Labirinto – Wisława Szymborska

Foto di Chema Madoz

 

– e ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia,
dove convergono,
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibile soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù, a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta.
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non farti sfuggire.
Quindi di qui o di qua
magari per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraverso infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo,
da luogo a luogo,
fino a molti ancora aperti,
dove c’è buio ed incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia
e d’improvviso un dirupo,
un dirupo, ma un ponticello,
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma solo quello,
perché un altro non c’è.

Deve pur esserci un’uscita,
è più che certo.
Ma non tu la cerchi,
è lei che ti cerca,
e lei fin dall’inizio
che ti insegue,
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua
fuga, fuga –

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Due punti / Qui”, Libri Scheiwiller, 2010

∗∗∗

Labirynt

− a teraz kilka kroków
od ściany do ściany,
tymi schodkami w górę,
czy tamtymi w dół,
a potem trochę w lewo,
jeżeli nie w prawo,
od muru w głębi muru
do siódmego progu,
skądkolwiek, dokądkolwiek
aż do skrzyżowania,
gdzie się zbiegają,
żeby się rozbiegnąć
twoje nadzieje, pomyłki, porażki,
próby, zamiary i nowe nadzieje.

Droga za drogą,
ale bez odwrotu.
Dostępne tylko to,
co masz przed sobą,
a tam, jak na pociechę,
zakręt za zakrętem,
zdumienie za zdumieniem,
za widokiem widok.
Możesz wybierać
gdzie być albo nie być,
przeskoczyć, zboczyć
byle nie przeoczyć.
Więc tędy albo tędy,
chyba że tamtędy,
na wyczucie, przeczucie,
na rozum, na przełay,
na chybił trafił,
na splątane skróty.
Przez któreś z rzędu rzędy
korytarzy, bram,
prędko, bo w czasie
niewiele masz czasu,
z miejsca na miejsce
do wielu jeszcze otwartych,
gdzie ciemność i rozterka
ale prześwit, zachwyt,
gdzie radość, choć nieradość
nieomal opodal,
a gdzie indziej, gdzieniegdzie,
ówdzie i gdzie bądź
szczęście w nieszczęściu
jak w nawiasie nawias,
i zgoda na to wszystko
i raptem urwisko,
urwisko, ale mostek,
mostek, ale chwiejny,
chwiejny, ale jedyny,
bo drugiego nie ma.

Gdzieś stąd musi być wyjście,
to więcej niż pewne.
Ale nie ty go szukasz,
to ono cię szuka,
to ono od początku
w pogoni za tobą,
a ten labirynt
to nic innego jak tylko,
jak tylko twoja, dopóki się da,
twoja, dopóki twoja,
ucieczka, ucieczka −

Wisława Szymborska

da “Dwukropek”, Wydawnictwo a5, Kraków, 2005

«Il fiore di geranio che dal davanzale» – Roberto Mussapi

Donata Wenders, Zora, Paris, France, 2002

 

Il fiore di geranio che dal davanzale
entrò in lei una mattina di sole, mentre si vestiva
come i tulipani a Van Gogh, un grido
di luce nella gola e uscendo dalla soglia,
tra i disegni delle portine e gli angoli delle case
scese come piena di fuoco in metropolitana, vide
le are dischiudersi a figure lontane e le anime
salire sulla vettura, alcune serene altre
con gli occhi cupi e le mani sudate
e poi allontanarsi lungo la scia buia
portata dal silenzio delle gallerie, scrutata
dai video che salivano alla regione del cielo
e dopo schiudendo gli occhi ritornare alla luce
fedele al grido rosso di quel mattino, al ronzio
del metrò che la seguiva nel sole come il suono
del mare, la propria immagine
attraversare il cristallo della portineria di riflessi
verdacquei, il sibilo costante dei terminali
come un’energia elettrica che unisse le vene
i volti netti inquadrati nelle finestre segate
nei muri, d’alluminio chiaro. A sera
sentì l’amato penetrarla come una spada
di fuoco e pianse stringendo il suo capo
come dovesse annullarsi e sparire
rientrare nel fiore di geranio che al ritorno
dormiva. Passerà secoli di viaggio nel cunicolo
buio guardando le ombre transitorie come d’oblio
di chi le ha conosciute ed amate
proverà un brivido strano nella portineria
e guarderà l’amato all’improvviso alle spalle
chiunque sarà, quel fuoco transitorio
e perenne che un giorno fu in lei
nel fiore di geranio come nei tulipani
in Van Gogh, lei non ricorderà,
lei non saprà, lei tornerà nei cunicoli
tra i fratelli addolorati e ignari,
ma il suo cuore non cambierà più ragione
e i suoi occhi guarderanno per sempre con un altro
inconsapevole, sovrano amore.

