Visita – Ted Hughes

Wynn Bullock, Woman behind screen door, ca.1970 (particolare)

 

Lucas, il mio amico, uno
di quei tre o quattro che restano immutati
come un io separato,
pietra nel letto del fiume
sotto ogni mutamento, diventò tuo amico.
Lo seppi, messo in guardia. Consumavo
la giovinezza sulla sedia di un ufficio vicino a Slough,
mattina e sera tra Slough e Holborn,
accumulando la paga per finanziare un balzo verso la libertà
all’altro capo della terra − una caduta libera
per strapparmi di dosso la crisalide nella scia.
Nei fine settimana, recidivo, tornavo
all’Alma Mater. La mia ragazza
condivideva supervisore e incontri settimanali
con la tua rivale americana e con te.
Ti detestava. Alimentò di tue foto,
e non sapeva di quale celluloide
infiammabile, il mio silenzioso
e insaziabile futuro, la torcia interna
della mia ricerca a moscacieca. Con l’amico,
dopo mezzanotte, eccomi in un giardino,
a lanciar zolle a una finestra buia.

Lui, ubriaco, era sicuro che fosse la tua.
Io, ubriaco la metà, non sapevo che si sbagliava.
Né sapevo che stavo sostenendo l’audizione
per il ruolo di primo attore nel tuo dramma,
mimando i primi facili movimenti
come a occhi chiusi, cercando a tentoni il personaggio.
Come una marionetta azionata per prova,
o le zampe di una rana morta toccate dagli elettrodi.
Eseguivo quei gesti a scatti − osservato e giudicato
solo dall’oscurità stellata e da un’ombra.
A te ignoto e di te nulla sapendo.
Miravo a trovarti e mancavo il bersaglio e lo mancavo ancora.
Lanciavo terra contro un vetro che non poteva proteggerti
perché non eri lì.

Dieci anni dopo la tua morte
incontro su una pagina del tuo diario, come mai prima,
lo shock della tua gioia
quando ti fu detto. Poi lo shock
delle tue preghiere. E sotto le preghiere il panico
che le preghiere potessero non creare il miracolo,
poi, sotto il panico, l’incubo
che ti arrivava addosso per schiacciarti:
la tua alternativa − l’impensabile
antica disperazione e la nuova angoscia
che si fondevano in un unico ben noto inferno.

D’un tratto leggo tutto questo −
le tue parole, nell’atto di sgorgarti
dalla gola e dalla lingua e di posarsi sulla pagina −
proprio come quando tua figlia, anni fa ormai,
entrando piano e guardandomi fisso,
disorientata,
dove io lavoravo solo
nella casa silenziosa, chiese a un tratto:
«Papà, dov’è la mamma?». La terra gelata
del giardino, mentre la raspavo.
Tutt’intorno a me l’enorme orologio di gelo
di quella mezzanotte. E in un punto
al suo interno, desideroso di non sentire nulla,
un pulsare di febbre. In un punto
di quell’intorpidimento della terra
il nostro futuro che cercava di essere.
Alzo gli occhi − come per incontrare la tua voce
con tutto il suo incalzante futuro
che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare
il libro delle parole stampate.
Sei morta da dieci anni. È solo una storia.
La tua storia. La mia storia.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Visit

Lucas, my friend, one
Among those three or four who stay unchanged
Like a separate self,
A stone in the bed of the river
Under every change, became your friend.
I heard of it, alerted. I was sitting
Youth away in an office near Slough,
Morning and evening between Slough and Holborn,
Hoarding wage to fund a leap to freedom
And the other side of the earth – a free-fall
To strip my chrysalis off me in the slipstream.
Weekends I recidived
Into Alma Mater. Girl-friend
Shared a supervisor and weekly session
With your American rival and you.
She detested you. She fed snapshots
Of you and she did not know what
Inflammable celluloid into my silent
Insatiable future, my blind-man’s-buff
Internal torch of search. With my friend,
After midnight, I stood in a garden
Lobbing soil-clods up at a dark window.

