Colomba – Diego Valeri

Paul Apal’kin, Portrait with a cameo

 

Come la colomba che si lìscia l’ala,
tu inchini il capo su la tenera curva
della spalla bianca; e l’ombra notturna
trema di dolcezza, tutta si rischiara.

Ala di colomba non è così dolce
come la tua spalla: par che ne scenda
un’acqua di luna e uguale si stenda
su le pure braccia raccolte in croce.

Diego Valeri

da “Terzo tempo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1950

Un’adolescente – Wisława Szymborska

 

Io – un’adolescente?
Se qui, ora, d’improvviso, mi comparisse davanti,
dovrei forse salutarla come una persona cara,
benché mi sia estranea e lontana?

Versare una lacrimuccia, baciarla sulla fronte
per la sola ragione
che la nostra data di nascita è la stessa?

Siamo così dissimili
che forse solo le ossa sono uguali,
la calotta cranica, le orbite oculari.

Perché già i suoi occhi sembrano un po’ più grandi,
le ciglia più lunghe, la statura più alta
e tutto il corpo è fasciato
da una pelle liscia, senza un’imperfezione.

In verità ci legano parenti e conoscenti,
ma nel suo mondo, di questa cerchia, 
vivi lo sono quasi tutti,
mentre nel mio quasi nessuno.

Siamo così diverse,
così diversi i nostri pensieri e le parole.
Lei sa poco –
ma con caparbietà degna di miglior causa.
Io so molto di più –
ma non in modo certo.

Mi mostra qualche poesia,
scritta con una grafia nitida, accurata,
come ormai non scrivo più da anni.

Leggo quelle poesie, le leggo.
Be’, forse quest’unica,
se solo si accorciasse
e correggesse qua e là.
Il resto non promette nulla di buono.

La conversazione langue.
Sul suo modesto orologio
il tempo è ancora incerto e costa poco.
Sul mio è molto più caro ed esatto.

Per commiato nulla, un sorriso abbozzato
e nessuna commozione.

Solo quando sparisce
e nella fretta dimentica la sciarpa.

Una sciarpa di pura lana,
a righe colorate,
che nostra madre
ha fatto per lei all’uncinetto.

La conservo ancora.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Due punti / Qui”, Libri Scheiwiller, 2010

∗∗∗

Kilkunastoletnia

Ja – kilkunastoletnia?
Gdyby nagle, tu, teraz, stanęła przede mną,
czy miałabym ją witać jak osobę bliską,
chociaż jest dla mnie obca i daleka?

Uronić łezkę, pocałować w czółko
z tej wyłącznie przyczyny,
że mamy jednakową datę urodzenia?

Tyle niepodobieństwa między nami,
że chyba tylko kości są te same,
sklepienie czaszki, oczodoły.

Bo już jej oczy jakby trochę większe,
rzęsy dłuższe, wzrost wyższy
i całe ciało obleczone ściśle
skórą gładką, bez skazy.

Łączą nas wprawdzie krewni i znajomi,
ale w jej świecie prawie wszyscy żyją,
a w moim prawie nikt
z tego wspólnego kręgu.

Tak mocno się różnimy,
tak całkiem o czym innym myślimy, mówimy.
Ona wie mało –
za to z uporem godnym lepszej sprawy.
Ja wiem o wiele więcej –
za to nie na pewno.

Pokazuje mi wiersze,
pisane pismem starannym, wyraźnym,
jakim ja nie piszę już od lat.

Czytam te wiersze, czytam.
No może ten jeden,
gdyby go skrócić
i w paru miejscach poprawić.
Reszta niczego dobrego nie wróży.

Rozmowa się nie klei.
Na jej biednym zegarku
czas chwiejny jeszcze i tani.
Na moim dużo droższy i dokładny.

Na pożegnanie nic, zdawkowy uśmiech
i żadnego wzruszenia.

Dopiero kiedy znika
i zostawia w pośpiechu swój szalik.

