La tuffatrice – Roberto Mussapi

Edward Steichen, Katherine Rawls, 1931

 

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.
Ho avuto paura, una volta. Le scalette
erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempia e tempia, la mia meta
oscura, il fondo, ho avuto paura.
Si sgretolava la scalinata ferma, la lenta ascesa marmorea,
tutto ridiventava inconsistente,
non come pareva, ai lati vuoti,
ma nelle due rampe che dovevo ascendere
per arrivare a dieci metri al fondo vasca.
Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.
Non era un viaggio ma un ritorno, mi allontanavo
non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
sfiorando il fondo, bruciando me stessa.
Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.
Non so che cosa cercavo, ferma col busto,
spingendo in alto, forte con le braccia,
allora, ascoltami, vedevo me stessa
che si perdeva nell’avvitamento.
Ascoltami, volevo solo spostare il tempo,
fuori di me e fuori da voi tutti.
Sognavo di ritrovarci.
Non conoscevo niente del mio viaggio,
attesa immobile, su uno sgabello.
Tutto era già avvenuto e lo attendevo.
Non il responso, il giudizio, l’evento
trasumanato in numero e astratto
da quella che ero e sono, dal mio corpo
solo, infinitamente, lontano ormai
dal vostro mondo e dalla piattaforma.
E tutto era accaduto in tre secondi.
Dall’aria allo schiaffo dell’acqua, da quel volo
sognato un tempo al fulmineo ritorno.
E tutto era già accaduto, era già stato,
dalla spinta iniziale durante la partenza
tutto già definito e fatto per sempre.
Difficile non sbagliare tra terra e acqua,
e impossibile il volo quand’anche perfetto,
scendevo a te, a voi, nel fondo,
per voi l’ascesa e il vuoto e l’angoscia della pedana,
ma non lo sapevo allora, credevo
che fosse solo il volo d’angelo,
credevo fosse solo me stessa e non qualcosa
che tu volevi e io dovevo darti
fuori di te e di me, in quell’attimo.

Roberto Mussapi

da “La piuma del Simorgh”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

Narrativa – Mark Strand

 

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva ammutolita
tra nubi sparse la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – cioè io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi sul fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni finirà,
come pure qualsiasi altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore dell’erba
dopo una notte di pioggia o ciò che resta di una voce
che ci fa sapere senza sillabarlo
di non disperare: se la fine è prossima, anch’essa passerà.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “La vita ininterrotta”, 1992, in “Mark Strand, L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

Fiction

I think of the innocent lives
Of people in novels who know they’ll die
But not that the novel will end. How different they are
From us. Here, the moon stares dumbly down,
Through scattered clouds, onto the sleeping town,
And the wind rounds up the fallen leaves,
And somebody—namely me—deep in his chair,
Riffles the pages left, knowing there’s not
Much time for the man and woman in the rented room,
For the red light over the door, for the iris
Tossing its shadow against the wall; not much time
For the soldiers under the trees that line
The river, for the wounded being hauled away
To the cities of the interior where they will stay;
The war that raged for years will come to a close,
And so will everything else, except for a presence
Hard to define, a trace, like the scent of grass
After a night of rain or the remains of a voice
That lets us know without spelling it out
Not to despair; if the end is come, it too will pass.

Mark Strand

da “The continuous life”, Alfred A. Knopf, New York, 1990

Alghe, anemoni di mare – Antonella Anedda 

Foto di Hengki Koentijoro

 

Vediamo il mondo quanto basta,
non di piú non di meno di quanto sopportiamo,
la testa che immergiamo nell’acqua è la sola promessa
di una vita ulteriore, nel grigio che sfuma ogni pensiero.
Le alghe oscillano arrossate dagli anemoni di mare.
La mente non fa male, il fondale trema
di una luce autunnale.
Vieni acqua buia intrecciami di ortica,
la crescita lenta è già finita.

Antonella Anedda 

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018

Notte di pioggia – Juana de Ibarbourou

Juana de Ibarbourou

 

Piove… Aspetta, non dormire,
Ascolta bene ciò che dice il vento
E ciò che dice l’acqua mentre batte
Con le dita minute contro i vetri.

