Gazzella del ricordo d’amore – Federico Garcìa Lorca

 

VII.

Non portare via il ricordo di te.
Lascialo solo nel mio cuore,

tremito di ciliegio bianco
nel martirio di gennaio.

Mi separa dai morti
un muro di sogni brutti.

Sento pena di fresco giglio
per un cuore di gesso.

Tutta la notte, nell’orto
i miei occhi, come due cani.

Tutta la notte, mangiando
le cotogne di veleno.

Il vento a volte
è un tulipano di paura,

è un tulipano malato
l’alba d’inverno.

Un muro di sogni brutti
mi separa dai morti.

L’erba copre in silenzio
la grigia valle del tuo corpo.

Sull’arco dell’incontro
cresce la cicuta.

Ma lascia il ricordo di te,
lascialo solo nel mio cuore.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Divano del Tamarit”, 1927/1934, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”, Newton Compton, Roma, 1993

***

VII. Gacela del recuerdo de amor

No te lleves tu recuerdo.
Déjalo solo en mi pecho,

temblor de blanco cerezo
en el martirio de enero.

Me separa de los muertos
un muro de malos sueños.

Doy pena de lirio fresco
para un corazón de yeso.

Toda la noche, en el huerto
mis ojos, como dos perros.

Toda la noche, comiendo
los membrillos de veneno.

Algunas veces el viento
es un tulipán de miedo,

es un tulipán enfermo
la madrugada de invierno.

Un muro de malos sueños
me separa de los muertos.

La hierba cubre en silencio
el valle gris de tu cuerpo.

Por el arco del encuentro
la cicuta está creciendo.

Pero deja tu recuerdo,
déjalo solo en mi pecho.

Federico García Lorca

da “Diván del Tamarit”, Buenos Aires, Losada, 1940

«A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

A Pietroburgo ci incontreremo di nuovo,
quasi vi avessimo sepolto il sole,
e un’assurda parola beata
pronunzieremo per la prima volta.
Nel nero velluto della notte sovietica,
nel velluto del vuoto universale
cantano sempre i cari occhi di donne beate,
sempre fioriscono fiori immortali.

Come una gatta selvaggia s’inarca la capitale,
sul ponte sta una pattuglia,
solo un maligno motore fuggirà nella nebbia,
urlando come un cuculo.
Non mi occorre il lasciapassare notturno,
non ho paura delle sentinelle:
per un’assurda parola beata
pregherò nella notte sovietica.

Sento un leggero fruscío teatrale
e l’ah d’una fanciulla,
e un mucchio enorme di rose immortali
Ciprigna stringe fra le braccia.
Ci scaldiamo a un falò dalla noia,
forse i secoli trascorreranno,
e le care mani di donne beate
raccoglieranno la lieve cenere.

In qualche luogo le rosse aiuole d’una platea,
sfarzosamente rigonfi gli stipi dei palchi,
la bambola a molla di un ufficiale:
non per le anime nere né per i gretti santoni…
Ebbene, spegni le nostre candele
nel nero velluto del vuoto universale,
cantano sempre le sode spalle di donne beate,
ma il notturno sole tu non lo spegnerai.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

25 novembre 1920

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Poesia russa del novecento”, a cura di A. Maria Ripellino, Guanda Editore, Parma, 1954

«Se è vero che il gelo» – Lalla Romano

Foto di Charles March

 

Se è vero che il gelo
soppianterà il timido calore
delle nostre mani avvinte
e noi non avremo altra sorte
nella terra bagnata dalla pioggia
delle foglie d’autunno
è vero che andranno in polvere i mondi

Le ere franeranno senza rumore
come castelli di cenere
sul focolare che nessuno smuove
nella casa disabitata
solo il vento farà fremere le porte
finché imputridiranno sotto il cielo
quando anche il tetto si sarà scoperchiato

Questo e non altro rimarrà della casa
e l’Eterno sarà detto l’Assente

Lalla Romano

da “Da una ruvida mano”, in “Lalla Romano, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1991

«Ho gettato uno sguardo, come al primo incontro» – Marina Ivanovna Cvetaeva

 

Ho gettato uno sguardo, come al primo incontro
Non si guarda.
Gli occhi neri hanno inghiottito lo sguardo.

Ho levato le ciglia e me ne sto lì.
– E allora, – son luminosa? –
Non lo dirò, che m’ha centellinata fino alle radici.

La pupilla ha inghiottito fino all’ultima goccia.
E me ne sto lì.
E scorre la tua anima nella mia.

Marina Ivanovna Cvetaeva

7 agosto 1916

(Traduzione di Haisa Pessina Longo)

da “Verste”, 1916, in “Il lato oscuro dell’amore”, Panozzo Editore, 2000

∗∗∗

«И взглянул, как в первые раза»

И взглянул, как в первые раза
Не глядят.
Черные глаза глотнули взгляд.

Вскинула ресницы и стою.
– Что, – светла? –
Не скажу, что выпита до тла.

Всё до капли поглотил зрачок.
И стою.
И течет твоя душа в мою.

Марина Ивановна Цветаева

7 августа 1916

da “ВЕРСТЫ”, 1916

Fuga – Antonia Pozzi

Antonia Pozzi

ad A.M.C.

Anima, andiamo. Non ti sgomentare
di tanto freddo, e non guardare il lago,
s’esso ti fa pensare ad una piaga
livida e brulicante. Sí, le nubi
gravano sopra i pini ad incupirli.
Ma noi ci porteremo ove l’intrico
dei rami è tanto folto, che la pioggia
non giunge a inumidire il suolo: lieve,
tamburellando sulla volta scura,
essa accompagnerà il nostro cammino.
E noi calpesteremo il molle strato
d’aghi caduti e le ricciute macchie
di licheni e mirtilli; inciamperemo
nelle radici, disperate membra
brancicanti la terra; strettamente
ci addosseremo ai tronchi, per sostegno;
e fuggiremo. Con la piena forza
della carne e del cuore, fuggiremo:
lungi da questo velenoso mondo
che mi attira e mi respinge. E tu sarai,
nella pineta, a sera, l’ombra china
che custodisce: ed io per te soltanto,
sopra la dolce strada senza meta,
un’anima aggrappata al proprio amore.

Antonia Pozzi

Madonna di Campiglio, 11 agosto 1929

da “Antonia Pozzi, Parole”, Garzanti, 1989