Elegia del ricordo impossibile – Jorge Luis Borges

 

Che cosa non darei per la memoria
di una strada sterrata fra muri bassi
e di un alto cavaliere che riempie l’alba
(lungo e sdrucito il poncho)
in uno dei giorni della pianura,
un giorno senza data.
Che cosa non darei per la memoria
di mia madre che contempla il mattino
nella tenuta di Santa Irene,
ignara che il suo nome sarebbe stato Borges.
Che cosa non darei per la memoria
d’essermi battuto a Cepeda
e di aver visto Estanislao del Campo
salutare la prima pallottola
con l’esultanza del coraggio.
Che cosa non darei per la memoria
di un portone di villa segreta
che mio padre spingeva ogni sera
prima di perdersi nel sonno
e spinse per l’ultima volta
il 14 febbraio del ’38.
Che cosa non darei per la memoria
delle barche di Hengist,
mentre prendono il mare dalle sabbie danesi
per debellare un’isola
che ancora non era l’Inghilterra.
Che cosa non darei per la memoria
(l’ho avuta e l’ho perduta)
di una tela d’oro di Turner,
vasta come la musica.
Che cosa non darei per la memoria
di aver udito Socrate
quando la sera della cicuta
serenamente analizzò il problema
dell’immortalità,
alternando i miti e le ragioni
mentre la morte azzurra lo invadeva
dai piedi fatti gelidi.
Che cosa non darei per la memoria
di te che avessi detto che mi amavi
e di non aver dormito fino all’alba,
straziato e felice.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “La moneta di ferro”, Adelphi, 2008

***

Elegía del recuerdo imposible

Qué no daría yo por la memoria
de una calle de tierra con tapias bajas
y de un alto jinete llenando el alba
(largo y raído el poncho)
en uno de los días de la llanura,
en un día sin fecha.
Qué no daría yo por la memoria
de mi madre mirando la mañana
en la estancia de Santa Irene,
sin saber que su nombre iba a ser Borges.
Qué no daría yo por la memoria
de haber combatido en Cepeda
y de haber visto a Estanislao del Campo
saludando la primer bala
con la alegría del coraje.
Qué no daría yo por la memoria
de un portón de quinta secreta
que mi padre empujaba cada noche
antes de perderse en el sueño
y que empujó por última vez
el 14 de febrero del 38.
Qué no daría yo por la memoria
de las barcas de Hengist,
zarpando de la arena de Dinamarca
para debelar una isla
que aún no era Inglaterra.
Qué no daría yo por la memoria
(la tuve y la he perdido)
de una tela de oro de Turner,
vasta como la música.
Qué no daría yo por la memoria
de haber oído a Sócrates
que, en la tarde de la cicuta,
examinó serenamente el problema
de la inmortalidad,
alternando los mitos y las razones
mientras la muerte azul iba subiendo
desde los pies ya fríos.
Qué no daría yo por la memoria
de que me hubieras dicho que me querías
y de no haber dormido hasta la aurora,
desgarrado y feliz.

Jorge Luis Borges

da “La moneta de hierro”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1996

La riunione ristretta – Giovanni Raboni

Foto di André Kertész

 

La scrittura da alterare
o aggiungere in un libro bollato non vale
i suoi mesi di prigione: un buon inchiostro
invecchia presto: restano i sospiri
dei soci torturati dalle tasse, i sorrisi
all’impiegato complice… Si vede
che anche in queste equazioni marginali e
poco protocollari (e a prima vista
piú sordide) s’annida un plusvalore
negativo. Ma davvero, chi è l’ucciso
da vendicare? se poi restiamo soli
a mangiarci con gli occhi: il consigliere
delegato, l’amico, il direttore
delle imposte indirette… noi tre soli
a non sapere, a chiederci chi siamo,
persone separate o una: un coniglio,
un topo che condizionato a certi
riflessi verifica il sistema.

