreto

da “La memoria del corpo”, Crocetti Editore, 2007

Tre poesie diverse – Natan Zach

Andrew Wyeth, Airborne, 1996

I

Per la prima volta
comincio a dubitare
di riuscire davvero a raggiungere quaggiú
ciò che dentro di me
chiamai felicità.

Non ne avevo dubitato mai.
Ma una sera vuota di desiderio

mi insinua questo dubbio nel cuore.
Dubbio che certo conobbero anche
gli scalatori di alti monti

vedendo la bianca vetta innevata
con il petto vuoto di scalata,
vuoto di monti.

2

Devo rassegnarmi a non potere, qui,
raddrizzare nulla. I giorni distorceranno

quanto e come vorranno. Uomini, ed io fra loro,
ameranno. Ti ho forse piú amata

perché volevo raddrizzare
qualche stortura, redimere

ciò che non venni a redimere?
E non me ne vado ancora.
E certamente non finisce qui.

3

Piú di tutto ho sempre temuto
il vocío degli uccelli nudi
sul sommo degli alberi

nel gelo. Al pensiero della migrazione
mi si rizzavano d’orrore i capelli.
L’avvicendarsi delle stagioni
mi consegnava alla stagione torturante

del cuore. Un occhio di donna –
una promessa quale
non s’è mai realizzata, dolce piú
di ogni promessa. E sono

ancora qui che scrivo. E non c’è
altro luogo in cui vorrei essere.
E amo ancora.

Natan Zach

(Traduzione di Ariel Rathaus)

da “Sento cadere qualcosa”, Einaudi, Torino, 2009

Vidi le Muse – Leonardo Sinisgalli

Josef Sudek, The Magic Garden, 1952

 

Sulla collina
Io certo vidi le Muse
Appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
Tra le foglie larghe delle querce
Mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
Secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
Chiesi al mio cuore meravigliato
Io dissi al mio cuore la meraviglia.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943

l’architetto – Raoul Schrott

Foto di Peter-Andreas Hassiepen

 

giorni di carta · strappati al loro quaderno a spirale
alla rilegatura ad anello della rassegnazione
scribacchiare numeri di telefono o fare schizzi di un infisso
senza che nulla di sotto rimanga impresso
i telai delle finestre vuoti · pareti di nudo calcestruzzo
siedo all’aperto · come si faccia a dimenticare
l’ho imparato copiando dalla luna:
di notte reinventarsi è l’unica cosa che riesca
ciò che si mantiene · che si edifica
scaturisce da cianografie che il vento soffia via dal tavolo
non credere a nulla è un’arte
sostenuta da un tenore spezzato
dai cantanti d’opera si può imparare
a respirare col diaframma · appoggiandosi sulla colonna d’aria
impiegare la voce di testa – e usarla
per il tuo lavoro: un volume di suoni · contorni in lontananza
ma questo significa lavorare nella foschia
che dalla terra e dall’acqua si alza
rimaniamo senza dimora · e ciò che si mostra –
città · isole · cirri – è una scenografia: l’illusione d’essere
qualcosa di più che semplici colorature nella pietra paesina
così disegno oggetti come se stessi leggendo a prima vista
un cielo che si è retto su fondamenta di sabbia
e li espongo – a dispetto delle loro crepe e incrinature

Raoul Schrott

13 IV 15

(Traduzione di Federico Italiano)

dalla rivista “Poesia”, Nuova serie, Anno III, N.11, Gennaio / Febbraio 2022, Crocetti Editore

∗∗∗

der architekt

tage aus papier · abgerissen von ihrem spiralblock
der ringbindung der resignation
telefonnummern hinkritzeln oder skizzen zu einem türstock
ohne dass sich darunter etwas durchdrückt
die fensterrahmen leer · wände kahler beton
sitze ich im freien · wie das mit dem vergessen geht
habe ich mir am mond abgeschaut:
nachts sich neu zu erfinden ist das einzige das glückt
was man aufrecht erhält · was man baut
geht aus blaupausen hervor die einem der wind vom tisch weht
ans nichts zu glauben ist eine kunst
getragen von einem gebrochenen tenor
von opernsängern kann man lernen
aus dem bauch zu atmen · sich auf die säule der luft stützen
die kopfstimme einsetzen – und es nützen
für das eigene werk: ein klangvolumen · konturen im fernen
doch heisst das zu arbeiten im dunst
der aus der erde und vom wasser aufsteigt
wir bleiben unbehaust · und was sich zeigt –
Städte · insein · cirren – ist eine kulisse: die illusion
mehr zu sein als blosse koloraturen im landsdiaftsmarmor
so entwerfe ich objekte als läse idi einen himmel vom blatt
der auf fundamenten aus sand geruht hat
ich stelle sie in den raum: allen brüchen und rissen zum hohn

Raoul Schrott

13 IV 15

da “Raoul Schrott, Die Kumt an nichts zu glauben”, Carl Hanser Verlag GmbH & Co. KG, München, 2015