Szalik z prawdziwej wełny,
w kolorowe paski
przez naszą matkę
zrobiony dla niej szydełkiem.

Przechowuję go jeszcze.

Wisława Szymborska

da “Dwukropek”, Wydawnictwo a5, 2005

Vicolo – Salvatore Quasimodo

Foto di Ferdinando Scianna

 

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile,
e s’udiva la notte un pianto
di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio.

Salvatore Quasimodo

da “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

L’ospedale – Patrick Kavanagh

Patrick Kavanagh

 

Un anno fa mi innamorai del reparto
Di un ospedale: stanzette quadrate e allineate,
Semplice calcestruzzo, lavelli – un obbrobrio per un esteta,
Senza considerare il russare del vicino di letto.
Ma nulla di nulla è estraneo all’amore,
L’ordinario e il banale può conoscere il suo calore.
Il corridoio conduceva a una scala e sotto
C’era l’inesauribile avventura di un cortile di ghiaia.

Questo è ciò che l’amore fa alle cose: il ponte di Rialto,
Il cancello principale che fu incurvato da un pesante camion,
La sedia in fondo a un capannone che era un’esca per il sole.
Dar nome a queste cose è l’atto d’amore e la prova che esiste;
Perché dobbiamo registrare il mistero d’amore senza sproloqui,
Carpire al tempo l’intensità di ciò che passa.

Patrick Kavanagh

(Traduzione di Saverio Simonelli)

da “Andremo a rubare in cielo”, Ancora, 2009

∗∗∗

The Hospital

A year ago I fell in love with the functional ward
Of a chest hospital: square cubicles in a row
Plain concrete, wash basins – an art lover’s woe,
Not counting how the fellow in the next bed snored.
But nothing whatever is by love debarred,
The common and banal her heat can know.
The corridor led to a stairway and below
Was the inexhaustible adventure of a gravelled yard.

This is what love does to things: the Rialto Bridge,
The main gate that was bent by a heavy lorry,
The seat at the back of a shed that was a suntrap.
Naming these things is the love-act and its pledge;
For we must record love’s mystery without claptrap,
Snatch out of time the passionate transitory.

Patrick Kavanagh

da “Collected Poems”, W. W. Norton & Company, 1964

In automobile, di notte – Seamus Heaney

Gérard Laurenceau, dalla serie A Langueur De Rues

 

Gli odori delle cose comuni
erano nuovi nel viaggio notturno per la Francia:
pioggia e fieno e boschi nell’aria
creavano correnti calde nell’automobile.

I segnali imbiancavano senza tregua.
Montreuil, Abbéville, Beauvais
eran promesse, promesse, venivano e se ne andavano,
ogni luogo pieno compimento del nome.

Una mietitrebbia si lamentava per l’ora tarda,
emorragia di semi traverso il fanale.
Un bosco bruciava in un incendio senza fiamma.
Ad uno ad uno chiudevano i caffè.

Ho pensato a te continuamente
a mille miglia a sud, dove l’Italia
si appoggiava alla Francia a globo spento.
Le cose comuni qui erano nuove.

Seamus Heaney

(Traduzione di Roberto Mussapi)

da “Una porta sul buio”, Guanda, Parma, 1996

∗∗∗

Night Drive

The smells of ordinariness
Were new on the night drive through France:
Rain and hay and woods on the air
Made warm draughts in the open car.

Signposts whitened relentlessly.
Montreuil, Abbéville, Beauvais
Were promised, promised, came and went,
Each place granting its name’s fulfilment.

A combine groaning its way late
Bled seeds across its work-light.
A forest fire smouldered out.
One by one small cafés shut.

I thought of you continuously
A thousand miles south where Italy
Laid its loin to France on the darkened sphere.
Your ordinariness was renewed there.

Seamus Heaney

da “Door into the Dark”, Faber and Faber Limited, London, 1969