Ti aspettavo – Agota Kristof

Foto di Alex Howitt

 

Ti aspettavo in fondo alla strada nella pioggia
andavo a capo chino ti vedevo lo stesso
ma non riuscivo a sfiorarti la mano

Ti aspettavo su una panchina le ombre degli alberi
cadevano sulla ghiaia fresca
come anche la tua ombra mentre ti avvicinavi

Ti aspettavo una volta di notte sul monte
crepitavano i rami quando li hai scostati
dal tuo viso e mi hai detto che non potevi restare

Ti aspettavo a riva con l’orecchio incollato
a terra sentivo il tonfo dei tuoi passi
sulla sabbia morbida poi si fece silenzio

Ti aspettavo quando arrivavano i treni lontani
e le persone tornavano tutte a casa
mi hai fatto un cenno da un finestrino il treno non si è fermato

Agota Kristof

(Traduzione di Vera Gheno)

da “Chiodi”, Edizioni Casagrande, 2018

∗∗∗

Vártalak

Vártalak az út végén az esőben
lehajtott fejjel mentem így is láttalak
de nem tudtam megérinteni a kezed

Vártalak egy padon a fák árnyai
hűvös kavicsokra hulltak
mint a te árnyékod is ahogy közeledtél

Vártalak egyszer éjszaka fönt a hegyen
zörögtek az ágak mikor félrehajtottad
arcod elől és szóltál nem maradhatsz

Vártalak a parton fülemet a földre
szorítva hallottam lépteid dobbanását
a puha homokon aztán csend lett

Vártalak mikor érkeztek a távoli vonatok
és az emberek akik mind hazajöttek
felém intettél egy ablakból a vonat nem állt meg

∗∗∗

Je t’attendais

Je t’attendais au bout de la route sous la pluie
marchant tête baissée et même comme cela je te voyais
mais je ne pouvais pas toucher ta main

Je t’attendais sur un banc les ombres des arbres
tombaient sur le gravier refroidi
comme ton ombre pendant que tu t’approchais

Je t’attendais une fois dans la nuit en haut de la montagne
les branches cliquetaient lorsque tu les a écartées
de ton visage et m’as dit que tu ne pouvais rester

Je t’attendais sur le rivage l’oreille collée à la terre
j’ai entendu le battement de tes pas
dans le sable mou puis le silence fut

Je t’attendais lorsque les trains lointains arrivaient
et les hommes sont tous rentrés à la maison
tu m’as fait signe par la fenêtre le train ne s’est pas arrêté

Agota Kristof

(Traduit du hongrois par Maria Maïlat)

da “Agota Kristof, Clous -Szögek”, Poèmes hongrois et français, Éditions Zoé, 2016

Residuo – Carlos Drummond de Andrade

Foto di René Groebli

 

Di tutto è rimasto un poco,
Della mia paura. Del tuo ribrezzo.

Dei gridi blesi. Della rosa
è rimasto un poco.

È rimasto un poco di luce
captata nel cappello.
Negli occhi del ruffiano
è restata un po’ di tenerezza
(molto poco).

Poco è rimasto di questa polvere
che ti coprì le scarpe
bianche. Pochi panni sono rimasti,
pochi veli rotti,
poco, poco, molto poco.

Ma d’ogni cosa resta un poco.
Del ponte bombardato,
delle due foglie d’erba,
del pacchetto
— vuoto — di sigarette, è rimasto un poco.

Ché di ogni cosa resta un poco.
È rimasto un po’ del tuo mento
nel mento di tua figlia.

Del tuo ruvido silenzio
un poco è rimasto, un poco
sui muri infastiditi,
nelle foglie, mute, che salgono.

È rimasto un po’ di tutto
nel piattino di porcellana,
drago rotto, fiore bianco,
di rughe sulla tua fronte,
ritratto.

Se di tutto resta un poco,
perché mai non dovrebbe restare
un po’ di me? nel treno
che porta a nord, nella nave,
negli annunci di giornale,
un po’ di me a Londra,
un po’ di me in qualche dove?
nella consonante?
nel pozzo?

Un poco resta oscillando
alla foce dei fiumi
e i pesci non lo evitano,
un poco: non viene nei libri.