Tutto il mio cuore diventa orecchio
Per ascoltare l’ammaliata sorella,
Che ha dormito nel cielo,
Che ha visto il sole da vicino,

E adesso scende elastica e allegra
Dalla mano del vento,
Come una viaggiatrice
Che torna dal regno delle meraviglie.

Come sarà felice il grano morbido!
Con quanta avidità s’offrirà l’erba!
Quanti diamanti penderanno adesso
Dal fogliame profondo nei pineti!

Aspetta, non dormire. Ascoltiamo
Il ritmo della pioggia
Appoggia tra i miei seni
La fronte silenziosa.

Io sentirò pulsare le tue tempie
Palpitanti e tiepide
Come fossero dei martelli vivi
Battendo sulla mia carne.

Aspetta, non dormire. Questa notte
Noi due siamo un mondo,
Isolato dal vento e dalla pioggia
Dentro il tiepido rifugio dell’alcova.

Aspetta, non dormire. Questa notte
Siamo forse la radice sublime
Dalla quale germinerà domani
Il tronco bello di una stirpe nuova.

Juana de Ibarbourou

(Traduzione di Martha Canfield)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

***

Noche de lluvia

Llueve… Espera, no te duermas,
Estáte atento a lo que dice el viento
Y a lo que dice el agua que golpea
Con sus dedos menudos en los vidrios.

Todo mi corazón se vuelve oídos
Para escuchar a la hechizada hermana,
Que ha dormido en el cielo,
Que ha visto al sol de cerca,

Y baja ahora elástica y alegre
De la mano del viento,
Igual que una viajera
Que toma de un país de maravilla.

¡Cómo estará de alegre el trigo ondeante!
¡Con qué avidez se esponjará la hierba!
¡Cuántos diamantes colgarán ahora
Del ramaje profundo de los pinos!

Espera, no te duermas. Escuchemos
El ritmo de la lluvia.
Apoya entre mis senos
Tu frente taciturna.

Yo sentiré el latir de tus dos sienes
Palpitantes y tibias,
Como si fueran dos martillos vivos
Que golpearan mi carne.

Espera, no te duermas. Esta noche
Somos los dos un mundo
Aislados por el viento y por la lluvia
Entre la cuenca tibia de una alcoba.

Espera, no te duermas. Esta noche
Somos acaso la raíz suprema
De donde debe germinar mañana
El tronco bello de una raza nueva

Juana de Ibarbourou

da “Obras escogidas”, Andres Bello, 1998

Monologo del Non so – Mariangela Gualtieri

Man Ray, Solarisation, 1931

 

Io non so se questa mia vita sta spianata su un
buco vuoto. Non so se il silenzio che indago
è intrecciato alla mia sostanza molle.
Io non so se quello che cerco e ho cercato e
cercherò, non so se quello che cerco
è un insulto a quel vuoto.
Non so se questo fatto di non avere
un paio di ali, sia premio o castigo,
io non so se la polveriera
della mia inquietudine sia un trono
su cui mi siedo minacciato, se la fuga che
a scatti regolari mi pungola, se quel
puerile sogno di fuga sia uno sgambetto
d’angelo, d’un buffone d’angelo che
mi vuole inciampare.

Io non so se l’amore sia una guerra o una
tregua, non so se l’abbandono d’amore

sia una legge che la vita cuce fino al
ricamo finale. Io non so
che farmene di questi nemici che premono,
non so che farmene oggi di questo oggi
e me lo ciondolo fra le dita perplesse,
non so parlare quello che
è sentito nel profondo me, non so parlarlo
quell’essere qui presente fra le vite degli
altri.

Io non so spiegarmi l’imperturbabilità
di Dio, e non mi spiego di non udire il
suo grave lamento, il suo urlo di collera o
d’amore, e non so vederlo che sono in cecità
ma vorrei sentirlo almeno piangere come piango io
guardando le facce indolorate, guardando le
facce con grave malattia terrestre,
io non so invocarlo né bestemmiarlo che
è troppo nella sottrazione e troppo
astratto per i miei chili umani.

