Preghiera – Paola Loreto

Foto di Stanley Kubrick

 

Acquietami, se puoi. Non è tanta l’ansia
che nascondo e neppure la fretta ma
non voglio piú cercare. Non voglio
avere quello che sai non mi darà
piacere e può quindi farmi male.
Dammi te: la memoria che ci sei,
che ti voglio, che mi riempi e che
mi porti avanti. Questo sguardo
trasparente, la sera, è il tuo
e mi dice che non c’è alcun posto
dove sto andando. Io sono.
Il corpo mi sale al sorriso
e ricorda che va tutto bene.
Si muove con l’aria. Mi trovi.

Paola Loreto

Tezzi Alti, 14 settembre 2003
(di ritorno dal Pizzo Poris)

da “La memoria del corpo”, Crocetti Editore, 2007

«Quanta fatica per proferire una parola» – Thomas Bernhard

Foto di Anja Bührer

54

Quanta fatica per proferire una parola
a chi è corrotto,
e non sa distinguere un sogno
dai robusti rami del pero.

Quanta fatica per una parola
su questa strada polverosa,
nemica delle mie scarpe
più che il sole per la neve
e l’acqua per il deserto.

Quanta fatica per una parola
a mio padre e a mia madre,
quanta fatica per una parola
a tutti quelli che vedono me che invecchio
in un trafitto autunno.

Quanta fatica per una parola
in questi giorni che sono smemorati.
Quanta fatica per una parola.

Thomas Bernhard

(Traduzione di Samir Thabet)

da “Thomas Bernhard, Sotto il ferro della luna”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

54

Wie schwer fällt mir ein Wort
an die Verkommenen
die einen Traum nicht unterscheiden können
von den starken Ästen des Birnbaums.

Wie schwer fällt mir ein Wort
auf dieser staubigen Straße
die meinen Schuhen feindlicher ist
als die Sonne dem Schnee
und das Wasser der Wüste.

Wie schwer fällt mir ein Wort
an meinen Vater und an meine Mutter,
wie schwer fällt mir ein Wort
an alle die mich sehen, alternd
in einem erstochenen Herbst.

Wie schwer fällt mir ein Wort
in diesen Tagen die vergeßlich sind.
Wie schwer fällt mir ein Wort.

Thomas Bernhard

da “Unter dem Eisen des Mondes. Gedichte”, Kiepenheuer & Witsch, 1958 

«Perché mai questa tristezza?» – Nelly Sachs

8
Stoccolma, 10.3.1958
Bergsundsstrand 23

 

Caro amico Paul Celan,
oggi un cordiale saluto da neve e ghiaccio e in occasione della presenza qui di Hermann Kasack, poiché il Suo nome è rimbalzato ancora una volta tra noi in un contesto così alto.
Sono sempre felice di saperla presente e di sapere che la Sua opera traccia cerchi via via più ampi intorno a sé. Segue qui per Lei un minuto alle prime luci dell’alba:

Perché mai questa tristezza?
Questo completo defluire del mondo?
Perché nei tuoi occhi
gocce di luce di cui si compone il morire?

Sommessamente scivoliamo giù per questa ripida roccia dell’orrore

essa ci guarda con le morti pregne di stelle
con queste placente irrigidite nella polvere
nelle quali fluiva il canto degli uccelli
mentre il labbro seppelliva il vino del linguaggio.

O raggio che ci hai risvegliati:
come hai potuto prendere tra le tue braccia
che sempre più abbuiano ogni patria
il nostro farci-stanchi
per poi lasciarci soli nella notte –*

Adieu
Sua Nelly Sachs

da “Paul Celan, Nelly Sachs, Corrispondenza”, Giuntina, 2018

A cura di Barbara Wiedemann. Edizione italiana a cura di Anna Ruchat.

∗∗∗

Warum diese Traurigkeit?

Inedito
Lettera n. 8
* Warum diese Traurigkeit? / Dieses Welt-zu-Endefließen? / Warum in deinen Augen / das perlende Licht daraus Sterben sich zusammensetzt? // Leise gleißen wir diesen steilen Felsen des Entsetzens hinab // der blickt uns an mit sternbesetzten Toden / diesen stauberstarrten Nachgeburten / darin das Lied der Vögel verrann / die Lippe den Wein der Sprache einsargte. // O Strahl der uns geweckt: / wie nahmst Du unser Müde-werden / in deine immer mehr Heimat dunkelnden Arme / und ließest dann allein uns in der Nacht.

