Non voglio – Margherita Guidacci

Foto di Anka Zhuravleva

La farfalla è condannata per le
sue ali, che sono antieconomiche.
Osbert Sitwell

Tutti i vostri strumenti hanno nomi bizzarri
e difficili, ma io vedo chiaro
e so che in fondo sono solamente
metri e gessetti con cui misurate
e segnate − segnate e misurate
senza stancarvi.

Sfilate spilli di tra le labbra, come una sarta:
me li appuntate sull’anima
e dite: «Qui faremo un bell’orlo.
Dopo starai tanto meglio.»

Io non voglio che mi tagliate un pezzo d’anima!
Se ne ho troppa per entrare nel vostro mondo,
ebbene, non voglio entrarci.

Sono un poeta: una farfalla, un essere
delicato, con ali.
Se le strappate, mi torcerò sulla terra,
ma non per questo potrò diventare
una lieta e disciplinata formica.

Margherita Guidacci

da “Neurosuite”, Vicenza: Neri Pozza, 1970

Quel lontano di noi – Milo De Angelis

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ci viene restituita una corsa a Villa Scheibler,
il legno della porta, un verde esteso
per nomi e anni fino a qui, fino all’ora
più discorde, fino al luogo terminale. E tu
sorridi e ti disseti in quella goccia, accordi
le lancette del polso a quelle celesti,
episodio tornato al ritmo, essenziale nudità, quel
lontano di noi che risuona, placato, nelle labbra.

*

C’è un’ora che raccoglie tutte le ore,
la lode e lo sterminio, i baci che incalzano,
l’angolo del ginocchio, il gelo e il soprassalto
come in un appello universale giungono
con un volto ciascuna, un segno distintivo,
un soprannome, congiungono le linee del tempo
a quelle della mano e del quaderno,
alla precisione di un congedo.

*

Tra figure d’indugio e di ansia, siamo scesi
nel bacio, abbiamo attraversato il groviglio, siamo scesi
nel tempo silenzioso, nella carne raggiunta,
nel tempo, nel tempo: invasione corale
della luce, idea sciolta nella sua infanzia, vela
che ci porta congiunti, sorriso
degli sposi promessi. Ma non ha regole, mai,
la via del dolore.

*

Nella stanza, nel modo esatto
di disporre gli oggetti, c’era la tua attesa
e tutto si preparava all’istante
dell’ingresso, ai piedi scalzi
che varcano il confine, ogni confine,
tutto si illuminava di te, lieta pronuncia
di tavoli e pareti, brivido preciso,
battito estivo che porta il disordine alla sua
pura linea, al sorriso, all’annuncio,
calda voce dell’al di là.

*

Ma a volte, tornando, s’incontra l’ira dei morti,
il pallido sconcerto delle strade che una volta
furono nostre e ringraziate, furono brivido notturno
e veste sfiorata nel balcone: bisbigliano
che solo uno fu l’istante, solo uno fu il bacio, il nome
dei batticuori, solo uno, bisbigliano
l’antico stornello: “non tornare, oh, non tornare
nei luoghi che ti hanno visto felice”.

*

Nell’ora consacrata, nella chiarezza
dei corpi siamo stati, ed era
quell’intimo che in sé trabocca, quel respiro
che muove le foglie di Villa Scheibler
come nel minimo toccarsi c’è l’intero,
come una donna si fa ritmo e silenzio.

*

Talvolta è stato attendere nel buio
la felicità degli atleti, la chiara
fantasia sulla pista, i bei giocolieri,
talvolta è stato un blocco di partenza,
una melodia invocata tra le note
più disperse, i cuscini, le scale mobili
dell’ultima estate, dell’ultima
frase che respira in tutte.

*

Bruciava l’asfalto e tu eri sola
tra gli alberi di Quarto Oggiaro e le luci
immortali dei bar e le case
degli anni cinquanta, balconi e basilico,
un concerto di piantine e di mare:
torna, non tornare più
qui, nella nostalgia dei viventi, torna,
non tornare, ritorna, mai, più.

*

Sulla tua fronte restava un segno
della notte, l’amore che sfugge all’udito,
forse, una sazietà di ore. Vagando
nella stessa ruga, sfiorando la linea
in cui non si entra, mi chiedo
dove andrà il tuo sangue, l’estate
di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano.

