Ti dono questi versi affinché… – Charles Baudelaire

Erwin Blumenfeld, Blaue Augen, ca. 1938

 

XXXV.

Ti dono questi versi affinché, se il mio nome
approderà felice ad epoche lontane
e sogneranno una sera i cervelli umani,
vascello spinto da un grande aquilone,

il tuo ricordo simile a favole incerte
martelli come un timpano il lettore
e ad un fraterno e mistico anello
rimanga come appeso alle mie rime altere,

essere maledetto cui nulla, dall’abisso profondo
al più alto dei cieli, tranne me risponde!
– O tu che uguale a un’ombra dalla effimera traccia,

calpesti a passi lievi e con sguardo sereno
gli stupidi mortali che ti hanno giudicata amara,
statua dagli occhi di giada, grande angelo impassibile!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

∗∗∗

XXXV.

Je te donne ces vers afin que, si mon nom
Aborde heureusement aux époques lointaines,
Et fait rêver un soir les cervelles humaines,
Vaisseau favorisé par un grand aquilon,

Ta mémoire, pareille aux fables incertaines,
Fatigue le lecteur ainsi qu’un tympanon,
Et par un fraternel et mystique chaînon
Reste comme pendue à mes rimes hautaines;

Être maudit à qui de l’abîme profond,
Jusqu’au plus haut du ciel rien, hors moi, ne répond!
— Ô toi qui, comme une ombre à la trace éphémère,

Foules d’un pied léger et d’un regard serein
Les stupides mortels qui t’ont jugée amère,
Statue aux yeux de jais, grand ange au front d’airain!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, ‎Paris, Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Naufragio – Dario Bellezza

Foto di Dino Ignani

 

Questa città che nasconde e confonde
le inconfessabili voglie dei borghesi
ci è stata riservata, privilegiata:
il carrettone, di notte, invano stranisce
la nostra limitazione che scantona
per tutti i vicoli di Trastevere:
vicolo del Buco, piazza del Drago,
dell’Elefante, stancamente
lussureggiante nel cervello malato,
gli occhi fuori delle orbite, e c’è
chi ti dice la verità, amara
e debole come tutte le verità
soffocate dal non sapersi difendere:
incalzato dalla miseria, naufragio
del mio stile, regressione
all’indeterminato, all’infantile,
parole che fanno ressa in testa
mentre gli ospiti non vengono,
ritardano, che fanno?, forse vanno
a casa dell’Impiccato: lenzuola nere,
luce tagliata, tendine
ancora come quelle di una volta,
quando chi scrive, ragazzo senza sesso
visibile ma tormentato dalla ragione,
dalla scienza levigata nei salotti
borghesi, limpidamente vi entrò e vide
il futuro impiccato, la futura moglie,
i bambini mai nati, la sifilide
ricorrente per le vene asimmetriche
del pube incensurato, le catene
delle macchine, i guardiani del faro,
i romanzi della memoria, le poesie
d’amore, l’autobiografia precoce,
le lente serenate alla Stazione,
col treno in partenza, i minori in vendita,
le marchette buggerate sulle mille lire.
Passavano il didietro dentro le carrozze
abbandonate, cimitero della stazione:
i treni a quell’ora non partivano più.
Come affretto il pensiero del morto,
l’amore sciroppato in cento lacrimose,
luminose, ingenue poesie;
debilitato al pensarci, frastornato
da altri, corrotti, amori adolescenti,
il tono poetico non-ritrovabile,
i compromessi, le fughe, le giravolte,
le comunicazioni problematiche ininterrotte
e poi interrotte, il quindicenne sano
che ti monta, sacro, al limite dei giorni
vani o lusinghieri o visitati
dall’esplosione insincera del nulla.

Faccio naufragio, mi piloto verso
le crescite: ho perso il conto delle masturbazioni,
i petti maschili non mi difendono
dal mio amore per la madre, drogata,
che non sappia di essere donna.
Ecco: ho imparato come si fa a essere
poeta, a mangiare la foglia, a bere
a buon mercato, a fumare gratis,
a prendere lucciole per lanterne:
so stare al gioco, la miseria me la tengo
tutta stretta, abbandono i sogni
di gloria, capito per caso in casa
mia, m’affretto a cercare nei cassetti
le lettere della mia derelizione,
perduto amore, aspra vendetta
dei sessi, le lacrime taciturne
che scivolano leggere come farfalle
pietose; ho perso la memoria vile,
regolata dai battiti del cuore, le
mie pulsazioni aumentano, la candela
è quasi tutta consumata; m’affretto,
rapido, scervellato, sempiterno a
cambiare la tribolata rotta,
il rompicollo dei giorni. Dio!
Sono come un liceale al primo bacio:
niente mi ha toccato, mi riguarda,
non ho nessun dolore per la Storia,
amo me di un amore sviscerato,
e proprio per questo non mi amo,
mi detesto, ma so che non scriversi
addosso è la regola ipocrita, la carne
insudiciata si può lavare, le certezze assolute
equivalgono al suicidio intenso,
la vita vissuta equivale all’Inferno.