Drunk, he was certain it was yours.
Half as drunk, I did not know he was wrong.
Nor did I know I was being auditioned
For the male lead in your drama,
Miming through the first easy movements
As if with eyes closed, feeling for the role.
As if a puppet were being tried on its strings,
Or a dead frog’s legs touched by electrodes.
I jigged through those gestures – watched and judged
Only by starry darkness and a shadow.
Unknown to you and not knowing you.
Aiming to find you, and missing, and again missing.
Flinging earth at a glass that could not protect you
Because you were not there.

Ten years after your death
I meet on a page of your journal, as never before,
The shock of your joy
When you heard of that. Then the shock
Of your prayers. And under those prayers your panic
That prayers might not create the miracle,
Then, under the panic, the nightmare
That came rolling to crush you:
Your alternative – the unthinkable
Old despair and the new agony
Melting into one familiar hell.

Suddenly I read all this –
Your actual words, as they floated
Out through your throat and tongue and onto your page –
Just as when your daughter, years ago now,
Drifting in, gazing up into my face,
Mystified,
Where I worked alone
In the silent house, asked, suddenly:
‘Daddy, where’s Mummy?’ The freezing soil
Of the garden, as I clawed it.
All round me that midnight’s
Giant clock of frost. And somewhere
Inside it, wanting to feel nothing,
A pulse of fever. Somewhere
Inside that numbness of the earth
Our future trying to happen.
I look up – as if to meet your voice
With all its urgent future
That has burst in on me. Then look back
At the book of the printed words.
You are ten years dead. It is only a story.
Your story. My story.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, London: Faber and Faber, 1998

Rosso – Ted Hughes

 Sylvia Plath and Ted Hughes in Yorkshire, UK, 1956, Ph. Harry Ogden

 

Il rosso era il tuo colore.
Se non il rosso, il bianco. Ma il rosso
era quello di cui ti avvolgevi.
Rosso sangue. Era sangue?
Era ocra rossa, per riscaldare i morti?
Ematite per rendere immortali
le preziose ossa ereditate, le ossa di famiglia.

Quando riuscisti finalmente a fare a modo tuo
la nostra stanza fu rossa. Una camera di giudizio.
Scrigno chiuso per pietre preziose. Il tappeto di sangue
con motivi di oscuramenti, di rapprendimenti.
Le tende – sangue di velluto rubino,
cascate di sangue dal soffitto al pavimento.
I cuscini, lo stesso. Lo stesso
carminio crudo lungo il sedile sotto la finestra.
Una cella pulsante. Altare azteco − tempio.

Solo le librerie sfuggirono nel bianco.

E fuori della finestra
papaveri sottili, rugosi e fragili
come la pelle sul sangue,
salvie, di cui tuo padre ti aveva dato il nome,
come sangue che sprizza ad arco da uno squarcio,
e rose, le ultime gocce del cuore,
catastrofiche, arteriose, condannate.

La tua gonna lunga a ruota di velluto, una fascia di sangue,
un sontuoso bordò.
Le tue labbra un cremisi umido, intenso.
Adoravi il rosso.
Io lo sentivo carne viva − i margini netti come garza
di una ferita che si irrigidisce. Vi toccavo
la vena aperta, il luccichio incrostato.

Tutto quello che dipingevi lo dipingevi di bianco
e poi lo inondavi di rose, lo sconfiggevi,
ti chinavi sopra sgocciolando rose,
piangendo rose, e rose ancora,
poi a volte, tra le rose, un uccellino azzurro.

L’azzurro ti era più benefico. L’azzurro erano ali.
Sete azzurro martin pescatore venute da San Francisco
avvolsero la tua gravidanza
in carezze di crogiolo.
L’azzurro era il tuo spirito benevolo − non un demone predatore
ma elettrizzato, un custode, attento.

Nell’abisso del rosso
ti nascondesti per sfuggire al bianco della clinica d’ossa.