Di tutto rimane un poco.
Non molto: da un rubinetto
stilla questa goccia assurda,
metà sale e metà alcool,
salta questa zampa di rana,
questo vetro di orologio
rotto in mille speranze,
questo collo di cigno,
questo segreto infantile…
Di ogni cosa è rimasto un poco:
di me; di te; di Abelardo.
Un capello sulla mia manica,
di tutto è rimasto un poco;
vento nelle mie orecchie,
rutto volgare, gemito
di viscere ribelli,
e minuscoli artefatti:
campanula, alveolo, capsula
di revolver… di aspirina.
Di tutto è rimasto un poco.
E di tutto resta un poco.
Oh, apri i flaconi di profumo
e soffoca
l’insopportabile lezzo della memoria.

Ma di tutto, terribile, resta un poco,
e sotto le onde ritmate,
e sotto le nuvole e i venti
e sotto i ponti e sotto i tunnel
e sotto le fiamme e sotto il sarcasmo
e sotto il muco e sotto il vomito
e sotto il singhiozzo, il carcere, il dimenticato
e sotto gli spettacoli e sotto la morte in scarlatto
e sotto le biblioteche, gli ospizi, le chiese trionfanti
e sotto te stesso e sotto i tuoi piedi già rigidi
e sotto i cardini della famiglia e della classe,
rimane sempre un poco di tutto.
A volte un bottone. A volte un topo.

Carlos Drummond de Andrade

(Traduzione di Antonio Tabucchi)

da “Sentimento del mondo”, Einaudi, Torino, 1987

∗∗∗

Resíduo

De tudo ficou um pouco.
Do meu medo. Do teu asco.
Dos gritos gagos. Da rosa
ficou um pouco.

Ficou um pouco de luz
captada no chapéu.
Nos olhos do rufião
de ternura ficou um pouco
(muito pouco).

Pouco ficou deste pó
de que teu branco sapato
se cobriu. Ficaram poucas
roupas, poucos véus rotos,
pouco, pouco, muito pouco.

Mas de tudo fica um pouco.
Da ponte bombardeada,
de duas folhas de grama,
do maço
—vazio—de cigarros, ficou um pouco.

Pois de tudo fica um pouco.
Fica um pouco de teu queixo
no queixo de tua filha.
De teu áspero silêncio
um pouco ficou, um pouco
nos muros zangados,
nas folhas, mudas, que sobem.

Ficou um pouco de tudo
no pires de porcelana,
dragão partido, flor branca,
ficou um pouco
de ruga na vossa testa,
retrato.

Se de tudo fica um pouco,
mas por que não ficaria
um pouco de mim? no trem
que leva ao norte, no barco,
nos anúncios de jornal,
um pouco de mim em Londres,
um pouco de mim algures?
na consoante?
no poço?

Um pouco fica oscilando
na embocadura dos rios
e os peixes não o evitam,
um pouco: não está nos livros.

De tudo fica um pouco.
Não muito: de uma torneira
pinga esta gota absurda,
meio sal e meio álcool,
salta esta perna de rã,
este vidro de relógio
partido em mil esperanças,
este pescoço de cisne,
este segredo infantil …
De tudo ficou um pouco:
de mim; de ti; de Abelardo.
Cabelo na minha manga,
de tudo ficou um pouco;
vento nas orelhas minhas,
simplório arroto, gemido
de víscera inconformada,
e minúsculos artefatos:
campânula, alvéolo, cápsula
de revólver … de aspirina.
De tudo ficou um pouco.

E de tudo fica um pouco.
Oh abre os vidros de loção
e abafa
o insuportável mau cheiro da memória.

Mas de tudo, terrível, fica um pouco,
e sob as ondas ritmadas
e sob as nuvens e os ventos
e sob as pontes e sob os túneis
e sob as labaredas e sob o sarcasmo
e sob a gosma e sob o vômito
e sob o soluço, o cárcere, o esquecido
e sob os espetáculos e sob a morte de escarlate
e sob as bibliotecas, os asilos, as igrejas triunfantes
e sob tu mesmo e sob teus pés já duros
e sob os gonzos da família e da classe,
fica sempre um pouco de tudo.
Às vezes um botão. Às vezes um rato.