Dario Bellezza

da “Libro di poesia”, Garzanti, 1990

La notte nell’isola – Pablo Neruda

Foto di Mimmo Jodice

 

Tutta la notte ho dormito con te
vicino al mare, nell’isola.
Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,
tra il fuoco e l’acqua.

Forse assai tardi
i nostri sogni si unirono,
nell’alto o nel profondo,
in alto come rami che muove uno stesso vento,
in basso come rosse radici che si toccano.

Forse il tuo sogno
si separò dal mio
e per il mare oscuro
mi cercava,
come prima,
quando ancora non esistevi,
quando senza scorgerti
navigai al tuo fianco
e i tuoi occhi cercavano
ciò che ora
– pane, vino, amore e collera –
ti do a mani piene,
perché tu sei la coppa
che attendeva i doni della mia vita.

Ho dormito con te
tutta la notte, mentre
l’oscura terra gira
con vivi e con morti,
e svegliandomi d’improvviso
in mezzo all’ombra
il mio braccio circondava la tua cintura.
Né la notte né il sonno
poterono separarci.

Ho dormito con te
e svegliandomi la tua bocca
uscita dal sonno
mi diede il sapore di terra,
d’acqua marina, di alghe,
del fondo della tua vita,
e ricevetti il tuo bacio
bagnato dall’aurora,
come se mi giungesse
dal mare che ci circonda.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “I versi del Capitano”, Passigli Poesia, 2002

∗∗∗

La noche en la isla

Toda la noche he dormido contigo
junto al mar, en la isla.
Salvaje y dulce eras entre el placer y el sueño,
entre el fuego y el agua.

Tal vez muy tarde
nuestros sueños se unieron
en lo alto o en el fondo,
arriba como ramas que un mismo viento mueve,
abajo como rojas raíces que se tocan.

Tal vez tu sueño
se separó del mío
y por el mar oscuro
me buscaba
como antes
cuando aún no existías,
cuando sin divisarte
navegué por tu lado,
y tus ojos buscaban
lo que ahora
— pan, vino, amor y cólera —
te doy a manos llenas
porque tú eres la copa
que esperaba los dones de mi vida.

He dormido contigo
toda la noche mientras
la oscura tierra gira
con vivos y con muertos,
y al despertar de pronto
en medio de la sombra
mi brazo rodeaba tu cintura.
Ni la noche, ni el sueño
pudieron separarnos.

He dormido contigo
y al despertar tu boca
salida de tu sueño
me dio el sabor de tierra,
de agua marina, de algas,
del fondo de tu vida,
y recibí tu beso
mojado por la aurora
como si me llegara
del mar que nos rodea.

Pablo Neruda

da “Los versos del Capitán”, Editorial “Imprenta L’Arte Tipografica”, Nápoles, 1952

Metrò – Titos Patrikios

Robert Doisneau, Marc and Christiane Chevalier on the Paris Metro, 1953

 

Gli anni poi passeranno
masse di monti e pietra si frapporranno
tutto sarà dimenticato
come si dimentica il cibo quotidiano
che ci tiene in piedi.
Tutto, tranne quell’istante
in cui sul metrò affollato
ti aggrappasti al mio braccio.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

Vaniloquio – Jorge Luis Borges

Foto di Kyle Thompson

 

La città vive in me come un poema
che non m’è riuscito di fissare in parole.
Da un lato v’è la eccezione di alcuni versi;
dall’altro, accantonandoli,
la vita precorre il tempo,
come terrore
che usurpa tutta l’anima.
Ci son sempre altri crepuscoli, altra gloria;
io provo il logorarsi dello specchio
che non si placa in una sola immagine.
A che questa ostinazione
di configgere con pena un chiaro verso
eretto come lancia sopra il tempo,
se la mia strada, la mia dimora,
spezzatrici di simboli verbali,
mi grideranno domani la loro novità?
Nuove
come bocca non baciata.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Umberto Cianciòlo)

da “Fervor de Buenos Aires” (1923), in “J. L. Borges, Carme presunto e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1975

∗∗∗

Vanilocuencia

La ciudad está en mí como un poema
que no he logrado detener en palabras.
A un lado hay la excepción de algunos versos;
al otro, arrinconándolos,
la vida se adelanta sobre el tiempo,
como terror
que usurpa toda el alma.
Siempre hay otros ocasos, otra gloria;
yo siento la fatiga del espejo
que no descansa en una imagen sola.
¿Para qué esta porfía
de clavar con dolor un claro verso
de pie como una lanza sobre el tiempo
si mi calle, mi casa,
desdeñosas de plácemes verbales,
me gritarán su novedad mañana?
Nuevas
como una boca no besada.

Jorge Luis Borges

da “Poemas (1923.1958)”, Emecé Editores, S. A., Buenos Aires, 1958