«Ci esercitiamo già alla morte di domani» – Nelly Sachs

Nelly Sachs

 

Ci esercitiamo già alla morte di domani 
quando ancora appassisce in noi l’antica morte – 
Oh, angoscia insostenibile dell’uomo – 

Oh, abitudine alla morte fin nei sogni 
dove la morte si frantuma in nere schegge 
e l’ossea luna rischia le rovine – 

Oh, angoscia insostenibile dell’uomo – 

Dove sono i dolci rabdomanti, 
angeli di quiete, che toccano per noi 
la segreta fonte che dalla stanchezza 
stilla nella morte?

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Le stelle si oscurano”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

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«Wir üben heute schon den Tod von morgen»

Wir üben heute schon den Tod von morgen
wo noch das alte Sterben in uns welkt –
O Angst der Menschheit nicht zu überstehn –

O Todgewöhnung bis hinein in Träume
wo Nachtgerüst in schwarze Scherben fällt
und beinern Mond in den Ruinen leuchtet –

O Angst der Menschheit nicht zu überstehn –

Wo sind die sanften Rutengänger
Ruhe-Engel, die den verborgnen Quell
uns angeführt, der von der Müdigkeit
zum Sterben rinnt?

Nelly Sachs

da “Sternverdunkelung: Gedichte”, Frankfurt am Main: Suhrkamp, 1949

Turbamento – Anna Andreevna Achmatova

Paul Luknitsky, Anna Achmatova, c. 1925

1.

La luce incandescente soffocava,
e i suoi sguardi parevano raggi.
Ebbi solo un sussulto:
quest’uomo può domarmi.
Si inchinò… dirà qualcosa…
Il sangue defluí dal viso.
Come pietra tombale,
si pose l’amore sulla mia vita.

2.

Non ami, non vuoi guardare?
Ah, come sei bello, maledetto!
Fin dall’infanzia ho avuto ali,
ma ora non posso spiccare il volo.
Una nebbia mi vela la vista,
vi si confondono cose e volti,
ed è soltanto un tulipano rosso,
il tulipano che porti all’occhiello.

3.

Come vuole semplice cortesia,
mi si fece vicino, mi sorrise,
tra carezzevole e indolente,
mi sfiorò con un bacio la mano,
e mi guardarono le pupille
di misteriose, antiche effigi…
Dieci anni di palpiti e grida,
tutte le mie notti insonni
le riposi in una parola sommessa,
pronunciata invano.
Te ne andasti, e di nuovo
l’anima è vuota e chiara.

Anna Andreevna Achmatova

1913

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

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СМЯТЕНИЕ

1

Было душно от жгучего света,
А взгляды его—как лучи.
Я только вздрогнула: этот
Может меня приручить.
Наклонился—он что-то скажет…
От лица отхлынула кровь.
Пусть камнем надгробным ляжет
На жизни моей любовь.

2

Не любишь, не хочешь смотреть?
О, как ты красив, проклятый!
И я не могу взлететь,
А с детства была крылатой.
Мне очи застит туман,
Сливаются вещи и лица,
И только красный тюльпан,
Тюльпан у тебя в петлице.

3

Как велит простая учтивость,
Подошел ко мне, улыбнулся,
Полуласково, полулениво
Поцелуем руки коснулся—
И загадочных, древних ликов
На меня поглядели очи…
Десять лет замираний и криков,
Все мои бессонные ночи
Я вложила в тихое слово
И сказала его напрасно.
Отошел ты, и стало снова
На душе и пусто и ясно.

Анна Андреевна Ахматова

1913

da “Бег времени: стихотворения 1909-1965”, Сов. писатель, Ленинградское отд-ние, 1965

A labbra serrate – Piero Bigongiari

Susan Burnstine, Impasse

 

Un’ombra ancora, un’ombra che non scompare
come un discorso pieno di propositi,
e questo cielo senza vittoria per nessuno,
le mani calde, la bocca amara d’amare.

Inutile parlarvi, miei morti sconosciuti,
inutile cercarvi, voi uomini della terra,
per la troppa terra che nasconde il vostro cielo,
solo vostro è il cielo per cui soffriamo tutta la terra.

Tutta la terra e gli errori penosi perché piccoli,
le stragi come muri d’argilla a ridosso dei quali ci ripariamo,
con un fazzoletto scarlatto asciughiamo il sangue per non vederlo
con uno bianco le lacrime per non piangere.

Con un passo piú lungo commettiamo la stanchezza, a che cosa?,
la rosa in un vortice repentino scopre la primavera in un deserto
e le stagioni si salvano dai cannoni ma non dagli sguardi degli uomini
che forse esistono sulla terra per uno scompenso di menzogne

come il vento in un dislivello barometrico.
Asciughiamo le lacrime anche con le parole,
con la fucileria piú fitta, con gli amici che salgono le scale.
E inventiamo d’andare a letto, per inventare qualcosa,

mentre sentiamo che la vita divaria dalla morte
veramente, non c’è dubbio, ma siamo stanchi lo stesso,
come quando stanchi della musica ascoltiamo solo gli strumenti.

Piero Bigongiari

15 aprile ’44

da “Rogo”, 1942-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Da lontano – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è piú posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

VI – Titos Patrikios

Foto di Izis Bidermanas

 

Io non sono quello che vedi, quello che conosci
non sono solo quello che dovresti imparare.
Devo a qualcuno ogni brandello della mia carne,
se ti tocco con la punta del dito
ti toccano milioni di persone,
se ti parla una mia parola
ti parlano milioni di persone –
riconoscerai gli altri corpi che danno forma al mio?
ritroverai le mie orme tra miriadi di altre impronte?
distinguerai i miei gesti nella marea della folla?
Io sono anche quello che fui e che piú non sono –
le mie cellule morte, le mie azioni
morte, i pensieri morti
di notte tornano a dissetarsi nel mio sangue.
Io sono quello che non sono ancora –
dentro di me martella l’impalcatura del futuro.
Sono quello che devo diventare –
intorno a me gli amici esigono, i nemici vietano.
Non cercarmi altrove
cercami soltanto qui
soltanto in me.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Fine dell’estate”, 1953 -1954, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007