Ma la gemma che perdesti era azzurra.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Red

Red was your colour.
If not red, then white. But red
Was what you wrapped around you.
Blood-red. Was it blood?
Was it red-ochre, for warming the dead?
Haematite to make immortal
The precious heirloom bones, the family bones.

When you had your way finally
Our room was red. A judgement chamber.
Shut casket for gems. The carpet of blood
Patterned with darkenings, congealments.
The curtains – ruby corduroy blood,
Sheer blood-falls from ceiling to floor.
The cushions the same. The same
Raw carmine along the window-seat.
A throbbing cell. Aztec altar – temple.

Only the bookshelves escaped into whiteness.

And outside the window
Poppies thin and wrinkle-frail
As the skin on blood,
Salvias, that your father named you after,
Like blood lobbing from a gash,
And roses, the heart’s last gouts,
Catastrophic, arterial, doomed.

Your velvet long full skirt, a swathe of blood,
A lavish burgundy.
Your lips a dipped, deep crimson.
You revelled in red.
I felt it raw – like the crisp gauze edges
Of a stiffening wound. I could touch
The open vein in it, the crusted gleam.

Everything you painted you painted white
Then splashed it with roses, defeated it,
Leaned over it, dripping roses,
Weeping roses, and more roses,
Then sometimes, among them, a little bluebird.

Blue was better for you. Blue was wings.
Kingfisher blue silks from San Francisco
Folded your pregnancy
In crucible caresses.
Blue was your kindly spirit – not a ghoul
But electrified, a guardian, thoughtful.

In the pit of red
You hid from the bone-clinic whiteness.

But the jewel you lost was blue.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, London: Faber and Faber, 1998

Il destino si diverte – Ted Hughes

 

Poiché il messaggio si imbattè in un folletto,
poiché i precedenti fecero lo sgambetto alle attese,
poiché la tua Londra era ancora un caleidoscopio
di nomi e luoghi rimescolabili a ogni scossa,
aspettasti e ti sbagliavi. La corriera del Nord
arrivò, si svuotò, e io non c’ero.
Avesti un bell’insistere
e implorare l’autista, con probabili lacrime,
di farmi saltar fuori o ricordarsi d’avermi visto
mancare di un soffio la partenza. Non c’ero.
Le otto di sera: ero disperso
in qualche punto dell’Inghilterra. Tenesti a freno
la tua fiduciosa ispirazione
e non ti buttasti nel traffico che vorticava
intorno alla Victoria Station, con la certezza assoluta
di incrociarmi dove dovevo essere, per strada.
Io non ero per strada né lì né altrove. Ero seduto
placido al mio posto sul treno
che andava dondolando verso King’s Cross. Qualcuno,
più calmo di te, ebbe un suggerimento. E fu così che
quando scesi dal treno, pensando di trovarti
in qualche punto all’inizio del binario,
vidi quel maroso e quell’agitazione, una figura
che fendeva di petto la corrente dei passeggeri liberati,
poi il tuo viso liquefatto, gli occhi liquefatti
e le tue esclamazioni, le braccia agitate,
le lacrime sparse
come se fossi ritornato dai morti
contro ogni possibilità, contro
ogni negazione salvo la tua preghiera
ai tuoi dèi. Lì capii cosa significa
essere un miracolo. E dietro di te
il tuo allegro tassista, che rideva, come un piccolo dio,
nel vedere un’americana fare tanto l’americana,
nel vedere la tua folle corsa di bighe –
i tuoi singhiozzi, gli incitamenti, le suppliche
di far accadere ciò che avevi bisogno che accadesse –
così completamente vittoriosa, grazie a lui.
Be’, fu una combinazione straordinaria
che il mio treno non arrivasse prima, molto prima,
che entrasse in stazione, in ritardo, nel momento esatto
in cui tu irrompevi sul marciapiede. Fu
naturale e miracoloso, e fu un presagio
che confermava tutto quanto
volevi confermato. E la tua immensa disperazione,
la corsa nel panico per Londra
e ora il tuo trionfo mi piovvero addosso
come un amore ingrandito quarantanove volte,
come il primo fragoroso rovescio che sommerge
la siccità di agosto,
quando l’intera terra spaccata sembra sussultare
e ogni foglia trema
e ogni cosa leva le braccia piangendo.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Fate Playing

