«Non importa» – Lalla Romano

Foto di Anastasia Laktina

 

Non importa
se vi siano da colmare
spazi senza fine
golfi di tempo
e lenti rosari di ore:
io sono la tua vicina di casa

Non senti il mio passo
nella stanza accanto?

Lalla Romano

da “Giovane è il tempo”, 1974, in “Lalla Romano, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1991

Mestiere – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Quando iniziando il verso io mi spiazzo
o non entra un avverbio e mi si spezza
tutta la musica, la forma guarda
col suo mostruoso volto di abortita,
l’aria mi fa male, soffro il sostantivo,
penso che bello andare sotto gli alberi
o far lo spaccapietre o essere passerotto
e preoccuparsi del nido e della
passerotta e i piccoli, sì, che bello,
chi me lo dice di mettermi, endecasillabo,
a cantare, chi me lo dice
di afferrarmi il cervello con le mani,
il cuore con i verbi, la camicia
per le punte ed esprimermi,
chi me lo dice, ti domando, essendo juan,
un juan così semplice coi suoi pantaloni,
i suoi amiconi, il suo lavoro e la sua
condannata abitudine di esser vivo,
chi me lo dice di andare gravido di frasi,
di calzare un cappello immaginario, di andare
ad aspettare una rima lì all’angolo di strada
come un fidanzato puntuale e disgraziato,
chi me lo dice di litigare con la grammatica,
maledirmi la notte, digrignare
fieramente, negarmi, rinnegare,
gemere, piangere, che bello è il passerotto
con la sua passerotta, i suoi piccoli e
il suo nido, il suo capriccio di esser grigio,

o far lo spaccapietre, dammi retta amico,
io scambio sogni e musica e anche i versi
per un piccone, pala e una carriola.
Ad una condizione:
                                  lasciami un poco
di questo maledetto piacere di cantare.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da VIOLINO E ALTRE QUESTIONI

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Oficio

Cuando al entrar al verso me disloco
o no cabe un adverbio y se me quiebra
toda la música, la forma mira
con su monstruoso rostro de abortado,
me duele el aire, sufro el sustantivo,
pienso qué bueno andar bajo los árboles
o ser picapedrero o ser gorrión
y preocuparse por el nido y la
gorriona y los pichones, sí, qué bueno,
quién me manda meterme, endecasílabo,
a cantar, quién me manda
agarrame el cerebro con las manos,
el corazón con verbos, la camisa
a dos puntas y exprimirme,
quién me manda, te digo, siendo juan,
un juan tan simple con sus pantalones,
sus amigotes, su trabajo y su
condenada costumbre de estar vivo,
quién me manda andar grávido de frases,
calzar sombrero imaginario, ir
a esperar una rima en esa esquina
como un novio puntual y desdichado,
quién me manda pelear con la gramática,
maldecirme de noche, rechinar
fieramente, negarme, renegar,
gemir, llorar, qué bueno está el gorrión
con su gorriona, sus pichones y
su nido, su capricho de ser gris,

o ser picapedrero, óigame amigo,
cambio sueños y músicas y versos
por una pica, pala y carretilla.
Con una condición:
                                 déjeme un poco
de este maldito gozo de cantar.

Juan Gelman

da “Violín y otras cuestiones”, Gleizer, Buenos Aires, 1956

«Fuggono i giorni lieti» – Sandro Penna

 

Fuggono i giorni lieti
lieti di bella età.
Non fuggono i divieti
alla felicità.

Sandro Penna

da “Poesie inedite”, 1927-1955, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987

[Frammenti] – Giorgio Seferis

Josef Sudek, Shell, 1954

 

Fra due momenti amari non hai tempo
da rifiatare.
Fra il tuo viso e il tuo viso una forma di bimbo
tenera si profila e si cancella.

Nelle grotte marine
c’è una sete, un amore,
un rapimento,
rigide cose come le conchiglie
puoi tenerle nel palmo.

Nelle grotte marine
ti guardavo negli occhi giorni interi:
io non ti conoscevo e non mi conoscevi.

Giorgio Seferis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

da Quaderno d’esercizi, 1928-1937 

da “Giorgio Seferis, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

∗∗∗

[AΠOΣΠAΠMATA]

Ἀνάμεσα σέ δυό πιϰρές στιγμές δέν ἔχεις ϰαιρό μήτε
ν’ ἀνασάνεις
ἀνάμεσα στό πρόσωπό σου ϰαί στό πρόσωπό σου
μιά τρυφερή μορφή παιδιοῦ γράφεται ϰαί σβήνει.

Μέσα στίς θαλασσινές σπηλιές
ὑπάρχει μιά δίψα ὑπάρχειμιά ἀγάπη
ὑπάρχει μιά ἕϰσταση,
ὅλα σϰληρά σάν τά ϰοχύλια
μπορεῖς νά τά ϰρατήσεις στήν παλάμῃ σου.

Μέσα στίς θαλασσινές σπηλιές
μέρες ὁλόϰληρες σέ ϰοίταζα στά μάτια
ϰαί δέ σέ γνώριζα μήτε μέ γνώριζες.

Γιώργος Σεφέρης

da “Τετράδιο Γυμνασμάτων”, ΄Ικαρος, Αθήνα, 1940

Tristezza – Philip Schultz

Foto di Arianna Marchesani

 

All’improvviso
e senza capirne la ragione
tutto mi appare postumo,
impassibile e inevitabile,
ho gli occhi cerchiati dall’unto di chiacchiere e complicità,
le mani ansiose di trattenere ogni piacevole infatuazione
che potrebbe altrimenti scappar via.
All’improvviso
è sera e le luci lungo
la strada appaiono promettenti,
perfino generose,
gonfie come sono di antichi rancori
e progetti inaciditi. Il cielo,
tuttavia,
appare ostile,
e distante, ansioso di consegnare la sua apatia alla mia sofferenza.
A proposito di sofferenza,
le case – le nostre sobrie case refrattarie – traboccano
di sogni diventati opachi con l’età,
per l’accumularsi di verità
non traducibili in un credo fiducioso.
Nel frattempo,
la mia solitudine,
su cui si basano tante leggi mie personali,
continua a consumare ogni cosa.
All’improvviso,
nonostante quel che dicono gli dei,
il presente resta inabitabile,
il passato non perdona il male che ha visto,
mentre
il futuro rimane diafano
e inequivocabile
nel suo desiderio di sfuggirmi.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Lusso, 1918”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Sadness

Suddenly
for no reason I can point to
everything feels afterwards,
stoic and inevitable,
my eyes ringed with the grease of rumor and complicity,
my hands eager to hold any agreeable infatuation
that might otherwise slip away.
Suddenly
it’s evening and the lights up and
down the street appear hopeful,
even magnanimous,
swollen as they are with ancient grievances
and souring schemes. The sky,
however,
appears unwelcoming,
and aloof, eager to surrender its indifference to my suffering.
Speaking of suffering,
the houses – our sober, recalcitrant houses – are swollen
with dreams that have grown opaque with age,
hoarding as they do truths
untranslatable into auspicious beliefs.
Meanwhile,
my loneliness,
upon which so many personal laws are based,
continues to consume everything.
Suddenly,
regardless of what the gods say,
the present remains uninhabitable,
the past unforgiving of the harm it’s seen,
while
the future remains translucent
and unambiguous
in its desire to elude me.

Philip Schultz

da “Luxury: Poems”, W. W. Norton & Company, 2018