«che fanno quei due» – Enrico Testa

André Kertész, Chaises du Luxembourg, Paris, 1925

 

che fanno quei due
seduti su una panchina,
che ridono e parlano
parlano e ridono,
presi tutti nel raccontarsi
l’un l’altra la vita?
Ora si fermano e tacciono:
passa per i viali
di questa villetta cittadina
l’antica ombra
che tanti anni prima
(o forse nel tempo anteriore
della loro comparsa)
li protesse a Lisbona
– all’Alto de Santa Catarina –
dal colloquio col sangue.
Restano immobili,
gli sguardi fissi sul porto
e le mani, sottili e gelide,
strette sul dopo.
Ma senza paura,
solo un poco affannati
per l’ora incombente della chiusura

Enrico Testa

da “Pasqua di neve”, Einaudi, Torino, 2008

Canzone sulla guerra – Jaroslav Seifert

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare cosí rapidamente
come invecchiano le armi.

La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi.

Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!

E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio

come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità.

Ma noi – e questa è speranza –
possiamo ancora un attimo,
ancora un breve attimo possiamo
riflettere.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “Concerto sull’isola”, 1965, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Píseň o válce

Uškrťte válku,
ať ženy mohou se usmívat
a nestárnou tak rychle,
jako stárnou zbraně.

Válka však říká: Jsem!
Jsem od počátků,
nebylo nikdy chvíle,
abych nebyla.

Jsem stará jako hlad
a jako milování.
Já jsem se nestvořila,
ale svět je můj!

A já ho zničím.
Budu při tom,
až ohnivě krvavý cár
bude padat do tmy

jako slina dětí
na dno studny,
když si chtějí změřit
její tmavou hloubku.

Ale my – a to je naděje –
můžeme ještě chvilku,
ještě malou chvilku můžeme
o tom přemýšlet.

Jaroslav Seifert

da “Koncert na ostrově”, Československý spisovatel, 1965 

«È nel dispiegarsi minuto» – Chandra Livia Candiani

Foto di Elda Papa

 

È nel dispiegarsi minuto
delle ore che incede
una troppo maestosa
solitudine. È un sipario
stracciato un animale
che apre un varco feroce
nella commedia di parole vane:
non montagne sacre
ma piccole spazzature
damine di filo spinato
acrobati di stracci
belve di mattonella,
così si fanno largo
i miracoli non visti
così premendo alle pupille,
un fragoroso segno
della croce: sì,
ce l’hai fatta
a diventare celeste
madre equilibrista.

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

Un vestito di jersey rosa – Ted Hughes

Ted Hughes and Sylvia Plath in Yorkshire, UK, 1956, Ph. Harry Ogden

 

Nel tuo vestito di jersey rosa
quando nulla era ancora imbrattato
stavi davanti all’altare. Bloomsday.

Pioggia – e così un ombrello appena comprato
fu la sola parte del mio abbigliamento
con meno di tre anni di servizio.
La cravatta – unica, triste, nera, di ex aviere della RAF –
era il simbolo frusto di una cravatta.
La giacca di velluto a coste – tre volte ritinta di nero, stremata,
si teneva in piedi per miracolo.

Ero un genero di austerità, da dopoguerra!
Non proprio il Principe-Ranocchio. Forse il Porcaro
che rubava i sogni di pedigree di questa figlia
da sotto il suo futuro sorvegliato da torrette e riflettori.

Nessuna cerimonia d’arruolamento poteva spogliarmi
dalla mia uniforme. Indossavo tutto il mio guardaroba –
eccetto qualche capo di ricambio, identico.
Le mie nozze, come la Natura, volevano nascondersi.
Comunque, se dovevamo sposarci
era meglio farlo a Westminster Abbey. Perché no?
Il Decano ci spiegò perché no. Fu così
che seppi di avere una Chiesa parrocchiale.

San Giorgio degli Spazzacamini.
E alla fine in qualche modo ci sposammo.
Tua madre, coraggiosa anche in questo
azzardo degli Affari Esteri americani,
fece la parte di tutte le damigelle e di tutti gli invitati,
e persino, magnanima, rappresentò
la mia famiglia che non sapeva nulla.
Avevo invitato solo gli antenati.
Non avevo confidato il mio furto di te
nemmeno a un carissimo amico. Come testimone – scudiero
addetto ai temporanei anelli –
sequestrammo il sacrestano. Colmo dello scandalo:
stava caricando su un bus un gruppo di bambini
per portarli allo zoo – sotto quel diluvio!
Tutti gli animali della prigione dovettero pazientare
che fossimo sposati.
                                      Tu eri trasfigurata.
Così sottile e nuova e nuda,
un ramo oscillante di lillà bagnato.
Tremavi, singhiozzavi di gioia, eri profondità d’oceano
traboccanti di Dio.
Dicesti che vedevi aprirsi i cieli
e mostrare ricchezze, pronte a piovere su noi.
Levitato al tuo fianco, io ero soggetto
a uno strano tempo grammaticale: il futuro incantato.

In quel presbiterio feriale spoglio d’echi,
ti vedo
lottare per contenere le fiamme
nel tuo vestito di jersey rosa
e nelle tue pupille – grandi gemme sfaccettate
che scuotono le loro fiamme di lacrime, davvero come grosse gemme
agitate in una coppa di dadi e offerte a me.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

A Pink Wool Knitted Dress

In your pink wool knitted dress
Before anything had smudged anything
You stood at the altar. Bloomsday.

Rain – so that a just-bought umbrella
Was the only furnishing about me
Newer than three years inured.
My tie – sole, drab, veteran RAF black –
Was the used-up symbol of a tie.
My cord jacket – thrice-dyed black, exhausted,
Just hanging on to itself.