*

Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa
affranta che appare nell’unione,
sua orbita segreta, siamo noi.
Siamo noi il luogo della cronaca
e il luogo del fiore senza età.

Milo De Angelis

da “Tema dell’addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

Visite serali – Milo De Angelis

Foto di Paul Apal’kin

 

A te, amore, una semplice
poesia, quel sorriso umano
e trascorso che vedevi in ogni
sillaba, a te una sola
dedica, cenere che si fa
respiro, atto unico.

*

Nella tua estrema voce
la vita fu simultanea. Un semplice
attimo e un sempre insanguinato
confondevano le sillabe
nella tua estrema gola
bambina che cerca un viso
qualsiasi, lo bacia, lo fa suo,
gli crede, gli cede.

*

Camminavi con la coscienza del sangue
e l’attimo strappato al suo giorno,
mia arciera, mia trafitta
che ogni notte ti accendi nel cielo
ora che il corpo si è fatto musica
delle sfere, voce consacrata, silenzio.

*

La miniera dell’ultimo vedersi, il nome
pronunciato senza nulla, l’universo
ritornato qui, nel cerchio di Via Davide
Silvagni, l’eterno bar, l’alleanza
tra il dolore e le tue labbra. Qui,
nell’unico foglio, ritornato qui
dove il pavimento finisce ed è il rapido
gorgo di ogni amore, di ogni amore,
ti cedo la parola, ti chiedo un po’
di morte, giocoliera del momento.

*

Sotto la camicetta verde c’era un vuoto
di secoli, un atto di bestemmia
e perdono che andavano intrecciati nei viali
di ogni cellula. Sei felice, forse, cammini
verso un punto che ti chiama,
che ti ama senza una parola, con la sola
certezza del tuo piangere.

*

Nell’estate spoglia, nella definitiva,
resta la luce verde della maglietta, frazione
che si fa essenza, insistere del colore
fino alla foglia, al prato, al pallone
scagliato a fil di palo, l’applauso, il sorriso,
spettatori di una partita tra bambini
siamo rimasti qui per sempre.

*

Invochi il respiro, la giusta
posizione del cuscino, l’accento
che dai limiti del mondo giunge qui,
apre le finestre, chiama
ogni poesia alla guarigione.
Non ha più contorno
la ferita che abitava nel seno,
preme sui vetri e sulle pentole,
esce tra i semafori
della Prenestina, grida che niente
diventerà parola, che tutto
era scritto.

*

Nell’invalicabile minuto tornano tutti
i giardini della nostra vita, tutte le ombre
che abbiamo calpestato, le foglie,
i saluti, respiri in soprassalto, estati, frasi
che sembravano sepolte, sepolture
che sembravano avvenute.

*

Ora si è spezzato l’ordine, ora
ti avvicini alla stanza e resti
nuda per tutta l’estate, con la mano
che gira all’infinito la maniglia.

*

Il cancello si apriva, erano le undici,
venivi qui ogni sera, varcavi il limite
del dolore e riposavi su un’intatta
panchina, riposavi ed eri l’arcadia
delle tue mani, quell’essere ombra, quel
luogo senza età.

*

All’appello totale, all’appello
che conduce al sorriso, che conduce
e fa nostro ogni globulo,
manchi soltanto tu, arciera,
bambina, tu puntaspilli, tu che parli
al sangue, tu furtiva
e assetata
tu,  filo di voce,
canta il bel raggio
sepolto nelle parole, la scapola,
la pungitura, la fitta, gli antichi
numeri di telefono,
oh tu fra coloro che attendono,
che sono lì lì,
che bevono l’acqua passata, il canto
del cigno, la chiara
sorte di questa domenica.

Milo De Angelis

da “Tema dell’Addio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2005

da «Amorgo» – Nikos Gatsos

Foto di Allan Grant

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[VI]

Quanto ti ho amata lo so soltanto io
Io che una volta ti sfiorai con gli occhi delle Pleiadi
Ti abbracciai con la criniera della luna e danzammo
nei campi d’estate
Sul canneto falciato e mangiammo insieme il trifoglio reciso
Grande mare nero con tanti ciottoli attorno al collo
tante pietruzze colorate nei tuoi capelli.
Una nave entra nel lido rimbomba una noria arrugginita
Un ciuffo di fumo azzurro dentro il rosa dell’orizzonte
Uguale all’ala della gru che si dibatte
Eserciti di rondini aspettano di dare il benvenuto ai prodi
Braccia nude si levano con àncore graffite sull’ascella
Urla di bimbi si confondono
con il gorgheggio del ponentino
Api vanno e vengono nelle narici delle mucche
Sventolano fazzoletti di Kalamata
E una campana in lontananza tinge il cielo d’indaco
Come la voce di un crepitàcolo che viaggia tra le stelle
Per tanti secoli in fuga
Dall’anima dei Goti e dalle cupole di Baltimora
E da Santa Sofia perduta il grande monastero.