Io non so forse non voglio
consegnarmi negli uffici del mondo,
e stare buono nelle sale d’aspetto della
vita. Io non so nient’altro
che la vita e molte nuvole intorno che
me la confondono me la confondono e non
so cosa aspetto, cosa sto aspettando in questo
sporgermi al tempo che viene. Io non so
e vorrei, vorrei, non so stare
fuori misura, fuori misura umana,
fuori da questa taglia finita.

Io non so perché guardando l’acqua del mare
mi salta in petto una gioia di figlio con la
madre. Non so se questa uscita mia in un secolo
a caso, se questo essere qui a casaccio,
io non so spiegarmi questa malattia
all’attacco del mondo, non so guarire
questa malattia che indolora e vorrei
sistemare ogni cosa, in un sogno puerile di
tregua, in un’arcadia anche retorica,
in un dormire abbracciato dei
guerrieri 
che si innamorano.

Io non ho capito e dovrei,
non ho capito il mondo della
vita, io non ho capito la legge sottostante
e non ho da fare la consegna a
questi eredi cuccioli che aspettano, che esigono
da me l’aver capito.
Io non so la canzone
che spensiera e non so soccorrervi
non so pur volendolo
con quella forza di cagna
che dà il latte, non so soccorrervi nel vostro
sbando, io non so farvi un canto della
guarigione, non so farvi da balsamo

io non so mettervi nel coraggio essenziale,
nello slancio, nel palpito.

Il mio Graal l’ho ritrovato e perso cento
volte.

Io non so se le particelle piriche del mio 
disagio fanno una miccia che incendia.
Non so se l’Attila del mondo ha
una forza che straborda le mie
dita pacifiche, non so se indurlo a
guerrigliare, non so se indurlo
se sedurlo se ridurlo a sagoma
di sogno, non so se alzare bandiera bianca
o finirò impantanato nella sua
normalità stupefacente, nella sua
normalità di Attila che
fa terra bruciata, non so se battermi,
essere patriota di un’idea sollevata, non so
se fare il giuramento alla
primavera che dice la sua infiorando e
incantando, non so se slanciarmi
nel cataclisma barbarico e dare
un goccio d’acqua alle bocche
screpolate dei fratelli, non so
se fare il giuramento a questa tregua
domestica, se fare il giuramento delle
pance satolle o azionare un voltafaccia
che strozza ogni boccone. Non so se nell’uno o
nell’altro caso sono salvo, se sono salvo
quando viene l’angelo
col suo atto d’accusa, e ci condanna ancora
ad una logica finanziaria
e poi dà l’ordine di sospendere le vite.

Io non so se la bellezza è questa accademia di
centimetri, se la bellezza, la bellezza è questa
carnevalesca decadenza di saltimbanchi,
io non mi spiego la crocifissione
della grazia, e non mi spiego perché
mi trovo qui, in questo covo rivoltato
in questa fossa con gli orchi attuali
in questo lato barbarico della specie,
e non so perché stando ad occidente non si
ode quell’alleluia delle cose.
Io non so se in questa schiena
senza ali ci sono grandi pianure da cui fare
il decollo, se in questa spina dorsale
ci sono istruzioni
per la manovra di decollo, se sono io la freccia
di questo arco della schiena, se sono io
arco e freccia, non so in quale mano
non mano o zampa di Dio mi stanno
torchiando, e sottoponendo al duro
allenamento dei dolori terrestri.

Io non so se la solitudine, se quello
strazio chiamato solitudine, se quell’andare
via dei corpi cari, se quel restare soli
dei vivi, io non so se quel lamento della
solitudine, se quel portarci via le facce
se quel loro sparire
di facce che avevamo dentro il respiro, non so
se il dono sia questo portarci via le
carezze, questa slacciatura.
È poco il poco che so e di questo
poco io chiedo perdono. Io chiedo
perdono per quello che so, perdono io chiedo
per tutto quello che so.

Mariangela Gualtieri

da “Fuoco centrale e altre poesie per il teatro”, Einaudi, Torino, 2003