Una vetta – Diego Valeri

Donata Wenders, Untitled I, 2002

 

Eran disciolti veli di diafana bianchezza,
lievi come respiro, che passavano via,
sfiorando nevi e rocce d’una breve carezza
e subito svanendo nell’azzurra chiaría.

Nebbie del piano ardente, che il gran vento del mare
recava su le vette… Ma nell’ora beata
io sentivo e vedevo angeli trasvolare
su la terra in offerta tutta al cielo levata:

ali ali ali vedevo apparire e sparire
sul mio capo, com’ombre di pura luce, e un canto
divinamente triste mi pareva d’udire
d’ogni parte fluire dentro il silenzio santo…

Oh, l’anima era sopra di sé, sopra la vita,
alta sul suo soffrire, come in un paradiso!
Alta sopra la stessa soavità infinita
delle tue mani, amore, posate sul mio viso.

Diego Valeri

daPoesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

«Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza» – Diego Valeri

Suchitra Bhosle, Grace, 2010

 

Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza
di braccia come ali, di mani come fiori,
tremar di palpebre basse, tenere labbra incolori,
capelli come un’erba bionda di sole e d’altezza.

Tu da così lontana lontananza venuta,
coi tuoi piccoli passi di smarrita fanciulla,
dentro la notte immensa e chiusa come il nulla,
a posar sul mio petto quest’angoscia tua muta.

Poi lenta levi il capo, e mi fissi negli occhi
gli occhi tuoi nudi, fondi, innamorati dentro,
e allora mi travolge la rapina d’un vento
di luce, e mi consuma come nuvola a fiocchi.

Diego Valeri

da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

Che tu sia benedetta, o creatura… – Diego Valeri

Foto di Sayaka Maruyama

 

Che tu sia benedetta, o creatura
piccola nostra, caro immenso amore,
dolce primaveretta
che fiorisci la nostra oscura via
della tua gioia tutta bianca e rosa.
Ecco: io ti stringo al petto, ti raccolgo,
così piccola e fragile e leggera,
tutta nelle mie mani;
e il tepor sento del tuo viso molle
contro il mio viso, e l’aerea carezza
dei tuoi capelli a fior delle mie labbra.
E ti guardo e t’ascolto respirare…
E mi pare, non so, mi pare d’averti
non qui, presso di me, ma in me, ben dentro
alla mia carne, in mezzo del mio cuore,
profondamente, dolorosamente,
soavemente mia. E ti chiudo così nella mia vita,
come chiude la rosa del mattino
nel caldo grembo della sua corolla
la stilla di rugiada tremula e luminosa
che una stella in su l’alba le donò.

Diego Valeri

da “Umana”, San Marco dei Giustiniani, Genova, 2008

Piazza delle Erbe – Diego Valeri

Foto di Bruce Weber

 

A Verona, quel turbolento
pomeriggio di tarda estate
(nuvole in giro, rotte, strappate,
per un cielo verde di vento),

m’ero incantato a contemplare
i giochi magici del sole
tra gli ombrelloni delle erbaiole,
che si riaprivano ad asciugare.

Tanta gioia m’aveva preso
(oh, la mia vecchia gioia fanciulla!),
che non pensavo proprio a nulla,
e il cuore m’era come sospeso.

Traboccavano dalle ceste
uve biondine, diafane, pallide,
su peperoni lucidi gialli
e su rosati velluti di pèsche;

dalle cannelle della fontana
si discioglievano trecce d’argento,
e una canzone di corcontento
intorno intorno si dilatava.

Mio tutto l’oro che a sprazzi pioveva
dal cielo ondoso temporalesco;
mio quel colore e profumo fresco
d’erbe bagnate, di frutti di terra!…

Ma poi che porsi, appena a sfiorare,
sopra una pèsca la mano vogliosa,
con una fitta dolorosa
mi riprese l’antico mio male;

ché mi sovvenne una tenera mano
e quella guancia delicata…
Tutta la gioia m’era mancata,
solo a pensare il tuo viso lontano.

Diego Valeri

daPoesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1967

Milano – Diego Valeri

Foto di Paul Apal’kin

 

Corso Venezia rombava e cantava
come un giovane fiume a primavera.
Noi due, sperduti, s’andava s’andava,
tra la folla ubriaca della sera.

Ti guardavo nel viso a quando a quando:
eri un aperto luminoso fiore.
Poi ti prendevo la mano tremando:
e mi pareva di prenderti il cuore.

Diego Valeri

da “Poesie vecchie e nuove”, “Lo Specchio” Mondadori, 1952

 

Nel ripubblicare alcuni testi di “Crisalide” nel volume antologico “Poesie vecchie e nuove” (1930), Valeri compie numerosi tagli e mutamenti. Uno degli esempi più noti riguarda la poesia “Corso Venezia”.
Corso Venezia rombava e cantava
come un giovane fiume a primavera.
Noi due, sperduti, s’andava s’andava,
tra la folla ubriaca della sera.
Ti guardavo nel viso a quando a quando:
eri un pallido e molle e ardente fiore.
Poi ti sfioravo la mano tremando:
ed eri mia, mia tutta, e carne e cuore.
[Crisalide, 1921, p.68]
Mutato il nome in “Milano”, la seconda quartina diventa:
(…)
Ti guardavo nel viso a quando a quando:
eri un aperto luminoso fiore.
Poi ti prendevo la mano tremando:
e mi pareva di prenderti il cuore.
[Poesie vecchie e nuove, 1930, p.54]