[…]

Nikos Gatsos

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Amorgo”, 1943

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

[ΣT]

Πόσο πολύ σέ έγάπησα ἐγώ μονάχα τό ξέρω
Ἐγώ πού ϰάποτε σ᾿ ἄγγιξα μέ τά μάτια τῆς πούλιας
Καί μέ τή χαίτη τοῦ φεγγαριοῦ σ᾿ έγϰάλιασα ϰαί
χορέψαμε μές στούς ϰαλοϰαιριάτιϰους ϰάμπους
Πάνω στή θερισμένη ϰαλαμιά ϰαί φάγαμε μαζί τό ϰομμένο τριφύλλι
Μαύρη μεγάλη θάλασσα μέ τόσα βότσαλα τριγύρω στό
λαιμό τόσα χρωματιστά πετράδια στά μαλλιά σου.
Ἕνα ϰαράβι μπαίνει στό γιαλό ἕνα μαγγανοπήγαδο σϰουριασμένο βογγάει
Μιά τούφα γαλανός ϰαπνός μές στό τριανταφυλλί τοῦ ὁρίζοντα
Ἴδιος μέ τή φτερούγα τοῦ γερανοῦ πού σπαράζει
Στρατιές χελιδονιῶν περιμένουνε νά ποῦν στούς έντρειωμένους τό ϰαλωσόρισες
Μπράτσα σηϰώνουνται γυμνά μέ χαραγμένες ἄγϰυρες στή μασχάλη
Μπερδεύουνται ϰραυγές παιδιῶν μέ τό ϰελάδημα τοῦ πουνέντε
Μέλισσες μπαινοβγαίνουνε μές στά ρουθούνια τῶν έγελάδων
Μαντήλια ϰαλαματιανά ϰυματίζουνε
Καί μιά ϰαμπάνα μαϰρινή βάφει τόν οὐρανό μέ λουλάϰι
Σάν τή φωνή ϰάποιου σήμαντρου πού ταξιδεύει μέσα στ᾿έστέρια
Τόσους αἰῶνες φευγάτο
Ἀπό τῶν Γότθων τήν ψυχή ϰι έπό τούς τρούλους τῆς Βαλτιμόρης
Κι έπ᾿τή χαμένη Ἁγια-Σοφιά τό μέγα μοναστήρι.

[…]

Νίϰος Γϰάτσος

da “Ἀμοργός”, 1943

Elsa – Jorge Luis Borges

Brassaï, The Hands of Léon-Paul Fargue and Louise de Vilmorin, 1935

 

Notti penose della lunga insonnia
che anelavano all’alba e la temevano,
giorni che vanamente ripetevano
gli ieri, uguali. Oggi li benedico.
Potevo mai presentire in quegli anni
di deserto d’amore che le atroci
favole della febbre e le feroci
aurore fossero solo i gradini
incerti, le vaganti gallerie
per i quali sarei giunto alla pura
vetta azzurra che nell’azzurro dura
della sera d’un giorno, dei miei giorni?
Nella mia è la tua mano, Elsa. Guardiamo
lenta nell’aria la neve e l’amiamo.

Jorge Luis Borges

Cambridge, 1967

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971

***

Elsa

Noches de largo insomnio y de castigo
que anhelaban el alba y la temían,
días de aquel ayer que repetían
otro inútil ayer. Hoy los bendigo.
¿Cómo iba a presentir que en esos años
de soledad de amor que las atroces
fábulas de la fiebre y las feroces
auroras no eran más que los peldaños
torpes y las errantes galerías
que me conducirían a la pura
cumbre de azul, que el azul perdura
de esta tarde de un día y de mis días?
Elsa, en mi mano está tu mano. Vemos
en el aire la nieve y la queremos.

Jorge Luis Borges

Cambridge, 1967

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969