Giovanni Raboni

da “Le case della Vetra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

Viaggio a Venezia – Jaroslav Seifert

Foto di Michael Kenna

 

Si può dire forse cosí:
l’amore va e va e va
               e non v’è angolo
dove non sia a casa sua.
E i baci si allungano veloci
come a primavera le giornate.

E per questo ci siamo una volta destati
solo nell’amoroso silenzio di un quadro
dove c’erano soltanto due colonne rosa
e un pezzetto di mare.

I palazzi stavano infilzati nel mare
come pèttini antichi
              con perle e bruscoli d’oro,
ma nelle lagune era sporco e limo.

E il gondoliere
              con riso cattivo
pescò col remo davanti a noi
ciò che lí al mattino gettano dalla finestra
i dormienti d’amor prudente
perché non hanno stufe.

E tu subito strappasti le dita
dalla mia mano!
              Ridammi la mano!
Sarebbe triste, nella bella città
dalla quale è cosí duro partire.
              E repentina
dalla piazza risonò la lusinga
di una musica dolce.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La cometa di Halley” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

Cesta do Benátek

Snad je to možno tak říci:
láska jde a jde a jde
              a není kout,
kde nebyla by doma.
A polibky se rychle prodlužují
jak na jaře dny.

A proto jsme se jednou probudili
až v milostném tichu obrazu,
kde byly jen dva růžové sloupy
a kousek moře.

Paláce byly vetknuty do moře
jako staré hřebeny
              s perlami a zbytky zlata,
ale v lagunách byly špína a kal.
A gondoliér
s ošklivým smíchem
vylovil před námi veslem,
co tam házejí patrně z okna k ránu
spáči opatrné lásky,
protože tam nemají kamna.

A tys hned prudce vytrhla své prsty
z mojí dlaně!
              Dej mi zas ruku!
Bylo by smutno v krásném městě,
odkud se tak těžko odchází.
              A vzápětí
z náměstí před námi zazněla lichotně
sladká hudba.

Jaroslav Seifert

da “Halleyova kometa”, Albatros, Praha, 1969 

La poesia delle rose – Franco Fortini

Kenro Izu, Still life

1

 

Rose, rose di polvere, quanta durezza
nei ceppi a notte, rose arcuate
di spine quali i tendini robusti
e i muscoli disseccati della ragazza
che nell’auto seta manovra e cuoio
ma molle se un abbagliante la sbatte ma maculata
lungo la gola come le rose contuse
nel lavorìo di mezzanotte e ortiche.

Ah contro i fiori aperti all’afa
com’è dolce l’affanno dell’ape,
come i cuori vorrebbero non venisse
mai giorno ma sempre i fari ai tornanti
a infocare teatri di roseti
nel parco immenso arido romano!
Per questo «polvere» ho detto, da ustioni
di curve, da colombari, ghiaie, anfore…

Polvere sugli spalti; delle rose
l’empietà ne gode, la sete si esalta
senza posa a colpi di sangue
dove scava balordo lo scarabeo.
Scalcia la dama, perde il sandalo, esige
immanità, si lorda tra erbe e bava.
Miele occlude i trionfi, o ape latina.
Lascia sazie le gole, beate le rose.

2

Ma riconosci questo inizio. Da grotte, fontane,
i contrari respirano immobili.
Dove si schiude una rosa decade una rosa
e uno è il tempo ma è di due verità.
Vieni al gelo e al gran caldo. Qui osa
sul limite esitare. Aprirà
i rami, le trame penetra. Appari
tu ai lampi illuminata tempia

che eri slancio d’alloro nella calma
e arco di cipresso e sempre sei
con altro nome e tornerai con altra salma.
Intenta a specchi di acque, sorella
d’eresia, impietrita negazione
splendida in unità futura, fronte
tesa al nulla e ferita… Ora tu tremi,
rivedo, traversi le edere

e come t’anneri e tramuti
so e all’oscillio del riso già sei
squama di serpe ago unghia lama
che la lingua delle rose affili
e per crepitio di stipe soffiano, frugano
la scena i semivivi sinché dilaghi
l’arteria e ne derivi la riga tu
a Ecate. Una vecchia ti liscia l’anca.