Because the message somehow met a goblin,
Because precedents tripped your expectations,
Because your London was still a kaleidoscope
Of names and places any jolt could scramble,
You waited mistaken. The bus from the North
Came in and emptied and I was not on it.
No matter how much you insisted
And begged the driver, probably with tears,
To produce me or to remember seeing me
Just miss getting on. I was not on it.
Eight in the evening and I was lost and at large
Somewhere in England. You restrained
Your confident inspiration
And did not dash out into the traffic
Milling around Victoria, utterly certain
Of bumping into me where I would have to be walking.
I was not walking anywhere. I was sitting
Unperturbed, in my seat on the train
Rocking towards King’s Cross. Somebody,
Calmer than you, had a suggestion. So,
When I got off the train, expecting to find you
Somewhere down at the root of the platform,
I saw that surge and agitation, a figure
Breasting the flow of released passengers,
Then your molten face, your molten eyes
And your exclamations, your flinging arms
Your scattering tears
As if I had come back from the dead
Against every possibility, against
Every negative but your own prayer
To your own gods. There I knew what it was
To be a miracle. And behind you
Your jolly taxi-driver, laughing, like a small god,
To see an American girl being so American,
And to see your frenzied chariot-ride –
Sobbing and goading him, and pleading with him
To make happen what you needed to happen –
Succeed so completely, thanks to him.
Well, it was a wonder
That my train was not earlier, even much earlier,
That it pulled in, late, the very moment
You irrupted onto the platform. It was
Natural and miraculous and an omen
Confirming everything
You wanted confirmed. So your huge despair,
Your cross-London panic dash
And now your triumph, splashed over me,
Like love forty-nine times magnified,
Like the first thunder cloudburst engulfing
The drought in August
When the whole cracked earth seems to quake
And every leaf trembles
And everything holds up its arms weeping.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998

Fiaba – Ted Hughes

Sylvia Plath and Ted Hughes

 

Il quarantanove era il tuo numero magico.
Quarantanove questo.
Quarantanove quello. Quarantotto
porte nel tuo alto palazzo potevano essere aperte.
Ogni notte, dopo che eri andata via,
potevo scegliere tra quarantotto stanze.
Ma la quarantanovesima – ne tenevi tu la chiave.
Quella l’avremmo aperta, un giorno, insieme.

Andavi via: una vampata di capelli e un tuffo
nell’abisso.
Ogni notte. Il tuo amante Orco
che per tutto il giorno ritemprava le forze
dentro la morte, aspettava nel baratro
sotto le stelle frementi.
E io avevo quarantotto chiavi, porte e stanze
con cui giocare. Il tuo Orco
era la somma, stipata in una sola carcassa vudù,
di tutti i tuoi amanti passati –
quanti, chi, dove, quando
non lo dicesti mai neppure al tuo diario segreto.
Solo uno splendeva come un vulcano
lontano nella notte.
Ma io non guardai mai, non vidi mai
la sua effigie laggiù, che bruciava nelle tue lacrime
come fosse di catrame.
Come il lume da notte di un bambino addormentato,
consolava il tuo cosmo.
Nel frattempo, quell’Orco era più che sufficiente,
come se ogni notte tu morissi per stargli vicino,
come se volassi via nella morte.
Queste le tue notti. Di giorno,
sorridente, mi ascoltavi
raccontare le sorprese di questa o quella
delle quarantotto stanze.
La tua felicità rendeva soffice il letto.
Una fiaba? Sì.

Fino al giorno in cui gridasti nel sonno
(no, non fui io, come credevi,
fosti tu). Gridasti
il tuo male d’amore per quell’Orco,
la tua supplica gemente.