Roberto Mussapi

da “Luce frontale”, Jaca Book, 1998

Campanule d’amore – Patrick Kavanagh

 

Ci saranno campanule che crescono sotto i grandi alberi
E tu sarai lì ed io sarò lì in maggio;
Per qualche altro motivo dovremo ambedue far tardi
La sera a Dunshaughlin – per accontentare
Qualche immaginaria relazione,
Così tutti e due avremo da camminare in quel boschetto.

Ci interesserà l’erba
E il cerchio di un vecchio secchio e l’edera che intesse
Verdi incongruenza tra le foglie morte,
Fingeremo di sorprenderci al passare dei carri –

Guardando di lato solo di tanto in tanto le campanule nel boschetto,
Senza spaventarle mai con esclamazioni troppo concitate.

Saremo cauti e non gli faremo capire
Che le stiamo guardando, altrimenti assumeranno
Una posa di mera apparenza come ragazzi
Colti alla sprovvista in una castità naturale.
Non esigeremo dalle campanule del boschetto
Un’adulazione eccessiva dei nostri desideri.

Avremo altri amori – o così penseranno;
Le primule oppure le felci o le rose canine,
O anche i reticolati arrugginiti,
O le viole all’ombra dei terrapieni di acetosella.
Le campanule del boschetto varranno solo
Come digressione nel nostro segreto contemplare.

Conosceremo l’amore poco a poco, sguardo dopo sguardo.
Ah, la terra sotto queste radici è così bruna!
Andremo a rubare in cielo mentre Dio è in città –
Per puro caso ho scoperto un angelo sorridente
Che sbirciava tra i tronchi del boschetto
Mentre tu ed io camminavamo verso la stazione.

Patrick Kavanagh

(Traduzione di Saverio Simonelli)

da “Andremo a rubare in cielo”, Ancora, 2009

***

Bluebells for love

There will be bluebells growing under the big trees
And you will be there and I will be there in May;
For some other reason we both will have to delay
The evening in Dunshaughlin – to please
Some imagined relation,
So both of us came to walk through that plantation.

We will be interested in the grass,
In an old bucket-hoop, in the ivy that weaves
Green incongruity among dead leaves,
We will put on surprise at carts that pass –

Only sometimes looking sideways at the bluebells in the plantation
And never frighten them with too wild an exclamation.

We will be wise, we will not let them guess
That we are watching them or they will pose
A mere facade like boys
Caught out in virtue’s naturalness.
We will not impose on the bluebells in that plantation
Too much of our desire’s adulation.

We will have other loves or so they’ll think;
The primroses or the ferns or the briars,
Or even the rusty paling wires,
Or the violets on the sunless sorrel bank,
Only as an aside the bluebells in the plantation
Will mean a thing to our dark contemplation.

We’ll know love little by little, glance by glance.
Ah, the clay under these roots is so brown!
We’ll steal from Heaven while God is in the town –
I caught an angel smiling in a chance
Look through the tree-trunks of the plantation
As you and I walked slowly to the station.