Nelly Sachs

da “Briefwechsel”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1993

Ricordo una stagione – Maria Luisa Spaziani

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ricordo una stagione in mezzo a colli
immensi, affaticata dal soffiare
della notturna tramontana. Un gelso
gemeva negli strappi, così alto
che talora il suo grido mi svegliava.

Ieri nel ritornarvi non sembrava
passato altro che un giorno.
La tramontana ci infuriava intorno.
Contro il cancello, intatta, era restata
una mia antica rosa morsicata.

Maria Luisa Spaziani

da “Le acque del sabato”, “Lo Specchio” Mondadori, 1954

Tempesta di sabbia – Juan Vicente Piqueras 

Hengki Koentjoro, Dune

«Perché nel suo sangue vi è il deserto…»
Abd Al-Basit Al-Sufi

Il futuro è deserto.

Il sole e le sabbie seppelliranno paesi
e tutti i sentieri e le fonti
                                    spariranno.

Non ci sarà stata pioggia per lungo tempo
(la scorsa notte trovai sabbia
di duna futura fra i tuoi capelli)
e il colore della terra
                                    sarà sempre più ultimo.

Appassiranno le labbra e gli alberi
e la pioggia se arriva
                                        verrà per trascinare
i resti rotti di ciò che oggi è già rovina.

Raccolti della sete, sarà intempestività,
frutti, preghiere e tempeste aride,
un crepitare d’incendio in ogni pagina,
annunciano un futuro
                                     deserto come l’anima.

«Povera anima umana con oasi solamente
nel deserto accanto»‾ disse Pessoa
che pure sapeva
che accanto ogni giorno è più lontano
(dico i tuoi occhi, il loro orizzonte orfano)
e piove sabbia su ciò che scrivo.

A poco a poco gli uomini
dimenticano ciò che dimenticano e che l’hanno dimenticato
e ormai non ricordano rotta né nome
né a che signore obbediscono né a che tribù
devono le loro cerimonie indecise.

Qualcuno canta in segreto,
                               in memoria dell’acqua,
salmi sconsolati,
salmi di sale in nome della sete.

Il futuro è deserto in ogni voce.

Un giorno sarà inutile
voler togliere la polvere dai mobili,
già che sotto la polvere ci sarà soltanto più polvere,
stupore estinto, sabbia di questi giorni.

Alcuni già lo sanno e vivono spaventati.
Altri ancora lo ignorano e pure.
Ma nessuno sopporterà l’erosione
non solo dei boschi e degli alvei
bensì dell’allegria della pelle.

La terra ormai ha intrapreso la sua vendetta
e quest’aria ardente dice la verità:
che il futuro è deserto
come le nostre città
invase dalla paura e dalla cecità.

I deserti del mondo
crescono (pur se mi chiami)
in silenzio, implacabili,
si avvicinano a noi,
                                     ci occupano.

La terra si è stancata
                                        della sua propria pazienza
e né frutti né fonti,
                               umiliata
incomincia a renderci quello che meritiamo.

Il futuro è deserto.

È già possibile scrutare il suo esercito di tartari,
elmi di polvere, spade dell’attesa,
nel vano orizzonte di questa voce
dove nient’altro che dune,
                                           orme del vento,
                                                                      dubbi.
Però magari non è triste né peggio
che tutte le poesie
e tutte queste case assediate
                                                si sotterrino nella sabbia.
Forse è preferibile evitare la fretta,
e vivere in accampamenti beduini
alla luce spietata del sole
                          o tribale del falò
cantando a memoria
                                    ciò che abbiamo dimenticato:
inni che inventino dèi,
salmi di sale in nome della sete,
                                                  la sola nuova patria.

Una volta che le nostre città di cenere
saranno sotto la sabbia
(e già lo sono, mi dici)
da ogni povera casa
dove un uomo soffriva in solitudine
nasceranno erbe,
                               una sorgente segreta
per oasi e sosta dei sopravvissuti.

Il domani è un deserto
che inizia ai miei piedi e mai finisce.

Fintantoché si consumerà e ci consuma
continuiamo a dimenticare,
ancora possiamo amare equivoci,
rifuggire l’evidenza,
                                    leggere libri,
adorare gli dèi della velocità,
comporre giochi di parole, musica
dove il domani è un’enorme duna
che seppellisce la terra promessa
e che forse le nostre orme non conosceranno.

Odo fischiare il vento per le strade deserte
salmi di sale in nome della sete
e le finestre gemono come voci
che dettano l’assetato
                                            testamento dell’acqua.
Il futuro è deserto
                                   e il futuro è incominciato.