I was a post-war, utility son-in-law!
Not quite the Frog-Prince. Maybe the Swineherd
Stealing this daughter’s pedigree dreams
From under her watchtowered searchlit future.

No ceremony could conscript me
Out of my uniform. I wore my whole wardrobe –
Except for the odd, spare, identical item.
My wedding, like Nature, wanted to hide.
However – if we were going to be married
It had better be Westminster Abbey. Why not?
The Dean told us why not. That is how
I learned that I had a Parish Church.
St George of the Chimney Sweeps.
So we squeezed into marriage finally.
Your mother, brave even in this
US Foreign Affairs gamble,
Acted all bridesmaids and all guests,
Even – magnanimity – represented
My family
Who had heard nothing about it.
I had invited only their ancestors.
I had not even confided my theft of you
To a closest friend. For Best Man – my squire
To hold the meanwhile rings –
We requisitioned the sexton. Twist of the outrage:
He was packing children into a bus,
Taking them to the Zoo – in that downpour!
All the prison animals had to be patient
While we married.
                                   You were transfigured.
So slender and new and naked,
A nodding spray of wet lilac.
You shook, you sobbed with joy, you were ocean depth
Brimming with God.
You said you saw the heavens open
And show riches, ready to drop upon us.
Levitated beside you, I stood subjected
To a strange tense: the spellbound future.

In that echo-gaunt, weekday chancel
I see you
Wrestling to contain your flames
In your pink wool knitted dress
And in your eye-pupils – great cut jewels
Jostling their tear-flames, truly like big jewels
Shaken in a dice-cup and held up to me.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998

Solo licheni e tundra – Franco Buffoni

Peter Demetz, Bianconero, IV

 
Solo licheni e tundra

Tu intervenisti lì
All’imbocco della valletta
Dove ad un tratto muta la vegetazione:
Solo licheni e tundra
Per qualche ettaro,
Forse la lingua di ghiaccio profonda
Che formò il lago
Lì sotto non si è sciolta,
Resiste tra i detriti coi resti dei mammut.
Forse il tempo tiene lì la poesia.

In fondo al viottolo

Quando le distanze si contavano a giardini
Che mancavano per arrivare a scuola
C’era sempre una via Lazzaretto
Dalle nostre parti,
Che ancora non finiva
Contro il guard rail.

Se le due auto parcheggiate
Una dietro all’altra
In fondo al viottolo
Permangono, vuota la prima
Con due volti accosti di profilo nell’altra
Lentamente a inabissarsi…

Che cosa mai è il corpo?
Che cosa il seno
Con il suo rosso, il suo velluto
Le vene violette in controluce
Da micascisto a terra

Come se il mio cuore pompasse
Sangue annacquato,
Smisi di fissarti dopo.
Quando dalla bocca
Cominciarono ad uscire
Le parole che dicevo.

Un pioppo caldo

Sotto la punta del faro, legato a colorare,
Chinandomi come se stessi per baciare,
E tenendo il corpo come un cucchiaio
A oscillare dentro quel moto,
Un pioppo caldo sotto il livello del mare.

Verso la sorgente

Davvero il senso di scorrimento
Delle acque sotterranee
Lo indovini dalle strisce
Di verde più fitto
A ritroso verso la sorgente.
Me lo ripeto adesso che mi dico
Ce l’ho fatta, non può avere capito.
E dentro tremo come un libro al fuoco
Dell’Indice.

Una porta chiusa

Forzando a più non posso
– Se leale avrei perso –
La palla di servizio
Per sbilanciarti al gioco,
Costringerti cattiva.
O forse a scuola
La paura della dimostrazione
Che non sapevo a memoria.
Infine bastava una porta chiusa,
Qualche centimetro di legno scuro
A separare il ballatoio fuori.

Ma per ammirare quell’arrossamento
Delle cime al calare del sole,
Mi sia concesso ancora di esitare
Sulla soglia.

A casa tua, il tuo posto negli occhi.
E poi lavarci insieme
Ed asciugarci.
Come un prete con la cotta
Tu, l’accappatoio –
Roselline e fiori bianchi sulla carta da parati.

Taino d’inverno

E tetti cortili androni ballatoi
Mentre scendo al cancello,
Finestre insegne io che cammino.
Il colore quello di Taino d’inverno
Con le biciclette a due a due
Verso l’imbarcadero. L’anno il 1970,
Quello della lepre che attraversa a balzi
Il lato scoperto del canneto
Aspettando che il tuo braccio si alzi
A scacciare la notte.
A fare risorgere il rosso.

Rododendro

Come è esangue la Dufour¹ in questa aurora
Sulla montagna rosa
Mentre il primo raggio-laser la perfora
Tenendola ferma con il ghiaccio.
Lo piantammo assieme e adesso
Abita con me la conca
Il tuo fiore col ramo
Lo ritrovo in questa luce
Chinato sul respiro
A schiudersi scostandosi: peccato
Non si possa muovere, inscì bel…
E acuta è la smorfia di dolore
Rivolta intensamente al fiore.

Tu legno e io²

Come una preghiera per non violenti giorni
Dal lago si estendeva ai colli circostanti,
Sommergeva persino i già bisbigli
Emessi dai risvegli,
Era il cielo con due nuvole
L’emissione della voce
E a forma di labbra la pronuncia:
Tu legno e io poliuretano espanso.
Quando si dice i materiali antichi
Destinati a durare
E quelli innovativi…
Cercavamo il sesso della morte
Nelle pitture alpine. È maschio è maschio
Ricordo che scoprivo.

Franco Buffoni

da “Jucci”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

¹ Rododendro: Dufour, una delle cime del monte Rosa.
² Tu legno e io: nelle pitture alpine, dalle Pennine alle Carniche, come nel Nord Europa, la morte è raffigurata come un essere di genere maschile.