Patrick Kavanagh

da “Collected Poems”, W. W. Norton & Company, 1964

Milano – Diego Valeri

Foto di Paul Apal’kin

 

Corso Venezia rombava e cantava
come un giovane fiume a primavera.
Noi due, sperduti, s’andava s’andava,
tra la folla ubriaca della sera.

Ti guardavo nel viso a quando a quando:
eri un aperto luminoso fiore.
Poi ti prendevo la mano tremando:
e mi pareva di prenderti il cuore.

Diego Valeri

da “Poesie vecchie e nuove”, “Lo Specchio” Mondadori, 1952

 

Nel ripubblicare alcuni testi di “Crisalide” nel volume antologico “Poesie vecchie e nuove” (1930), Valeri compie numerosi tagli e mutamenti. Uno degli esempi più noti riguarda la poesia “Corso Venezia”.
Corso Venezia rombava e cantava
come un giovane fiume a primavera.
Noi due, sperduti, s’andava s’andava,
tra la folla ubriaca della sera.
Ti guardavo nel viso a quando a quando:
eri un pallido e molle e ardente fiore.
Poi ti sfioravo la mano tremando:
ed eri mia, mia tutta, e carne e cuore.
[Crisalide, 1921, p.68]
Mutato il nome in “Milano”, la seconda quartina diventa:
(…)
Ti guardavo nel viso a quando a quando:
eri un aperto luminoso fiore.
Poi ti prendevo la mano tremando:
e mi pareva di prenderti il cuore.
[Poesie vecchie e nuove, 1930, p.54]

Neve – Michael Krüger

Edward Hopper, Room in New York, 1932

 

C’è odore di neve,
un odore che non occorre descrivere,
niente grandi parole di meraviglia.
Onde, le ultime, tremolano sul mare,
sottili come matite, finché il ghiaccio
non le fissa e stampa in metri regolari.

Le nostre condizioni sono buone,
leggiamo il giornale, guardiamo la televisione,
osserviamo Amleto e i suoi dubbi,
amiamo Mörike e gli Impromptus di Schubert,
anche la povertà non ci lascia insensibili,
né la vicina né la lontana.

Il nostro vicino sapeva tutto del sanscrito,
adesso si è tolto la vita
perché sua moglie l’ha lasciato. Poco fa
lo vedevamo ancora in giardino occupato coi merli,
curvo come un interrogativo, gli uccelli
a saltellargli intorno come tanti puntini.

Si vive più a lungo di quel che si credeva.
Distinguiamo i concetti giusti
dagli sbagliati. Amiamo la neve
quando i sentieri sembrano i bordi
degli annunci mortuari. Tronfia
la morte scansa la vita

e già è dileguata nel bianco.

Michael Krüger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Spostare l’ora”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

∗∗∗

Schnee

Es riecht nach Schnee,
ein Geruch, der ohne Beschreibung auskommt,
ohne große Worte der Bewunderung.
Über den See zucken letzte Wellen,
bleistiftdünn, bis sie das Eis
ausdruckt in regelmäßigen Versen.

Wir leben in guten Verhältnissen,
lesen die Zeitung, schauen fern,
sehen zu, wie Hamlet zweifelt,
lieben Mörike und Schuberts Impromptus,
auch die Armut läßt uns nicht kalt,
in der Nähe nicht und nicht in der Ferne.

Unser Nachbar wußte alles über Sanskrit,
jetzt hat er sich das Leben genommen,
weil seine Frau ihn verließ. Eben noch
sahen wir ihn im Garten bei den Amseln,
krumm wie ein Fragezeichen, die Vögel
wie hüpfende Punkte um ihn herum.

Wir leben länger als gedacht.
Wir unterscheiden die richtigen Begriffe
von den falschen. Wir lieben den Schnee,
wenn die Wege aussehen wie die Ränder
von Traueranzeigen. Großspurig
läuft der Tod dem Leben davon,

schon ist er im Weiß verschwunden.

Michael Krüger

da “Umstellung der Zeit: Gedichte”, Suhrkamp Verlag, Berlin, 2013