Sogno d’Islanda – sette rose – Moka

Foto di Moka

 

Venne a trovarmi una ragazza,
tra le corolle multirazziali
mi chiese sette rose di carta

il cuore balbettava
dove le sue mani e i capelli
ci legavano in un passato circostante.

Aveva combattuto suo padre
-un gioco tra ombre-
per capire com’era successo
d’aver perso l’amore
e non aver mai chiesto niente.

Solo il cielo boreale acconsentì
svelando le sue fragilità e l’aurora:
distese le rose di carta a terra
su una tomba senza parole,
l’inchiostro cadeva dal cielo
in domande
i petali avrebbero risposto
catturando un vecchio discorso
rimasto sospeso.

Moka

da “Vuoti d’aria”, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021

Moka, Vuoti d’aria, Le Mezzelane Casa Editrice, 2021

 

Posso scrivere i versi – Pablo Neruda

Federica Erra, Elsa Pataky

 

20.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Scrivere, ad esempio: «La notte è stellata,
e tremolano, azzurri, gli astri, in lontananza».

Il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Io l’amai, e a volte anche lei mi amò.

Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.
La baciai tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi amò, a volte anch’io l’amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.
Pensare che non l’ho. Dolermi d’averla perduta.

Udire la notte immensa, più immensa senza lei.
E il vento cade sull’anima come sull’erba la rugiada.

Poco importa che il mio amore non potesse conservarla.
La notte è stellata e lei non è con me.

È tutto. In lontananza qualcuno canta. In lontananza.
La mia anima non si accontenta di averla perduta.

Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.
Noi, quelli di allora, più non siamo gli stessi.

Più non l’amo, è certo, ma quanto l’amai.
La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.

D’altro. Sarà d’altro. Come prima dei miei baci.
La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Più non l’amo, certo, ma forse l’amo.
È così breve l’amore, ed è sì lungo l’oblio.

Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,
la mia anima non si rassegna di averla perduta.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,
e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

20. Puedo escribir los versos

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.

Escribir, por ejemplo: «La noche está estrellada,
y tiritan, azules, los astros, a lo lejos».

El viento de la noche gira en el cielo y canta.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Yo la quise, y a veces ella también me quiso.

En las noches como esta la tuve entre mis brazos.
La besé tantas veces bajo el cielo infinito.

Ella me quiso, a veces yo también la quería.
Cómo no haber amado sus grandes ojos fijos.

Puedo escribir los versos más tristes esta noche.
Pensar que no la tengo. Sentir que la he perdido.

Oir la noche inmensa, más inmensa sin ella.
Y el verso cae al alma como al pasto el rocío.

Qué importa que mi amor no pudiera guardarla.
La noche esta estrellada y ella no está conmigo.

Eso es todo. A lo lejos alguien canta. A lo lejos.
Mi alma no se contenta con haberla perdido.

Como para acercarla mi mirada la busca.
Mi corazón la busca, y ella no está conmigo.

La misma noche que hace blanquear los mismos árboles.
Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.

Ya no la quiero, es cierto, pero cuánto la quise.
Mi voz buscaba el viento para tocar su oído.

De otro. Será de otro. Como antes de mis besos.
Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.

Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.
Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.

Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,
mi alma no se contenta con haberla perdido.

Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,
y estos sean los ultimos versos que yo le escribo.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924

Carte routière 1963 – Piero Bigongiari

Michele Del Campo, The Pier (dettaglio), olio su tela, 2014

BRUNNEN

L’acqua, il passerotto, l’anatra muta
è tutta Brunnen a specchio del cuore,
giochi ai quattro cantoni con l’amore
se io dopo di te tocco la roccia
come con antica distanza il sole.

COLMAR

Tu as habité au centre, dis-tu, à l’Hôtel du Centre,
mais il n’y a pas de centre, ni à Colmar ni autre part.
Les marchands, dis-tu, ont porté leurs abris, leurs bancs
autour de la cathédrale, mais tu songes, tu songes aussi,
peut-être les rois mages sont-ils arrivés,
la roseraie fleurie,
quelqu’un, je me rappelle, je me rappelle, chantait.

KÖLN

Un corvo neroverde lungo il Reno
risaliva o scendeva la corrente,
la chiocciola ha messo fuori le corna
a Köln, corna fiorite o dentate?
Non ve ne andate, ore senza corrente,
non tornate a casa, non avete casa:
udite, udite parlare duramente
tra la morchia che unge il paradiso.

DELFT 

La faenza s’è sciolta, in bicicletta
l’azzurro passa il ponte, vola via.
È festa a Delft. Delfica ironia,
tu sorridi attraverso la vetrata,
ma se si scioglie il vaso di Pandora
a Delft è questa un’ora come un’altra.

IN UN TUBE DI LONDRA

Tenebra o non piú tenebra, dolore
non piú dolore, luce non piú luce.

Sulla sera a Bloomsbury Square
un usignolo si mette a cantare.

La notizia fuori del mondo, idea
coi manichini sulla scala mobile…

L’ombra del gabbiano sulla terra
perché presso i cordami non ondeggia?