Carlos Drummond de Andrade

da “A rosa do povo”, São Paulo: Companhia das Letras, 2012 (1st ed. 1945)

Trasfigurazione – Georg Trakl

Georg Trakl

 

Quando si fa sera
Lieve ti lascia un viso azzurro.
Nel tamarindo canta un uccellino.

Soave un monaco
Giunge le morte mani.
Un angelo bianco visita Maria.

Notturna ghirlanda
Di viole, grano e vite purpurea
È l’anno del Contemplante.

Ai tuoi piedi
Si aprono le fosse dei morti
Quando appoggi la fronte sulle argentee mani.

Riposa
Sulla tua bocca la luna autunnale,
Inebriata dall’oscuro canto dell’oppio;

Fiore azzurro
Che lieve suona tra ingiallite pietre.

Georg Trakl

(Traduzione di Ida Porena)

da “Georg Trakl, Poesie”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

Verklärung

Wenn es Abend wird,
Verläßt dich leise ein blaues Antlitz.
Ein kleiner Vogel singt im Tamarindenbaum.

Ein sanfter Mönch
Faltet die erstorbenen Hände.
Ein weißer Engel sucht Marien heim.

Ein nächtiger Kranz
Von Veilchen, Korn und purpurnen Trauben
Ist das Jahr des Schauenden.

Zu deinen Füßen
Öffnen sich die Gräber der Toten,
Wenn du die Stirne in die silbernen Hände legst.

Stille wohnt
An deinem Mund der herbstliche Mond,
Trunken von Mohnsaft dunkler Gesang;

Blaue Blume,
Die leise tönt in vergilbtem Gestein.

Georg Trakl

da “Sebastian im Traum”, Leipzig: Kurt Wolff, 1915

da «Sole il Primo» – Odisseas Elitis

Paul Klee, Ad Parnassum, 1932

SPESSO QUANDO PARLO DEL SOLE UNA GRANDE ROSA ROSSA MI S’IMPIGLIA NELLA LINGUA.
MA TACERE NON MI È POSSIBILE
I

Non la conosco più la notte, atroce anonimia di morte
Una flotta di stelle approda in fondo alla mia anima.
Espero, sentinella, brilla accanto alla brezza
Turchina di un’isola che mi sogna
Mentre annuncio l’alba dall’alto degli scogli
I miei occhi ti fanno navigare abbracciato alla stella
Del mio cuore più giusto: Non la conosco più la notte.

Non li conosco più i nomi di un mondo che mi rifiuta
Chiaramente leggo conchiglie foglie stelle
L’inimicizia mi è superflua nelle strade del cielo
A meno che non sia il sogno a guardarmi
Attraversare con lacrime il mare dell’immortalità
Espero, sotto l’arco del tuo fuoco d’oro
La notte che è soltanto notte non la conosco più.

              II
     Corpo dell’estate

Ne è passato di tempo da quando si udì l’ultima pioggia
Sulle formiche e sulle lucertole
Ora il cielo brucia senza fine
I frutti si tingono la bocca
Si aprono piano piano i pori della terra
E accanto all’acqua che goccia sillabando
Un’enorme pianta fissa negli occhi il sole!

Chi è colui che giace lassù sulle spiagge
E fuma sdraiato foglie d’olivo argentate
Le cicale si scaldano alle sue orecchie
Le formiche lavorano sul suo petto
Lucertole s’insinuano nell’erba dell’ascella
E dalle alghe dei piedi passa lieve un’onda
Inviata dalla piccola sirena che cantò:

Oh corpo dell’estate nudo e riarso
Corroso dall’olio e dal sale
Corpo della roccia e brivido del cuore
Grande sventolio di chiome di agnocasto
Alito di basilico sul pube ricciuto
Pieno di stelle e di aghi di pino
Corpo profondo natante del giorno!

Vengono piogge leggere improvvise grandinate
Terre sferzate dalle unghie gelide della bufera
Che illividisce al largo nella furia delle onde
Si tuffano i colli in seno alle dense nubi
Ma nonostante tutto sorridi spensierato
E ritrovi la tua ora immortale
Come sulle spiagge ti ritrova il sole
E nella tua giovane nudità il cielo.

