Quaderno a parte: Attraverso le gallerie di specchi – Czesław Miłosz

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Quanti prima di me uscirono dal confine delle parole,
intuendo come fossero inutili dopo un secolo di allucinazioni,
che erano spaventevoli e senza significato alcuno?

Cosa posso mettere in moto, cominciando
dal conduttore barbuto e biondo della Transiberiana,
dalla dama cui un passeggero offrì un anello mongolo,
dagli spazi per cui cantavano i fili del telegrafo,
dai felpati coupé e dalla stazione al terzo scampanìo?

Tutti stanno al balcone, chiarovestiti,
e col vetrino affumicato guardano l’eclissi di sole
è l’estate del 1914, nella provincia di Kovno.¹
Ci sono anch’io, ignaro di quello che sarà, e come,
e anche loro lo ignorano, e non sanno
che quel ragazzetto che era lì presente
un giorno vagherà sul precipizio
oltre il confine delle parole,
verso la fine della vita, quando loro
non ci saranno più.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Inno alla perla”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

¹ Kaunas, in Lituania

∗∗∗

Osobny zeszyt: przez galerie luster

Strona 27

Ilu było takich przede mną, którzy wyszli za granicę słów,
Rozumiejąc daremność mowy po stuleciu przywidzeń,
Które były przerażające i nic nie znaczyły?

Co mam począć z Inianobrodym konduktorem transsyberyjskiej kolei,
Z damą, której podróżnik ofiarował pierścień Mongolii,
Z obszarami śpiewających telegraficznych drutów,
I pluszowymi coupe i stacją po trzecim dzwonku?

Wszyscy stoją na ganku jasno ubrani
I przez zadymione szkiełka patrzą na zaćmienie słońca
Latem 1914 roku, w guberni kowieńskiej.
I ja tam jestem, nie wiedzący jak i co się stanie,
Ale oni też nie wiedzą jak i co się stanie,
Ani że ten chłopczyk, teraz jeden z nich,
Zawędruje nad przepaść za granicą słów,
Kiedyś, pod koniec życia, kiedy ich nie będzie.

Czesław Miłosz

da “Hymn o Perle”, Instytut Literacki, Paryż, 1982

La conquista del Messico – Giuseppe Conte

Michael Kenna, Teotihuacan, Study 4, Mexico, 2006

IL SOGNO DEL GIORNO DEI TRENT’ANNI

Il sole distrugge e dona, il sole
sa perdersi, ama tutto, e senza
amore, senza pietà, senza sentire
nient’altro che il proprio spargersi:

il sole sa tornare, alza i primi
fischi tra gli alberi del parco, giungerà sulle finestre
chiuse con mani di rampicante. È incurante
e silenzioso, brutale, ma è prodigo anche,

delicato. Sgretola, disfiora, incendia, ma
sa disfarsi nel collo di una campanula. Distrugge e
dona, è leggero e immenso, sa tornare –

è celibe come il mare, individuale, sterile.
Io che ho trent’anni, che non posso più
crescere, che non so tornare, scelgo
parole per essere il dio del sole –

io fiore, io pietra, io luce, per donare

il dono leggero e immenso del

poema

NANAUATZIN

Fra gli zigomi e le pupille ho notte, ho
roveti: non è mia, non è mia la
pelle che si apre in solchi, le lunghe
ciglia di cenere che volano, le

palpebre crollate: ho pozzi
sotto la nuca, la mia bocca alta
sul cranio è cratere, ha orli
che la lava raggiunge, passa.

Non sono miei i capelli
fossili, le lunghe ciglia di
cenere, il mento di conchiglie.
Nel costato i precipizi sono rocce

di quarzo, tane di serpente, pioggia
di scaglie di deserto, e i fianchi sono
sabbie che si fendono, fondali ora, pianure
e barriere d’alghe, mobili, agitate dalle

correnti

Ho braccia di golfi, dita
di promontori, le unghie ora traversano
il mare sino all’orizzonte, ho ginocchia
magre, di grotte, e mille alluci di

onde

Non amore, ricordi, pietà, nome.

Come il mare celibe, individuale, votato
al gioco della vita nella sterilità, a
consumarsi e far nascere.