…Groviglio salmastro, il sole è sparito,
ma altro non mi occorre se ti ho udito.

CARNEVALE A WINDSOR

La verità è mascherata a Windsor
ma con grazia e natura. Anche la morte
alta verso il biancore del castello
ha natura e grazia: è mascherata.

Trae alta verso il castello la carrozza reale,
poi i carri mascherati, i cannoni infiorati,
la banda, le ragazze in parata,
tutto confuso e semplice, non sai

come la verità vada vestita
quando nuda, del mondo alza la fronte
e non si riconosce tra i borghesi
buffoni e i re che sorridono lievi.

WINDERMERE

Il battello ripassa a Windermere
dietro il vetro, il gabbiano si ripete
bianco sul verde immobile: è l’estate,
l’estate della mia vita: il battello
allarga di chiaríe l’oscura immagine
che non rompe, prolunga sulle rampe
della memoria il gabbiano le bianche
avvisaglie che, amore, non aggallano
tra vele azzurre, verdi scalmi, in cuore.

SULLA CLYDE

Digrignava denti di ghiaia
il mare sulla baia della Clyde.

In questo video solare isole passano
silenziose, battelli, fumo: apparso
l’orizzonte marino, toccavi il tuo nord
allungandoti su te stessa
inquieta, incerta, non ti mormorava
il monitor che salse, incomprensibili
parole, il sole del nord confondeva
nel latteo orizzonte sfarfallanti
Piccola, Grande Cumbrae, Bute, il mare.

Sei al limite, non l’oltrepassare:
è l’amore che brontola segreto,
le parole sono bianche, lattiginose, visioni senza suono:
tu disperata ti attacchi al clacson, ma inutilmente.

Inutilmente la strada del nord è libera,
i laghi piovosi risplendono, i casolari
lasciano passare tra finestra e finestra
un lieve parallelo. Stai per toccare
– non toccarla – la tua visione senza suono, e,
ti prego, non dire che mi ami, le parole
bianche nella notte nordica non significano.
Appendi il tuo sorriso al fragile parallelo,
lascialo come un bucato sventolare nella penombra.
Non oltrepassare il visibile: assomiglialo.

EAST CLIFF

Tutta la notte il gemito
del gabbiano ha scambiato
le case per scogliere:
è questa età preistorica
a quanto già l’avvera

sullo specchio del mare
se galleggia la luce
che ti spinge a guardare
nel gassoso miraggio
di questo tuo viaggio.

Eccoli sui comignoli
sbadigliano lamenti
i bianchi e cenerini
abitatori infaticabili
dell’alba e della notte,

ecco un bianco accecante
a scostarsi dall’ombra,
a scostarsi da quanto
nessuno ha stabilito:
lampo faro alba nave sogno sorte.

Nevati sulla scogliera
con un fremito di morte
a diversificarsi dalla roccia
liquidi al vento attendono la sera
o nulla attendono:

                                    quanti per le strade
nemmeno piú guardano, fissano secreti
e ciechi il loro attento dissomigliare
a poco a poco da se stessi, e ridono improvvisi
sotto questo diluvio di pianti.

Vince il lampo, già vince la scogliera
che beccano i gabbiani, il pesce cade
sui tetti, per le strade, già si fonde
nell’uguale il diverso: scuote l’ansimo
profondo del motore già il ferry.

AUXERRE

Un ange aux yeux clairs ne sait presque rien de St. Denis,
il ignore ce que c’est que la vie,
mais il sert, il sert, à Auxerre,
comme s’il ne faisait, et non comme s’il ne savait, rien.

ASOLO

Poche nuvole si levavano su Asolo,

poco dolore nutre ogni dolore,
poca gioia la gioia, poca vita
la vita, ma da questo stretto
confluire che pianura s’allarga
sotto gli occhi straniti: l’orizzonte
è fasciato da una benda cosí lenta
che tutto comprende, il poco e il molto.

Le case guardano sulla pianura, i loti
immoti sulle rame si protendono
a uno statico invito. Tu dolore
che stai, che cedi, che affluisci, che accogli,
che cosa accogli o cedi? I cedri intaccano
intangibili la tua offerta autunnale:
acqua che scorre in un’angusta forma.

Piero Bigongiari

30 giugno – 6 ottobre ’63

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Sonetto – Franco Fortini

Foto di Brett Weston

Alcuni pregavano per la grazia di un colpo ben centrato. Altri cantavano i canti di Israele…
(Dal diario di una dodicenne polacca, 1944).

Sempre dunque cosí gemeranno le porte
Divaricate in pianto. Rotano eterni i fumi
Dei roghi e giú s’ingorga la coorte
D’uomini scimmie, di femmine implumi.

Con loro, amici! Sono questi i fiumi
Da cui credemmo salvare la sorte.
Ma se le torce stridono e vacillano i lumi
Qualcuno dentro il buio canta piú forte.

Non la battaglia bianca d’arcangeli cristiani
Clama l’inno che tu alla notte rubi
Sempre piú cieca; ma noi, gli ultimi, i vivi.

