«L’egual vita diversa urge intorno» – Clemente Rebora

Michael Kenna, Crumbling Boardwalk, Shiga, Honshu, Japan, 2003

I

L’egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m’avvio
nell’incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.
Perde, chi scruta,
l’irrevocabil presente;
né i melliflui abbandoni
né l’oblioso incanto
dell’ora il ferreo bàttito concede.
E quando per cingerti io balzo
– sirena del tempo –
un morso appena e una ciocca ho di te:
o non ghermita fuggi,  e senza grido
nel pensiero ti uccido
e nell’atto mi annego.

Se a me fusto è l’eterno,
fronda la storia e patria il fiore,
pur vorrei maturar da radice
la mia linfa nel vivido tutto
e con alterno vigore felice
suggere il sole e prodigar il frutto;
vorrei palesasse il mio cuore
nel suo ritmo l’umano destino,
e che voi diveniste – veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà –
l’aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va.
Qui nasce, qui muore il mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, rècalo
al tuo bene e al tuo male:
e non ti sarà oscuro.

Clemente Rebora

 da “Frammenti lirici”, Interlinea, 2008

Elegia – Jorge Louis Borges

Grete Stern, Autorretrato, 1943

 

Oh destino di Borges,
aver navigato per i diversi mari del mondo
o per l’unico e solitario mare dai diversi nomi,
essere stato una parte di Edimburgo, di Zurigo o delle due Cordova,
della Colombia e del Texas,
esser tornato, dopo il mutare di generazioni,
alle antiche terre della sua stirpe,
all’Andalusia, al Portogallo e alle contee
dove il sassone guerreggiò con il danese e mescolarono il loro sangue,
aver errato per il rosso e tranquillo labirinto di Londra,
essere invecchiato in tanti specchi,
aver cercato invano lo sguardo di marmo delle statue,
aver esaminato litografie, atlanti, enciclopedie,
aver visto le cose che vedono gli uomini,
la morte, il lento farsi giorno, la pianura
e le delicate stelle,
e non aver visto nulla o quasi nulla
fuorché il viso d’una ragazza di Buenos Aires,
un viso che non vuole lo ricordi.
Oh destino di Borges,
forse non più strano del tuo.

Jorge Louis Borges

Bogotà, 1963

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’altro, lo stesso”, Adelphi, Milano, 2002

∗∗∗

Elegía

Oh destino el de Borges,
haber navegado por los diversos mares del mundo
o por el único y solitario mar de nombres diversos,
haber sido una parte de Edimburgo, de Zurich, de las dos Córdobas,
de Colombia y de Texas,
haber regresado, al cabo de cambiantes generaciones,
a las antiguas tierras de su estirpe,
a Andalucía, a Portugal y a aquellos condados
donde el sajón guerreó con el danés y mezclaron sus sangres,
haber errado por el rojo y tranquilo laberinto de Londres,
haber envejecido en tantos espejos,
haber buscado en vano la mirada de mármol de las estatuas,
haber examinado litografías, enciclopedias, atlas,
haber visto las cosas que ven los hombres,
la muerte, el torpe amanecer, la llanura
y las delicadas estrellas,
y no haber visto nada o casi nada
sino el rostro de una muchacha de Buenos Aires,
un rostro que no quiere que lo recuerde.
Oh destino de Borges,
tal vez no más extraño que el tuyo.

Jorge Louis Borges

Bogotá, 1963

da “El otro, el mismo”, Buenos Aires: Emecé, 1969

L’addio – Nazim Hikmet

Foto di Alfred Eisenstaedt

 

L’uomo dice alla donna
      t’amo
e come:
    come se stringessi tra le palme
    il mio cuore, simile a scheggia di vetro
    che m’insanguina i diti
        quando lo spezzo
            follemente.

L’uomo dice alla donna
         t’amo
e come:
    con la profondità dei chilometri
    con l’immensità dei chilometri
cento per cento
    mille per cento
         cento volte l’infinitamente cento.

La donna dice all’uomo
ho guardato
      con le mie labbra
         con la mia testa col mio cuore
con amore con terrore, curvandomi
sulle tue labbra
    sul tuo cuore
         sulla tua testa.
E quello che dico adesso
l’ho imparato da te
come un mormorio nelle tenebre
e oggi so
   che la terra
       come una madre
           dal viso di sole
allatta la sua creatura più bella.
         Ma che fare?
I miei capelli sono impigliati ai diti di ciò che muore
non posso strapparne la testa
devi partire
     guardando gli occhi del nuovo nato
          devi abbandonarmi.
La donna ha taciuto
si sono baciati
un libro è caduto sul pavimento
una finestra si è chiusa.

     È così che si sono lasciati.

Nazim Hikmet

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “Fuori del carcere”, Istambul, 1951

daNazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

L’attesa – Guy Goffette

Foto di Richard Tuschman, from “Hopper Meditations series”

 

Se vieni per restare, lei dice, non parlare.
Bastano pioggia e vento sopra le tegole,
basta il silenzio accumulato sopra i mobili
come polvere dopo secoli senza te.

Ancora non parlare. Ascolta ciò ch’è stato
lama nella mia carne: ogni passo, un ridere lontano,
l’abbaiare di un cane, lo sportello che sbatte
e questo treno che non finisce mai di passare

sulle mie ossa. Rimani senza parole: non c’è nulla
da dire. Lascia che la pioggia ridiventi pioggia
e il vento questa marea sotto le tegole, lascia

il cane gridare il suo nome nella notte, lo sportello
sbattere, andarsene lo sconosciuto in quel luogo vuoto
dove io morirò. Rimani se vieni per rimanere.

Guy Goffette

(Traduzione di Marcello Comitini)

∗∗∗

L’attente

Si tu viens pour rester, dit-elle, ne parle pas.
Il suffit de la pluie et du vent sur les tuiles,
il suffit du silence que les meubles entassent
comme poussière depuis des siècles sans toi.

Ne parle pas encore. Écoute ce qui fut
lame dans ma chair : chaque pas, un rire au loin,
l’aboiement du cabot, la portière qui claque
et ce train qui n’en finit pas de passer

sur mes os. Reste sans paroles : il n’y a rien
à dire. Laisse la pluie redevenir la pluie
et le vent cette marée sous les tuiles, laisse

le chien crier son nom dans la nuit, la portière
claquer, s’en aller l’inconnu en ce lieu nul
où je mourais. Reste si tu viens pour rester.

Guy Goffette

da “La Vie promise”, Éditions Gallimard, 1991

Desiderio – Paola Loreto

Foto di Katia Chausheva

 

Cerco un uomo che adori le stagioni,
che non tema l’inverno, e neppure
il primo vero. Che sappia vedermi,
come oggi, in questa luce che non so
afferrare, che mi tiene in una palla
di vetro, bagna d’ambra e scompiglia
i riflessi dei capelli sulle ciglia.

Ho trovato qualcuno che si sveglia
a mezzanotte per scalare una montagna,
senza freddo e senza esitazioni.
Oggi sa di che colore ho la pelle
anche se non è con me. Sa il giallo
del larice e il rosso dell’acero.
La ruggine del faggio e il verde cupo
degli abeti. Sa la vita e le sue vere
esigenze: quale pasta mi piace
mangiare la sera e mi dà forza,
e come sfilo la camicia la notte
per far finta di andare a dormire.

Paola Loreto

da “La memoria del corpo”, Crocetti Editore, 2007