Coi capelli di ghiaccio, lo sentii echeggiare
per tutti i corridoi del nostro palazzo –
alto lassù fra le aquile. Finché lo sentii
battere alla quarantanovesima porta
come il mio cuore batteva contro le costole.
Un suono spaventoso.
Batteva a quella porta come il mio cuore
che cercava di uscire dal corpo.

L’indomani notte – dopo il tuo tuffo
per ritrovare quelle braccia
che si inarcavano verso di te dalla morte –
trovai quella porta. Col cuore che mi feriva le costole
aprii la quarantanovesima porta
con un filo d’erba. Tu non hai mai saputo
quale passe-partout avessi trovato
in un semplice filo d’erba. Ed entrai.

La quarantanovesima stanza si contorse tutta
al ruggito dell’Orco
che, sfondata la parete, si tuffò
nel suo abisso. Lo intravidi
mentre inciampavo
nel tuo cadavere e cadevo con lui
dentro il suo abisso.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

***

Fairy Tale

Forty-nine was your magic number.
Forty-nine this.
Forty-nine that. Forty-eight
Doors in your high palace could be opened.
Once you were gone off every night
I had forty-eight chambers to choose from.
But the forty-ninth – you kept the key.
We would open that, some day, together.

You went off, a flare of hair and a plunge
Into the abyss.
Every night. Your Ogre lover
Who recuperated all day
Inside death, waited in the chasm
Under the tingling stars.
And I had forty-eight keys, doors, chambers,
To play with. Your Ogre
Was the sum, crammed in one voodoo carcase,
Of all your earlier lovers –
You never told even your secret journal
How many, who, where, when.
Only one glowed like a volcano
Off in the night.
But I never looked, I never saw
His effigy there, burning in your tears
Like a thing of tar.
Like a sleeping child’s night-light,
It consoled your cosmos.
Meanwhile, that Ogre was more than enough,
As if you died each night to be with him,
As if you flew off into death.
So your nights. Your days
With your smile you listened to me
Recounting the surprises of one or other
Of the forty-eight chambers.
Your happiness made the bed soft.
A fairy tale? Yes.

Till the day you cried out in your sleep
(No, it was not me, as you thought.
It was you.) You cried out
Your love-sickness for that Ogre,
Your groaning appeal.

Icy-haired, I heard it echoing
Through all the corridors of our palace –
High there among eagles. Till I heard it
Beating on the forty-ninth door
Like my own heart on my own ribs.
A terrifying sound.
It beat on that door like my own heart
Trying to get out of my body.

The first next night – after your plunge
To find again those arms
Arching towards you out of death –
I found that door. My heart hurting my ribs
I unlocked the forty-ninth door
With a blade of grass. You never knew
What a skeleton key I had found
In a single blade of grass. And I entered.

The forty-ninth chamber convulsed
With the Ogre’s roar
As he burst through the wall and plunged
Into his abyss. I glimpsed him
As I tripped
Over your corpse and fell with him
Into his abyss.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998

Un vestito di jersey rosa – Ted Hughes

Ted Hughes and Sylvia Plath in Yorkshire, UK, 1956, Ph. Harry Ogden

 

Nel tuo vestito di jersey rosa
quando nulla era ancora imbrattato
stavi davanti all’altare. Bloomsday.

Pioggia, e così un ombrello appena comprato
fu la sola parte del mio abbigliamento
con meno di tre anni di servizio.
La cravatta – unica, triste, nera, di ex aviere della RAF –
era il simbolo frusto di una cravatta.
La giacca di velluto a coste – tre volte ritinta di nero, stremata,
si teneva in piedi per miracolo.

Ero un genero di austerità, da dopoguerra!
Non proprio il Principe-Ranocchio. Forse il Porcaro
che rubava i sogni di pedigree di questa figlia
da sotto il suo futuro sorvegliato da torrette e riflettori.

