Gli amici – Titos Patrikios

Geoffrey Johnson

 

Non è il ricordo degli amici uccisi a
straziarmi le viscere.
È il pianto per le migliaia di sconosciuti
che lasciarono gli occhi spenti
nei becchi degli uccelli,
che stringono nelle mani gelate
una manciata di bossoli e di spini.
I passanti sconosciuti
con cui non parlammo mai
con cui solo per poco ci guardammo
quando ci fecero accendere la sigaretta
nella strada serale.
Le migliaia di amici sconosciuti
che diedero la vita
per me.

Titos Patrikios

19 gennaio 1949

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Ritorno alla poesia (1941-1951)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

∗∗∗

Οἱ φίλοι

Δέ ν εἶναι ἡ θύμηση τῶν σϰοτωμένων φίλων
πού  μοῦ σϰίζει τώρα τά σωθιϰά.
Εἶναι ὁ θρῆνος γιά τού ς χιλιάδες ἄγνωστους
πού  ἀφήσανε στά ράμφη τῶν πουλιῶν
τά σβησμένα μάτια τους
πού  σφίγγουνε στά παγωμένα χέρια τους
μιά φούχτα ϰάλυϰες ϰι ἀγϰάθια.
Τού ς ἄγνωστους περαστιϰού ς διαβάτες
πού  ποτέ μας δέ  μιλήσαμε
πού  μόνο ϰάποτε γιά λίγο ϰοιταχτήϰαμε
ὅταν μᾶς ἔδωσαν τή φωτιά τοῦ τσιγάρου τους
στό βραδινό δρόμο.
Τού ς χιλιάδες ἄγνωστους φίλους
πού  ἔδωσαν τή ζωή τους
γιά μένα.

Τίτος Πατρίϰιος

(19 Γενάρη 1949)

da “Ἐπιστροφή στήν ποίηση”, Αθήνα, 1951

La chiesa dei sette martiri – Titos Patrikios

Foto di Nicola Bertellotti

 

Alla luce della luna che inondava l’isola
sembrava essersi risvegliato il vulcano sommerso
le nostre mani si trasformavano in polpi
cercando corpi vicini e inaccessibili
fino a perdersi nelle loro tane oscure.
Dita bianche, tentacoli bianchi, giunture bianche,
le mani cercavano di trattenere
nella loro umida cavità
la forma del tuo corpo che cambiava,
e cambiavi tu stessa, non eri piú tu,
eri le sette donne che avevo amato
e io ero i sette ragazzi addormentati
che subirono il martirio e morirono sette volte.
Ogni volta che allungo le mani per toccarti
trovo il mare, le pietre, la luna
che esistono oltre noi e non ci sanno.
Come nessuno sa che tempo or sono
mi hanno sepolto nella corte
di questa chiesa deserta, dimenticata.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Fermata a richiesta (1967-1973)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

Debito – Titos Patrikios

Foto di Anja Bührer

 

Tra tutta questa morte che è venuta e viene,
guerre, esecuzioni, processi, morte e ancora morte
malattie, fame, fatalità fatali,
amici e nemici assassinati da sicari,
stroncature sistematiche e necrologi pronti,
la vita che vivo è quasi un dono.
Un dono della sorte, se non un furto della vita altrui,
perché la pallottola a cui scampai non andò a vuoto
ma colpí l’altro corpo che si trovò al mio posto.
Cosí, come un dono immeritato, mi fu data la vita,
e tutto il tempo che mi resta
è come se mi fosse stato regalato dai morti
per narrare la loro storia.

Titos Patrikios

Novembre 1957

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Tirocinio (1956-1959)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

I simulacri e le cose – Titos Patrikios

Michael Kenna, Falaise d’Aval et Nuages, Etretat, France, 2000

 

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
non temere, diceva il poeta,
ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropòvori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
«inesauribili le forze del male nell’uomo»
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
«Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti?»
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e già deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti o cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
La poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “La resistenza dei fatti”, 2000, in “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Τά ομοιώματα καί τα πράγματα

Κι Ινώ δεν περιμέναμε πώς θά ξανασυμβεΐ
μαυρίζει πάλι δπως ή πίσσα 6 ούρανός
ή νύχτα γεννάει τέρατα από σκοτάδι
σκιάχτρα του υπνου καί του ξύπνου
κλείνουν τις διαβάσεις, ζητάνε λύτρα, απειλούν.
Τους Λαιστρυγόνας καί τους Κύκλωπας…
μή φοβάσαι, έλεγε ό ποιητής
δμως φοβάμαι τά σημερινά τους ομοιώματα
καί πιο πολύ δσους τά κινούν.

