
Foto di Nicola Bertellotti
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La virtú dell’amore
non ha nome.
Ultima sulle scale,
è lei che guarda
all’annuncio di giugno,
a questa tarda
verità della fiamma
che non muore.
Francesco Scarabicchi
da “Il prato bianco”, Einaudi, Torino, 2017

Foto di Nicola Bertellotti
La virtú dell’amore
non ha nome.
Ultima sulle scale,
è lei che guarda
all’annuncio di giugno,
a questa tarda
verità della fiamma
che non muore.
Francesco Scarabicchi
da “Il prato bianco”, Einaudi, Torino, 2017

Ecco ancora una finestra,
dove ancora non dormono.
Forse – bevono vino,
forse – siedono così.
O semplicemente – le due
mani non staccano.
In ogni casa, amico,
c’è una finestra così.
Non candele o lampade hanno acceso il buio:
ma gli occhi insonni!
Grido di distacchi e d’incontri:
tu, finestra nella notte!
Forse, centinaia di candele,
forse, tre candele…
Non c’è, non c’è per la mia
mente quiete.
Anche nella mia casa
è entrata una cosa come questa.
Prega, amico, per la casa insonne,
per la finestra con la luce.
Marina Ivanovna Cvetaeva
(Traduzione di Pietro Antonio Zveteremich)
da “Marina Ivanovna Cvetaeva, Poesie”, Feltrinelli, Milano, 1979

Foto di Bert Hardy
Sempre schiava, ma con una patria di zar sul petto abbronzato
e con sigilli statali in cambio di búccole agli orecchi.
Ora fanciulla con spada, ignara del concepimento,
ora levatrice-vegliarda delle sommosse.
Tu stai voltando le pagine del libro in cui
la scrittura era pressione della mano dei mari.
Come inchiostro brillavano di notte gli uomini,
la fucilazione degli zar fu uno sdegnoso segno esclamativo,
la vittoria delle truppe serví di virgola,
di màrgine una serie di puntini, la cui furia è impàvida,
l’evidente sdegno popolare
e le fenditure dei secoli fecero da parèntesi.
Velimir Chlèbnikov
(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)
da “Poesie di Chlébnikov”, Einaudi, Torino, 1968
∗∗∗
Азия
Всегда рабыня, но с родиной царей на
смуглой груди
И с государственной печатью взамен
серьги у уха.
То девушка с мечом, не знавшая зачатья,
То повитуха – мятежей старуха.
Ты поворачиваешь страницы книги той,
Где почерк был нажим руки морей.
Чернилами сверкали ночью люди,
Расстрел царей был гневным знаком
восклицанья,
Победа войск служила запятой,
А полем – многоточия, чье бешенство не робко,
Народный гнев воочию
И трещины столетий – скобкой.
Велими́р Хле́бников
da “Sobranie proizvedenij”, a cura di Jurij Tynjanov e Nikolàj Stepànov, Leningrado, 1928 – 1933, (III, 122)

Josef Sudek
Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.
Francesco Scarabicchi
da “Il prato bianco”, Einaudi, Torino, 2017

Cammina pure, condannato a morte!
nei cespugli si nascondono vento e gatto,
la fila degli alberi scuri ti crolla
addosso: dallo spavento
la strada diventa gobba e bianca.
Su, rattrappisci, foglia autunnale!
Rattrappisci, orrido mondo!
dal cielo fiata il freddo
e le ombre delle oche selvatiche
cadono su fili d’erba tesi e arrugginiti.
Oh, poeta, adesso vivi immacolato
come gli abitanti dei nevai percorsi dal vento
senza peccato,
come i devoti, minuscoli
bambin Gesù nei vecchi quadri.
Duramente, come i grandi lupi,
da tante ferite sanguinanti.
Miklós Radnóti
(Traduzione di Edith Bruck)
da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009
∗∗∗
Járkálj csak, halálraítélt
Járkálj csak, halálraítélt!
bokrokba szél és macska bútt,
a sötét fák sora eldől
előtted: a rémülettől
fehér és púpos lett az út.
Zsugorodj őszi levél hát!
zsugorodj, rettentő világ!
az égről hideg sziszeg le
és rozsdás, merev füvekre
ejtik árnyuk a vadlibák.
Ó, költő, tisztán élj te most,
mint a széljárta havasok
lakói és oly bűntelen,
mint jámbor, régi képeken
pöttömnyi gyermek Jézusok.
S oly keményen is, mint a sok
sebtől vérző nagy farkasok.
Miklós Radnóti
da “Járkálj csak, halálraítélt”, Nyugat kiadása, Budapest, 1936