A coro alto scendiamo, le mani strette alle mani
E non vinti, le grotte vane: Anubi
Enorme erra, testa di cane, ai trivi.

Franco Fortini

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1967

Paesaggio natìo – Louise Glück

Immagine dal web

 

 

Stai calpestando tuo padre, disse mia madre,
e infatti mi trovavo esattamente al centro
di un letto d’erba, falciata così ordinatamente che avrebbe potuto essere
la tomba di mio padre, anche se nessuna lapide lo diceva.

Stai calpestando tuo padre, ripeté,
più forte questa volta, che cominciò a suonarmi strano,
perché pure lei era morta; anche il dottore lo aveva ammesso.

Mi sono spostata leggermente di lato, dove
mio padre finì e mia madre iniziò.

Il cimitero era silenzioso. Il vento soffiava tra gli alberi;
Potevo sentire, molto debolmente, scoppi di pianto a parecchie file di distanza,
e oltre a questo, un cane che si lamentava.

Alla fine questi suoni si attenuarono. Mi è passato per la mente
che non avevo memoria di essere stata portata qui,
a quello che ora sembrava un cimitero, anche se avrebbe potuto essere
un cimitero soltanto nella mia mente; forse era un parco, o se non un parco,
un giardino o pergola, profumata, me ne resi conto ora dal profumo di rose –
douceur de vivre che riempie l’aria, la dolcezza di vivere,
come dice il proverbio. Ad un certo punto,

mi è venuto in mente che ero sola.
Dove erano finiti gli altri
i miei cugini e mia sorella, Caitlin e Abigail?

Ormai la luce stava svanendo. Dov’era l’auto
in attesa di portarci a casa?

Allora ho iniziato a cercare qualche alternativa. ho sentito
che cresceva in me un’impazienza, vicina, direi, all’ansia.
Alla fine, in lontananza, ho scorto un trenino,
si fermò, sembrava, dietro un fogliame, il conduttore,
appoggiato allo stipite di una porta, fumando una sigaretta.

Non dimenticarmi, ho gridato, correndo adesso
su molte trame, molte madri e padri –
Non dimenticarmi, ho gridato, quando finalmente l’ho raggiunto.
Signora, disse, indicando i binari,
sicuramente si rende conto che questa è la fine, le tracce non vanno oltre.
Le sue parole erano dure, eppure i suoi occhi erano gentili;
questo mi ha incoraggiata a insistere sulle mie ragioni.
Ma tornano indietro, ho detto, e ho osservato
la loro solidità, come se avessero numerosi ritorni davanti a loro.

Sappia, ha detto, che il nostro lavoro è difficile: ci confrontiamo
con molto dolore e delusione.
Mi guardò con crescente franchezza.
Una volta ero come lei, aggiunse, innamorato della confusione.

Ora ho parlato come a un vecchio amico:
E tu, ho detto, visto che era libero di andarsene,
non hai voglia di tornare a casa,
rivedere la città?

Questa è casa mia, ha detto.
La città — la città è dove scompaio.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Aboriginal landscape

You’re stepping on your father, my mother said,
and indeed I was standing exactly in the center
of a bed of grass, mown so neatly it could have been
my father’s grave, although there was no stone saying so.

You’re stepping on your father, she repeated,
louder this time, which began to be strange to me,
since she was dead herself; even the doctor had admitted it.

I moved slightly to the side, to where
my father ended and my mother began.

The cemetery was silent. Wind blew through the trees;
I could hear, very faintly, sounds of weeping several rows away,
and beyond that, a dog wailing.

At length these sounds abated. It crossed my mind
I had no memory of being driven here,
to what now seemed a cemetery, though it could have been
a cemetery in my mind only; perhaps it was a park, or if not a park,
a garden or bower, perfumed, I now realized, with the scent of roses—
douceur de vivre filling the air, the sweetness of living,
as the saying goes. At some point,

it occurred to me I was alone.
Where had the others gone,
my cousins and sister, Caitlin and Abigail?

By now the light was fading. Where was the car
waiting to take us home?

I then began seeking for some alternative. I felt
an impatience growing in me, approaching, I would say, anxiety.
Finally, in the distance, I made out a small train,
stopped, it seemed, behind some foliage, the conductor
lingering against a doorframe, smoking a cigarette.

Do not forget me, I cried, running now
over many plots, many mothers and fathers—

Do not forget me, I cried, when at last I reached him.
Madam, he said, pointing to the tracks,
surely you realize this is the end, the tracks do not go farther.
His words were harsh, and yet his eyes were kind;
this encouraged me to press my case harder.
But they go back, I said, and I remarked
their sturdiness, as though they had many such returns ahead of them.

You know, he said, our work is difficult: we confront
much sorrow and disappointment.
He gazed at me with increasing frankness.
I was like you once, he added, in love with turbulence.

Now I spoke as to an old friend:
What of you, I said, since he was free to leave,
have you no wish to go home,
to see the city again?

This is my home, he said.
The city—the city is where I disappear.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014