XVI

Con quali pietre quale sangue e quale ferro
Con quale fuoco siamo fatti
Mentre sembriamo solo nuvola
E ci lapidano e ci chiamano
Sognatori
Come viviamo giorno e notte
Solo Dio lo sa.

Quando la notte, amico, accende il tuo dolore elettrico
Vedo l’albero del cuore distendersi
Le tue mani aperte sotto un’Idea bianchissima
Che sempre invochi
E mai discende
Per anni e anni
Lei lassù e tu qua in basso.

Eppure la visione del desiderio un giorno si sveglia carne
E là dove prima non risplendeva che nuda solitudine
Ora ride una bella città, come tu l’hai voluta
Tra poco la vedrai, ti aspetta
Dammi la mano e andiamo là prima che l’Alba
La inondi di grida di trionfo.

Dammi la mano – prima che sulle spalle
Degli uomini si radunino gli uccelli a cantare
Come finalmente si sia vista arrivare da lontano
La Vergine Speranza visibile in mare aperto!
Andiamo insieme e ci lapidino pure
Chiamandoci sognatori
Amico, quanti non sentirono mai con quale
Ferro quali pietre e sangue e quale fuoco
Costruiamo sogniamo e cantiamo!

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

***

da «Ήλιος ο πρώτος»

ΕΤΣΙ ΣΥΧΝΑ ΟΤΑΝ ΜΙΛΩ ΓΙΑ ΤΟΝ ΗΛΙΟ ΜΠΕΡΔΕΥΕΤΑΙ ΣΤΗΓΑΩΣΣΑ ΜΟΥ ΕΝΑ ΜΕΓΑΛ Ο ΤΡΙΑΝΤΑ ΦΥΛΛΟ ΚΑ ΤΑΚΟΚΚΙΝΟ. ΑΛΛΑ ΔΕΝ ΜΟ Υ ΕΙΝΑΙ ΒΟΛΕΤΟ ΝΑ ΣΩΠΑΣΩ
I

Δέν ξέρω πια τη νύχτα φοβερή ανωνυμία θανάτου
Στον μυχό της ψυχής μου αράζει στόλος άστρων.
“Εσπερε φρουρέ για να λάμπεις πλάι στό ούρανί
Αεράκι ενός νησιού πού μέ ονειρεύεται
Ν’ αναγγέλλω τήν αύγή από τα ψηλά του βράχια
Τα δυό μάτια μου αγκαλιά σέ πλέουνε μέ τό άστρο
Της σωστης μου καρδιάς: Δέν ξέρω πια τή νύχτα.

Δέν ξέρω πια τα ονόματα ενός κόσμου πού μ’ άρνιέται
Καθαρά διαβάζω τα όστρακα τα φύλλα τ’ άστρα
‘Η εχτρα μοΰ είναι περιττή στούς δρόμους τ’ ούρανοΰ
Εξόν κι αν είναι τ’ όνειρο πού μέ ξανακοιτάζει
Μέ δάκρυα να διαβαίνω της αθανασίας τή θάλασσα
“Εσπερε κάτω απ’ τήν καμπύλη της χρυσής φωτιάς σου
Τή νύχτα πού είναι μόνο νύχτα δέν τήν ξέρω πιά.

                        II
  Σώμα του καλοκαιριού

Πάει καιρός πού ακούστηκεν ή τελευταία βροχή
Πάνω από τα μυρμήγκια καί τίς σαύρες
Τώρα ο ούρανός καίει απέραντος
Τα φρούτα βάφουνε τό στόμα τους
Της γης οί πόροι ανοίγουνται σιγα σιγα
Καί πλάι απ’ το νερό πού στάζει συλλαβίζοντας
“Ενα πελώριο φυτό κοιτάει κατάματα τόν ήλιο!