Sorgo. Non c’è mondo al di là delle mie nuove
mani aperte, dei miei nuovi piedi che
corrono, sono terra, sono erba, sono
le prime palme, i primi altopiani, sono

il mattino, l’urlo del papavero selvaggio
che vuole sbocciare. Io oggi, io fiore, io
pietra, io buio, io luce.

Mi alzo nel cielo, cavalli rovani di

nuvole

TEZCATLIPOCA

Sono solo sulla piramide di Quautixicalco.
Ho suonato tutta la notte, specchio
di sabbie cieche, di nidi vuoti, di
alberi affondati tra le fredde

pietre

Ma ora nuvole come nasturzi, come
calendule si accendono oltre i cancelli
aperti dell’aria, ora si svegliano
gli uomini nelle case della città, le

prime canoe vanno per vie

d’acqua

Verranno Xochitl, Quetzal, ma l’amore
non basta a far tornare il mattino.
L’amore non sa i nomi, non sa il tempo
degli uomini, l’amore che è

distruggere, è giocare, bruciare, disfio-
rare, che è leggero e
immenso, che dona senza chiedere, che fa
fiorire e rinsecca, spacca

la corteccia e tuona, attende la
pioggia
Io suono, io pioggia, io corteccia, io
pietra, amore, Xochitl, Quetzal giocano ora, a-
more, ora ridono perché muoio: è
amore. Il fulmine fiorito alza recinti di

sguardi

Io stendo le mani aperte, sono
di sangue, sono di luce, io corro
con i miei piedi, sono terra, sono
erba, sono nasturzi, calendule che si aprono

di fuoco, i grandi cedri sui laghi, le
farfalle, le lucertole che saltano
dai cespugli di salvia, i cervi
con le zampe di canna. Sono le

palme lucide e polverose, le spiagge
accese dalle onde lunghe, le
conchiglie smosse sulla riva del mare:

Xochitl, Quetzal ridono ora, danzano, e io

muoio, faccio tornare

l’alba

IL RITORNO DI QUETZALCOATL
(Frammenti)

Gli uomini che vendono l’oro, che
costruiscono mattone su mattone le
muraglie del tempo, e i terrapieni, e le alte
ciminiere, che non sanno passare

sull’acqua e andare a ritroso: che
uccidono mentre parlano d’amore: che
vivono smemorati della vita, che hanno
i compassi negli occhi, che inceneriscono gli alberi e i

desideri

è immenso chi dona, chi sa tornare
chi è debole, chi splende e cade, chi
danza sopra gli alluci, chi scalda
vendemmie che continuano e i

nidi di sabbia dove i rubini dormono, chi
corre sui sentieri di giada e muschio sino alle
nuvole, rosai di nuvole scolpite e
cancellate dai venti, e distrugge: è il

sole

radici che nel buio di terra hanno dita
di pioggia, il sole che distrugge, e il vuoto
di vita che regge la vita dopo averla generata, l’
esplosione, il dono, l’andare a ritroso:

è immenso chi non ha, chi dona, chi
sa tornare: perché le mie parole? Perché non
l’universo dei ronzii e dei silenzi, della morte
sconosciuta? Io seme, io stame, io fiume, canoe di

luce

Esiliato sul grande mare io che ritorno
io che ascolto i canti al di là del vento e so
suonare le conchiglie, che rido, che fumo, e
porto tra i capelli neri le nuvole e le

piogge, pupille delle foglie, io che
ritorno dove non si può tornare, ai
laghi di Tenochtitlan, a cercare
sui laghi di Tenochtitlan i giardini, le querce d’

oro

Io non sono dei vostri, su una barca
dalla chiglia di serpente vengo a uccidere perché
non si possa più vincere e più uccidere,
sui campi gli squadroni si smemorino,

le bandiere diventino mantelli di
nuvole, piogge sugli altopiani. Cavalli rovani di
sguardi si alzano, e vedo i laghi, e sui
laghi ancora i fiori nei giardini di

Tenochtitlan

Giuseppe Conte

da “L’ultimo aprile bianco”, Società di Poesia, Milano, 1979

Il destino si diverte – Ted Hughes

 