3

Ah che per essa contro il tempo immensa
inumana bocca, liberante corpo
che anche del tuo si crea e dibatte,
solo hai questa lingua di gloria vile,
questa recitazione di servi. Si cercano
per esistere in un sangue, per rivivere
prima di giorno. Affóndati allora
nel calpestio, ingórgati, adora,

accarezzali i simboli deformi
dell’avvenire, sino a non più vedere,
tu che ti accechi se li fissi e rantoli
con loro! E come si scuoiano intrisi
di linfa, come il tetano scatena
morsi e oh come s’avventano a grappoli
rotolando e nelle carotidi gridi.
Smaglia le carni la rosa, si sbrana,

che al mattino intatta deriderà.
Non altro modo di profondere, di
denudare alla notte la delizia
del ribrezzo che tanti anni maligno
in sé ti stringe, stemma
che i vecchi diramarono per le meningi a te
e la rabbia dei defunti canina e qui sfami
a questo pasto di rose, bestia, stracciate.

4

E ora la passione degli alberi alta ritorna.
Il desiderio e la separazione
non ci saranno più. Chi siamo stati
sapremo e senza dolore. Già verso di noi
quel che vi parve favola viene e sarà,
figli di questo secolo, ironie.
Noi dal sogno usciremo per esistere
in una sola verità.

Tutti i perfetti amori un solo amore.
Tutti i giorni più belli un solo giorno.
Corpi spariti che avevamo amati,
dai miserabili resti ricreati
ritornerete di pietà beati
stupiti identici spiriti pazzi di risa,
centifolia rosa indivisa
che già la mente incredula abbagli.

È l’ora che i liquidi essica e accaglia
e queste emanazioni sono anime
ma storte, nane, sotto il ferro lunare.
Vedi schierarsi i regni. Varcano obliqui
per i cortei del cielo neri i Santi
vuoti come velieri. È l’assenzio? Il giudizio?
Sono le povere femmine ch’ebbero il viso
squarciato dai soldati? Le chiarine celesti?

5

Molto lontane voci, strazi… Le tue figure
sempre, falsa coscienza, così le ripeti?
Dimesse le frasche, tumefatte le rose,
in molecole rare lo spazio si divide,
le moli pare le allevii una pace.
E prima che inizino i nidi il gridio
queste tue favole di morti torneranno
uomini opachi avviati sui lastrici.

E meteoriti di ferro mentale
filano sui continenti, tangono
campi magnetici di rose sopite,
curvano frequenze di cose create, tentano
aiuto. L’aereo che grave le cupole rade
combatte, cabra, va; non per noi. Qui abito
dove una notte l’incenerirsi del secolo
persuade, e mi stermina lenta e tremo.

6

O tra carboni di rose un fosforo, un verme,
la sola via? A cripte, aule, visceri
dove a spettacolo spento pendono mucchi
di addomi stronchi, criniere di bisce e funi,
maschere scorticate, Sìsifo, Piritòo, Tieste,
e le Erinni. A tufi di catacombe, dove
sotto le larve di noi futuri murate
un senato di insetti gesticola.

7

E no. Ultimi fiumi d’un ironico inferno,
precipitate, fontane, gli scrosci.
Torna uno il vero? Fuggite, allegorie.
Dovevi saperlo, saresti tornato
a scegliere il gelo, il volere e la spina,
univoci i nomi, la scienza possibile
e lenta, il sole che imbianca Indo e Nilo,
il dente della storia impercettibile.

Ma come domani saprò riconoscere
le rose uccise, le vive? Mi volgo di qui
dov’è passata, e tornerà, la mia demenza:
anche per essa chiedo giustizia e amore.
Voi in sonno ancora: voglio che nulla si perda.
Anche se sempre, se senza pietà dell’aurora
che tanto deboli laggiù fa i lumi
di posizione dell’alte cilindrate,

gli àcari stritolano i grumi,
le cetonie triturano l’avvenire
con le minuscole branche; se colpa e speranza
sono un unico male che ci separa e ostina,
che da noi sale le cime dei salici
e le macera. L’aria è fina e nera.
Viva la rosa della primavera.
E viva l’erba, il fiore, i baci, il dolore.