Non vi saranno muri né intralci né nascondigli.
Solo pochissimi lo sopporteranno.
Solo quelli che oggi sono nessuno
(dove sei, dove sei)
sapranno aprire il petto all’orizzonte
e manterranno parole e silenzio.

Riusciranno a essere granelli di sabbia
                                                             fra granelli di sabbia.

È questa la profezia che stasera
la tempesta di sabbia ha scritto in me.

Juan Vicente Piqueras 

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “Sete”, in “Avverbi di luogo”, LietoColle, 2019

∗∗∗

Tormenta de arena

«Porque en su sangre está el desierto…»
Abd Al-Basit Al-Sufi

El futuro es desierto.

El  sol y las arenas sepultarán países
y todos los caminos y las fuentes
                                                    desaparecerán.

Hará ya mucho tiempo que no llueva
(anoche encontré arena
de duna por venir entre tu pelo)
y el color de la tierra
                                     será siempre más último.

Se agostarán los labios y los árboles
y la lluvia si viene
                                   será para arrastrar
los restos rotos de lo que hoy ya es ruina.

Cosechas de la sed, será destiempo,
frutas, plegarias y tormentas secas,
un crepitar de incendio en cada página,
anuncian un futuro
                                      desierto como el alma.

«Pobre del alma humana con oasis sólo
en el desierto de al lado»‾ dijo Pessoa
que también sabía
que al lado cada día está más lejos
(digo tus ojos, su horizonte huérfano)
y llueve arena sobre lo que escribo.

Poco a poco los hombres
olvidan lo que olvidan y que lo han olvidado
y no recuerdan ya rumbo ni nombre
ni a que don obedecen ni a qué tribu
deben sus ceremonias indecisas.

Alguien canta en secreto,
                                     en memoria del agua,
salmos desalentados,
salmos de sal en nombre de la sed.

El futuro es desierto en cada voz.

Un día será inútil
querer quitar el polvo de los muebles
pues bajo el polvo sólo habrá más polvo,
asombro extinto, arena de estos días.

Algunos ya lo saben y viven asustados.
Otros aún lo ignoran y también.
Pero nadie podrá con la erosión
no sólo de los bosques y los cauces
sino de la alegría de la piel.

La tierra ya ha emprendido su venganza
y este aire ardiente dice la verdad:
que el futuro es desierto
como nuestras ciudades
tomadas por el miedo y la ceguera.

Los desiertos del mundo
crecen (aunque me llames)
en silencio, implacables,
se acercan a nosotros,
                                            nos ocupan.
La tierra se ha cansado
                                                de su propia paciencia
y ni frutos ni fuentes,
                                      humillada
comienza a damos nuestro merecido.

El futuro es desierto.

Ya se puede otear su ejército de tártaros,
yelmos de polvo, espadas de la espera,
en el vano horizonte de esta voz
donde tan sólo dunas,
                                         huellas del viento,
                                                                          dudas.
Pero tal vez no es triste ni peor
que todos los poemas
y todas estas casas asediadas
                                                       se entierren en la arena.
Quizás es preferible prescindir de la prisa
y vivir en aduares
a la luz despiadada del sol
                               o tribal de la hoguera
cantando de memoria
                                     lo que hemos olvidado:
himnos que inventen dioses,
salmos de sal en nombre de la sed,
                                                  la sola nueva patria.

Cuando nuestras ciudades de ceniza
estén bajo la arena
(y ya lo están, me dices)
de cada pobre casa
donde un hombre sufría en soledad
nacerán unas hierbas,
                                           un manantial secreto
para oasis y pausa de los supervivientes.

Mañana es un desierto
que comienza a mis pies y no se acaba nunca.

Hasta que se consume y nos consuma
sigamos olvidando,
todavía podemos amar malentendidos,
huir de la evidencia,
                                       leer libros,
adorar a los dioses de la velocidad,
componer juegos de palabras, música
donde mañana es una enorme duna
que sepulta la tierra prometida
y tal vez nuestras huellas no conozcan.

Oigo silbar al viento por las calles desiertas
salmos de sal en nombre de la sed
y las ventanas gimen como voces
que dictan el sediento
                                          testamento del agua.

El futuro es desierto
                                  y el futuro ha empezado.

No habrá muros ni estorbos ni escondites.
Sólo muy pocos lo soportarán.
Sólo los que hoy son nadie
(dónde estás, dónde estás)
sabrán abrir su pecho al horizonte
y guardarán palabras y silencio.

Sabrán ser grano de arena
                                         entre granos de arena.

Esta es la profecía que esta tarde
la tormenta de arena ha escrito en mí.

Juan Vicente Piqueras 

da “Adverbios de lugar”, Visor libros, 2004