Poiché il messaggio si imbattè in un folletto,
poiché i precedenti fecero lo sgambetto alle attese,
poiché la tua Londra era ancora un caleidoscopio
di nomi e luoghi rimescolabili a ogni scossa,
aspettasti e ti sbagliavi. La corriera del Nord
arrivò, si svuotò, e io non c’ero.
Avesti un bell’insistere
e implorare l’autista, con probabili lacrime,
di farmi saltar fuori o ricordarsi d’avermi visto
mancare di un soffio la partenza. Non c’ero.
Le otto di sera: ero disperso
in qualche punto dell’Inghilterra. Tenesti a freno
la tua fiduciosa ispirazione
e non ti buttasti nel traffico che vorticava
intorno alla Victoria Station, con la certezza assoluta
di incrociarmi dove dovevo essere, per strada.
Io non ero per strada né lì né altrove. Ero seduto
placido al mio posto sul treno
che andava dondolando verso King’s Cross. Qualcuno,
più calmo di te, ebbe un suggerimento. E fu così che
quando scesi dal treno, pensando di trovarti
in qualche punto all’inizio del binario,
vidi quel maroso e quell’agitazione, una figura
che fendeva di petto la corrente dei passeggeri liberati,
poi il tuo viso liquefatto, gli occhi liquefatti
e le tue esclamazioni, le braccia agitate,
le lacrime sparse
come se fossi ritornato dai morti
contro ogni possibilità, contro
ogni negazione salvo la tua preghiera
ai tuoi dèi. Lì capii cosa significa
essere un miracolo. E dietro di te
il tuo allegro tassista, che rideva, come un piccolo dio,
nel vedere un’americana fare tanto l’americana,
nel vedere la tua folle corsa di bighe –
i tuoi singhiozzi, gli incitamenti, le suppliche
di far accadere ciò che avevi bisogno che accadesse –
così completamente vittoriosa, grazie a lui.
Be’, fu una combinazione straordinaria
che il mio treno non arrivasse prima, molto prima,
che entrasse in stazione, in ritardo, nel momento esatto
in cui tu irrompevi sul marciapiede. Fu
naturale e miracoloso, e fu un presagio
che confermava tutto quanto
volevi confermato. E la tua immensa disperazione,
la corsa nel panico per Londra
e ora il tuo trionfo mi piovvero addosso
come un amore ingrandito quarantanove volte,
come il primo fragoroso rovescio che sommerge
la siccità di agosto,
quando l’intera terra spaccata sembra sussultare
e ogni foglia trema
e ogni cosa leva le braccia piangendo.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

∗∗∗

Fate Playing

Because the message somehow met a goblin,
Because precedents tripped your expectations,
Because your London was still a kaleidoscope
Of names and places any jolt could scramble,
You waited mistaken. The bus from the North
Came in and emptied and I was not on it.
No matter how much you insisted
And begged the driver, probably with tears,
To produce me or to remember seeing me
Just miss getting on. I was not on it.
Eight in the evening and I was lost and at large
Somewhere in England. You restrained
Your confident inspiration
And did not dash out into the traffic
Milling around Victoria, utterly certain
Of bumping into me where I would have to be walking.
I was not walking anywhere. I was sitting
Unperturbed, in my seat on the train
Rocking towards King’s Cross. Somebody,
Calmer than you, had a suggestion. So,
When I got off the train, expecting to find you
Somewhere down at the root of the platform,
I saw that surge and agitation, a figure
Breasting the flow of released passengers,
Then your molten face, your molten eyes
And your exclamations, your flinging arms
Your scattering tears
As if I had come back from the dead
Against every possibility, against
Every negative but your own prayer
To your own gods. There I knew what it was
To be a miracle. And behind you
Your jolly taxi-driver, laughing, like a small god,
To see an American girl being so American,
And to see your frenzied chariot-ride –
Sobbing and goading him, and pleading with him
To make happen what you needed to happen –
Succeed so completely, thanks to him.
Well, it was a wonder
That my train was not earlier, even much earlier,
That it pulled in, late, the very moment
You irrupted onto the platform. It was
Natural and miraculous and an omen
Confirming everything
You wanted confirmed. So your huge despair,
Your cross-London panic dash
And now your triumph, splashed over me,
Like love forty-nine times magnified,
Like the first thunder cloudburst engulfing
The drought in August
When the whole cracked earth seems to quake
And every leaf trembles
And everything holds up its arms weeping.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998

Poesia d’amore – Charles Simic

Foto di Anka Zhuravleva

 

Spolverino di piume.
Gabbia d’uccelli fatta di bisbigli.
Coda di un gatto nero.