Ποιος είναι αυτός πού κείτεται στίς πάνω αμμουδιές
Ανάσκελα φουμέρνοντας άσημοκαπνισμένα ελιόφυλλα
Τά τζιτζίκια ζεσταίνονται στ’ αυτιά του
Τά μυρμήγκια δουλεύουνε στό στήθος του
Σαύρες γλιστρούν στη χλόη της μασχάλης
Κι άπό τά φύκια των ποδιών του άλαφροπερνά ένα κύμα
Σταλμένο απ’ τη μικρή σειρήνα πού τραγούδησε:

’Ώ σώμα τοϋ καλοκαιριού γυμνό καμένο
Φαγωμένο άπό τό λάδι κι άπό τό αλάτι
Σώμα τού βράχου καί ρίγος της καρδιάς
Μεγάλο ανέμισμα της κόμης λυγαριάς
“Αχνα βασιλικού πάνω άπό τό σγουρό εφηβαΐο
Γεμάτο άστράκια καί πευκοβελόνες
Σώμα βαθύ πλεούμενο τής μέρας!

“Ερχονται σιγανές βροχές ραγδαία χαλάζια
Περνάν δαρμένες οί στεριές στά νύχια τού χιονιά
Πού μελανιάζει στά βαθιά μ’ άγριεμένα κύματα
Βουτάνε οί λόφοι στά πηχτά μαστάρια τών νεφών
“Ομως καί πίσω άπ’ όλα αυτά χαμογελάς άνέγνοια
Καί ξαναβρίσκεις τήν άθάνατη ώρα σου
“Οπως στίς άμμουδιές σέ ξαναβρίσκει ο ήλιος
“Οπως μές στή γυμνή σου υγεία ο ουρανός.

XVI

Μέ τί πέτρες τί αίμα καί τί σίδερο
Καί τί φωτιά είμαστε καμωμένοι
Ένώ φαινόμαστε άπό σκέτο σύννεφο
Καί μάς λιθοβολούν καί μάς φωνάζουν
Άεροβάτες
Το πως περνούμε τις μέρες καί τις νύχτες μας
“Ενας Θεός το ξέρει.

Φίλε μου όταν άνάβ’ η νύχτα την ηλεχτρική σου οδύνη
Βλέπω τό δέντρο της καρδιάς πού απλώνεται
Τα χέρια σου ανοιχτά κάτω από μιαν Ιδέα ολόλευκη
Πού όλο παρακαλεΐς
Κι όλο δέν κατεβαίνει
Χρόνια καί χρόνια
Εκείνη εκεΐ ψηλά εσύ εδώ πέρα.

Κι όμως τού πόθου τ’ όραμα ξυπνάει μιά μέρα σάρκα
Κι εκεΐ όπου πρίν δέν αστραφτε παρά γυμνή ερημιά
Τώρα γελάει μιά πολιτεία ώραία καθώς τή θέλησες
Κοντεύεις νά τή δεΐς σέ περιμένει
Δώσε τό χέρι σου νά πάμε πρίν η Αυγή
Τήν περιλούσει μέ ιαχές θριάμβου.

Δώσε τό χέρι σου — πρίν συναχτούν πουλιά
Στούς ώμους τάν ανθρώπων καί τό κελαηδήσουνε
Πώς επιτέλους φάνηκε νά ’ρχεται από μακριά
‘Η ποντοθώρητη παρθένα Ελπίδα!
Πάμε μαζί κι ας μάς λιθοβολούν
Κι ας μάς φωνάζουν άεροβάτες
Φίλε μου όσοι δέν ένιωσαν ποτέ μέ τί
Σίδερο μέ τί πέτρες τί αίμα τί φωτιά
Χτίζουμε ονειρευόμαστε καί τραγουδούμε!

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Ήλιος ο πρώτος”, Ίκαρος, Αθήνα, 1943

Le cose – Jorge Luis Borges

Irving Penn, After Dinner Games, 1947



Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte da gioco e la scacchiera,
un libro e tra le pagine appassita
la viola, monumento d’una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un’aurora. Quante cose,
atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,
ci servono come taciti schiavi,
senza sguardo, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

Las cosas

El bastón, las monedas, el llavero,
la dócil cerradura, las tardías
notas que no leerán los pocos días
que me quedan, los naipes y el tablero,
un libro y en sus páginas la ajada
violeta, monumento de una tarde
sin duda inolvidable y ya olvidada,
el rojo espejo occidental en que arde
una ilusoria aurora. ¡Cuántas cosas,
limas, umbrales, atlas, copas, clavos,
nos sirven como tácitos esclavos,
ciegas y extrañamente sigilosas!
Durarán más allá de nuestro olvido;
no sabrán nunca que nos hemos ido.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969