Nessuna cerimonia d’arruolamento poteva spogliarmi
dalla mia uniforme. Indossavo tutto il mio guardaroba –
eccetto qualche capo di ricambio, identico.
Le mie nozze, come la Natura, volevano nascondersi.
Comunque, se dovevamo sposarci
era meglio farlo a Westminster Abbey. Perché no?
Il Decano ci spiegò perché no. Fu così
che seppi di avere una Chiesa parrocchiale.

San Giorgio degli Spazzacamini.
E alla fine in qualche modo ci sposammo.
Tua madre, coraggiosa anche in questo
azzardo degli Affari Esteri americani,
fece la parte di tutte le damigelle e di tutti gli invitati,
e persino, magnanima, rappresentò
la mia famiglia che non sapeva nulla.
Avevo invitato solo gli antenati.
Non avevo confidato il mio furto di te
nemmeno a un carissimo amico. Come testimone – scudiero
addetto ai temporanei anelli –
sequestrammo il sacrestano. Colmo dello scandalo:
stava caricando su un bus un gruppo di bambini
per portarli allo zoo – sotto quel diluvio!
Tutti gli animali della prigione dovettero pazientare
che fossimo sposati.
                                      Tu eri trasfigurata.
Così sottile e nuova e nuda,
un ramo oscillante di lillà bagnato.
Tremavi, singhiozzavi di gioia, eri profondità d’oceano
traboccanti di Dio.
Dicesti che vedevi aprirsi i cieli
e mostrare ricchezze, pronte a piovere su noi.
Levitato al tuo fianco, io ero soggetto
a uno strano tempo grammaticale: il futuro incantato.

In quel presbiterio feriale spoglio d’echi,
ti vedo
lottare per contenere le fiamme
nel tuo vestito di jersey rosa
e nelle tue pupille – grandi gemme sfaccettate
che scuotono le loro fiamme di lacrime, davvero come grosse gemme
agitate in una coppa di dadi e offerte a me.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

***

A Pink Wool Knitted Dress

In your pink wool knitted dress
Before anything had smudged anything
You stood at the altar. Bloomsday.

Rain – so that a just-bought umbrella
Was the only furnishing about me
Newer than three years inured.
My tie – sole, drab, veteran RAF black –
Was the used-up symbol of a tie.
My cord jacket – thrice-dyed black, exhausted,
Just hanging on to itself.

I was a post-war, utility son-in-law!
Not quite the Frog-Prince. Maybe the Swineherd
Stealing this daughter’s pedigree dreams
From under her watchtowered searchlit future.

No ceremony could conscript me
Out of my uniform. I wore my whole wardrobe –
Except for the odd, spare, identical item.
My wedding, like Nature, wanted to hide.
However – if we were going to be married
It had better be Westminster Abbey. Why not?
The Dean told us why not. That is how
I learned that I had a Parish Church.
St George of the Chimney Sweeps.
So we squeezed into marriage finally.
Your mother, brave even in this
US Foreign Affairs gamble,
Acted all bridesmaids and all guests,
Even – magnanimity – represented
My family
Who had heard nothing about it.
I had invited only their ancestors.
I had not even confided my theft of you
To a closest friend. For Best Man – my squire
To hold the meanwhile rings –
We requisitioned the sexton. Twist of the outrage:
He was packing children into a bus,
Taking them to the Zoo – in that downpour!
All the prison animals had to be patient
While we married.
                                   You were transfigured.
So slender and new and naked,
A nodding spray of wet lilac.
You shook, you sobbed with joy, you were ocean depth
Brimming with God.
You said you saw the heavens open
And show riches, ready to drop upon us.
Levitated beside you, I stood subjected
To a strange tense: the spellbound future.

In that echo-gaunt, weekday chancel
I see you
Wrestling to contain your flames
In your pink wool knitted dress
And in your eye-pupils – great cut jewels
Jostling their tear-flames, truly like big jewels
Shaken in a dice-cup and held up to me.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998