Φοβάμαι δσους στρατεύονται γιά νά μάς σώσουν
άπό μιά κόλαση πού περιμένει μόνο εμάς,
δσους κηρύσσουν ορθή καί υγιεινή ζωή
μέ άναγκαστική σίτιση μετάνοιας,
δσους μάς άπαλλάσσουν άπό τήν άγωνία τού θανάτου
μέ ισόβια δάνεια σώματος καί ψυχής,
δσους μάς δυναμώνουν μέ άνθρωποβόρα διεγερτικά
μ’ ελιξίρια μεταλλαγμένης νιότης.

Όπως μιά στάλα βιτριόλι καίει τό μάτι
έτσι μπορεί ένα φιαλίδιο κακίας
νά φαρμακώσει άναρίθμητες ζωές,
«άτέλειωτες οι δυνάμεις τού κακού στον άνθρωπο»
κανοναρχούν άγορητές άπό εκατό μεριές
μόνο πού οί κάτοχοι τής άπόλυτης άλήθειας
άνακαλύπτουν το κακό πάντα στούς άλλους.

«Μά ή ποίηση τί χάνει, τί χάνουν οί ποιητές;»
φωνάζουν αύτοί πού προσδοκούν συναίνεση
στα δσα έχουν σκεφτεΐ κι αποφασίσει,
πού θέλουν καί τώρα οί ποιητές να παίζουν
τον ρόλο τού γελωτοποιού, τού αύλικού ή τού προφήτη.

Όμως οί ποιητές παρά τήν έπαρσή τους
η τήν ταπείνωση μπροστά στούς ισχυρούς
τήν αυταρέσκεια ή τή λατρεία των πολλών
παρά τήν ελλειπτικότατα ή τούς πλατειασμούς
κάποια στιγμή έπιλέγουν, καταγγέλλουν, έλπίζουν
ζητούν, όπως τδ ζήτησε τήν κρίσιμη ώρα
ό άλλος ποιητής, περισσότερο φως.
Κι ή ποίηση δέν προσαρμόζει στά παρόντα
τό ίδιο Ιργο πού παίζεται, άπο χρόνια
δέν ψαλμωδεί όδηγίες χρήσεως του καλού
δέν ζωντανεύει ψόφιους σκύλους τής μεταφυσικής.
Επισκοπώντας τά πράγματα πού έχουν ήδη γίνει
ή ποίηση ψάχνει γι’ άπαντήσεις
σ’ έρωτήματα πού άκόμα δέν έχουνε τεθεί.

Τίτος Πατρίκιος

da “Ή άντίσταση των γεγονότων”, εκδ, Κέδρος, 2000

VI – Titos Patrikios

Foto di Izis Bidermanas

 

Io non sono quello che vedi, quello che conosci
non sono solo quello che dovresti imparare.
Devo a qualcuno ogni brandello della mia carne,
se ti tocco con la punta del dito
ti toccano milioni di persone,
se ti parla una mia parola
ti parlano milioni di persone –
riconoscerai gli altri corpi che danno forma al mio?
ritroverai le mie orme tra miriadi di altre impronte?
distinguerai i miei gesti nella marea della folla?
Io sono anche quello che fui e che piú non sono –
le mie cellule morte, le mie azioni
morte, i pensieri morti
di notte tornano a dissetarsi nel mio sangue.
Io sono quello che non sono ancora –
dentro di me martella l’impalcatura del futuro.
Sono quello che devo diventare –
intorno a me gli amici esigono, i nemici vietano.
Non cercarmi altrove
cercami soltanto qui
soltanto in me.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Fine dell’estate”, 1953 -1954, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007