Ultime sulle rose

Quando da qui si guarda l’età del passato
veramente diventa possibile l’amore.
Mai così belli i visi e veri i pensieri
come quando stiamo per separarci, amici.
Esercizio della ragione e sentimento
sono due cose e vivacemente si legano
come la rosa è forma di mente e stupore.

Franco Fortini

da “Poesia delle rose”, Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna, 1962

La poesia delle rose
Nella seconda parte si ricordano i versi del Trionfo del Tempo: «I’ vidi ’l ghiaccio e li stesso la rosa, quasi in un punto il gran freddo e ’l gran caldo». Con altro nome implica anche i tre nomi della Luna (Catullo: «sis quocumque vis vocari sancta nomine»). Impietrita, fino al senso della endura càtara. Soffiano: come nell’undecimo dell’Odissea («e intorno a lui era uno schiamazzo di morti»).
La quarta parte rielabora passi del VII libro delle Tragiques di D’Aubigné. Storte sono le cosidette «anime inferiori». L’assenzio è quello di cui parla l’Apocalisse.
Il senato della sesta parte viene dal «consesso di insetti silenziosi» di N. Zabolotskij, nella traduzione di V. Strada.
La demenza della penultima ottava è «la passada folor» di Purgatorio XXVI.
Suggerisco una possibile traccia ad un ipotetico lettore-collaboratore:
In un parco di rose e di coppie [1] si assiste e partecipa alla ripetizione di un iter. Una figura di ascesi e negazione si muta in giovane strega per un rito cruento [2]. Un’orgia che è anche inferno ricerca un anticipo mistificato della unità del genere umano [3]. Seguono figure di resurrezione e giudizio [4]. Scorre la notte e le scene riapparse si rivelano miti, mentre l’universo della comunicazione meccanica tenta altrimenti l’unità [5]. Aiuto insufficiente a impedire l’ultima tentazione: identificarsi all’inconscio [6]. L’alba riporterà ragione e storia ma l’esigenza permane che anche la parte condannata si salvi sebbene eredità storica e cronaca biologica continuino a disgregare l’esistente [7].
Non so se proprio questo sia il senso dei versi. Possono anche essere un sommario storico o la descrizione rituale di un rito. Mi auguro comunque che nessuno vi voglia leggere l’indicazione d’una tendenza. (E neppure io domani.) Anche per questo ho voluto aggiungere su tutt’altro registro e quindi separare da quella composizione i versi di congedo di Ultime sulle rose. Un ulteriore chiarimento potrebbe venire da queste due citazioni: «Ciascuno divenne spezzato in se stesso e negli altri» (Anastasio Sinaitico) e «La società è l’unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell’uomo con la natura, la vera risurrezione della natura» (Marx, Manoscritti, trad. it., p. 124).

Un verso randagio – Ewa Lipska

Ewa Lipska, foto di Danuta Węgiel

 

Un verso randagio vagabonda
nella materia oscura della carta.
Non ha padroni. L’autore l’ha lasciato
in balìa del destino. Orfano di parole. 

A volte
i versi sono come cani abbandonati
che abbaiano alla poesia.

Ewa Lipska

(Traduzione di Marina Ciccarini)

da “Il lettore di impronte digitali”, Donzelli Poesia, 2017 

∗∗∗

Bezdomny wiersz

Bezdomny wiersz włóczy się
po ciemnej materii papieru.
Niczyj. Autor pozostawił go
na łasce losu. Sierota słów.

Czasem
wiersze są jak porzucone psy
które szczekają na poezję.

Ewa Lipska

da “Czytnik linii papilarnych”, Wydawnictwo Literackie, Kraków, 2015