Sono un bambino che corre
con le forbici aperte.
E con gli occhi bendati.

Tu sei un cuore che batte
nella selva oscura.
Sei l’urlo sulla ruota panoramica.

Proprio così, bruja
che batti il piede con le mani ai fianchi.

Notte sulla fiera.
Orchestra di legni.
Due borsaioli ciechi nella folla.

Charles Simic

(Traduzione di Andrea Molesini)

da “Hotel Insonnia”, Adelphi, 2002

∗∗∗

Love poem

Feather duster.
Birdcage made of whispers.
Tail of a black cat.

I’m a child running
With open scissors.
My eyes are bandaged.

You are a heart pounding
In a dark forest.
The shriek from the Ferris wheel.

That’s it, bruja
With arms akimbo
Stamping your foot.

Night at the fair.
Woodwind band.
Two blind pickpockets in the crowd.

Charles Simic

da “Jackstraws: Poems”, Houghton Mifflin Harcourt, 2000 

La mattina dopo – Tony Harrison

I

Il fuoco da solo avrebbe covato settimane.
Fili del telefono fusi, vernice scrostata da cancelletti
e finestre rotte. Tutta la strada puzza
di crine bruciato. Eppure la festa continua.

La gente piange, ma il caldo secca le lacrime.
Le facce avvampano di fiamme, birra, sollievo
e un tale senso di festa sulla strada
ancora mi dice gioia, pur se il dolore pesa.

E quel senso di gioia pubblica, oggi oscurato,
con adulti provati dalla guerra pazzamente felici
non è mai ritornato da quando a otto anni
vidi la gente di Leeds ballare e cantare.

C’è ancora sulla strada il cerchio scuro e bruciato.
Il mattino dopo noi ragazzini aiutammo a spruzzare
le molle roventi dei materassi fumanti
e ciottoli che bollivano di pece nera per V-Jay.

II

Il Sol Levante si annerí su quelle fiamme.
Lingue di fuoco crepitanti ne consumarono i raggi.
Hiroshima, Nagasaki erano solo nomi
per noi bambini che godevamo della nostra vampa.

La palla rosso sangue, bruciata e sbrindellata,
salí come un pipistrello sul caldo del falò
sopra i Rule Britannia e le teste sollevate
della gazzarra del quartiere per V-Jay.

Della tenda che oscurava la cucina
mi feci un manto da Conte Dracula.
L’agitai presso il fuoco. Si riempí di fumo.
Dai miei denti di vampiro gocciolava il ketchup.

Quel cerchio di ciottoli bruciati di catrame
è un cielo di notte paurosamente nero,
due interi emisferi ma senza stelle, zodiaco
senza Sagittario e Bilancia, puro zero.

Tony Harrison

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

da “V. e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1996

∗∗∗

The Morning After

I

The fire left to itself might smoulder weeks.
Phone cables melt. Paint peels from off back gates.
Kitchen windows crack; the whole street reeks
of horsehair blazing. Still it celebrates.
Though people weep, their tears dry from the heat.
Faces flush with flame, beer, sheer relief
and such a sense of celebration in our street
for me it still means joy though banked with grief.
And that, now clouded, sense of public joy
with war-worn adults wild in their loud fling
has never come again since as a boy
I saw Leeds people dance and heard them sing.
There’s still that dark, scorched circle on the road.
The morning after kids like me helped spray
hissing upholstery spring wire that still glowed
and cobbles boiling with black gas tar for VJ.

II

The Rising Sun was blackened on those flames.
The jabbering tongues of fire consumed its rays.
Hiroshima, Nagasaki were mere names
for us small boys who gloried in our blaze.
The blood-red ball, first burnt to blackout shreds,
took hovering batwing on the bonfire’s heat
above the Rule Britannias and the bobbing heads
of the VJ hokey-cokey in our street.
The kitchen blackout cloth became a cloak
for me to play at fiend Count Dracula in.
I swirled it near the fire. It filled with smoke.
Heinz ketchup dribbled down my vampire’s chin.
That circle of scorched cobbles scarred with tar ’s
a night-sky globe nerve-rackingly all black,
both hemispheres entire but with no stars,
an Archerless zilch, a Scaleless zodiac.

Tony Harrison

da “Sonnets for August, 1945”, in “Tony Harrison, Collected poems”, Viking, 2007