Macchina – Antonella Anedda 

Foto di Robert Doisneau

 

Le dita sulla tastiera del computer schioccano
– solo piú leggermente –
come un tempo la macchina per scrivere.
Era bello quel nome: macchina, ancora meglio
quando senza la c ritorna machina.
Impalcatura per un dio o un assedio,
ariete per abbattere le mura.
Rimandava a un arto di ferro, un ordigno
e un artiglio che ubbidiva al cervello.
Eppure non ha senso
rimpiangere il passato,
provare nostalgia per quello che
crediamo di essere stati.
Ogni sette anni si rinnovano le cellule:
adesso siamo chi non eravamo.
Anche vivendo – lo dimentichiamo –
restiamo in carica per poco.

Antonella Anedda 

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018

A molti – Anna Andreevna Achmatova

 

Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali…
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.

Ecco perché amate cosí cúpidi
me, nel mio peccato e nel mio male,
perché affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perché nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere piú strettamente,
non si può amare piú perdutamente…

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
cosí io adesso voglio essere scordata.

Anna Andreevna Achmatova

1922.

(Traduzione di Michele Colucci)

da “La corsa del tempo”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

Многим

Я – голос ваш, жар вашего дыханья,
Я – отраженье вашего лица.
Напрасных крыл напрасны трепетанья, —

Ведь все равно я с вами до конца.
Вот отчего вы любите так жадно
Меня в грехе и в немощи моей,
Вот отчего вы дали неоглядно
Мне лучшего из ваших сыновей,
Вот отчего вы даже не спросили
Меня ни слова никогда о нем
И чадными хвалами задымили
Мой навсегда опустошенный дом.
И говорят – нельзя теснее слиться,
Нельзя непоправимее любить…

Как хочет тень от тела отделиться,
Как хочет плоть с душою разлучиться,
Так я хочу теперь – забытой быть.

Анна Андреевна Ахматова

1922

da “Сочинения. Т.1: Стихотворения и поэмы”, Художественная литература, 1990

«Mi insegno» – Chandra Livia Candiani

Donata Wenders, Untitled I, 2002

 

Mi insegno
a non proferire urlo
mentre mi cadono addosso
secchi di notte
mentre mi inchiostro
nera sotto lenzuola
pallide e fremo d’alba
mi insegno
che non si trema e non si piange
neanche al chiuso di una faccia
e non ci si denuda come albero
appena soffia il gelo
di un assolo adulto
mi insegno nascoste acrobazie
d’ascolto, tane e cunicoli
sottopelle mentre l’erudita
superbia dell’ovest mi conta
le ciglia perdute per delicatezza.
Mi insegno a parlare molte lingue
sotto la fitta sassaiola
dei silenzi armati,
mi ingegno a non contare
niente, a declinare gli urli
come verbi senza transito,
ad addormentarmi coperta di neve
contro la porta della ragione
e dell’accordo, e dormendo sfioro
la foglia che ieri sbordando leggera
dalla traiettoria della sua caduta
voleva dire: «Niente».

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

Dora – Harry Martinson

Foto di Édouard Boubat

 

Sotto il cappello di paglia il cui intreccio filtrava il sole sulla tua fronte
gettavano sguardi occhi scuri come more selvatiche, infantilmente penetranti.
Silenziosamente volevi proteggere la scura pioggia di lentiggini del tuo volto.
Ma talvolta dimenticavi te stessa e ridevi.

Harry Martinson

(Traduzione di Giacomo Oreglia)

da “Venti alisei”, in “Harry Martinson, Le erbe nella Thule”, Einaudi, Torino, 1975

∗∗∗

Dora

Under hatten av strå vars flätning silade solen över din panna
blickade björnhallonmörka ögon, barnsligt borrande.
Tyst ville du försvara ditt ansiktes mörka regn av fräknar.
Men ibland glömde du dig och skrattade.

Harry Martinson

da “Passad”, Stockholm: Albert Bonniers Förlag, 1945

Trepidanti inchiostri di giorni – Pierpaolo Annunziata

Robert Doisneau, Juliette Binoche au Pont Neuf, 1991

 

Ti ho parlato a distanza,
la prima volta. Con gli occhi.
Dentro il tuo passo, voltandomi
negli adagi e nei mossi delle
tue anche svelte.

Ti ho guardata da lontano,
una seconda volta. Con la voce
chiara lungo la tua schiena:
bianca pietra di paragone
per una linea del tempo.

Ti ho attesa qui vicino,
una volta ancora. Con il respiro
denso di una notte fredda
lungo una superficie di ore.

I nostri incontri sono scritti
in questi giorni puri.

Pierpaolo Annunziata

da “Trame confesse”, «NarrativaePoesia», 2011