La nascita di Venere – Rainer Maria Rilke

Foto di Antonio Mora

     

       In quell’alba — trascorsa era la notte
piena d’orgasmi, d’impeti e di grida —
il mare ancóra si sconvolse. Urlò.
E come l’urlo si richiuse lento,
giú dai pallidi cieli mattutini
nel muto abisso celere piombando –
il mare generò.

     Al primo sole, scintillò di ricci,
ribalenò l’immenso equoreo pube.
Candida, in sé rattratta, umida ancóra,
fuor dalle spume una fanciulla emerse.
Come la foglia verde appena messa
freme, si stira e languida si svolge,
cosí per entro la frescura intatta,
nella fievole brezza del mattino,
a poco a poco il corpo suo si schiuse.

     Fulgidi risalirono i ginocchi.
Sfere di luna, parvero: sommersi
nei nebulosi margini dell’anche.
L’ombra arretrò. Scoprí gli agili stinchi.
Si protesero i piedi: e furon luce.
Come nel sorso palpita la gola,
ogni giuntura palpitò. Fu luce.

     Entro il calice alciònio, era quel corpo
come in mano di bimbo un fresco pomo.
E nel piccolo stimma a mezzo il ventre,
accogliersi parea tutta la tenebra
di quella immensa chiarità vivente.

     Sott’essa risalía, fievole e chiaro,
l’arco dei lombi, il flutto; e ricadeva,
ruscellando sommesso, a quando a quando.
Di luce intriso, non ancóra ombrato,
come d’aprile macchia di betulle,
si palesava ignudo il caldo pube.

     Quindi si bilanciò la svelta linea
delle morbide spalle, equilibrata,
su lo stelo del corpo, che, diritto,
vibrò come zampillo. Alto, ricadde,
con lento indugio, nelle braccia lunghe,
precipitando in gonfie onde di chiome.

     Il vólto trapassò, piano, dall’ombra
del suo scorcio reclino, ecco, alla luce.
Eretto fu. Sott’esso, rilevato,
si conchiuse del mento il tondo giro.
Ma poi che il collo dardeggiò, vibrando
come uno stelo fervido di linfe,
anche le braccia s’agitaron tese,
colli di cigni all’erma sponda aneli.

     Ed ecco: all’improvviso, entro la grigia
alba sopita delle membra, corse
la prima brezza: un timido respiro.
Nel piú sottile e rameggiante intrico
delle trepide vene, un sussurrío
flebile si levò: frusciò, sovr’esso,
il primo alàcre scorrere del sangue.
Quindi, la brezza rinforzò. Fu vento.
Con tutto il fiato si gittò per entro
gli acerbi seni. Li gonfiò, compresso.
Candide vele ricolme di spazio,
trassero, quelli, il lieve corpo a riva.

     Ed approdò la Dea.

     Dietro di lei, che per i lidi nuovi,
rapido il passo, procedea, — balzarono
tutto il mattino i fiori e gli alti steli:
ardenti ed ebri, quasi appena dèsti
da una notte di amplessi.

                                               Ed ella andava,
velocemente lontanando in corsa.

     Ma nell’ora piú calda, a mezzo il giorno,
ancóra il mare si sconvolse, urlando.

     Un delfino gittò — dai flutti stessi —
porpora enorme. Esanime, squarciato.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

dalle “Nuove Poesie”, in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

***

Geburt der venus

An diesem Morgen nach der Nacht, die bang
vergangen war mit Rufen, Unruh, Aufruhr,—
brach alles Meer noch einmal auf und schrie.
Und als der Schrei sich langsam wieder schloß
und von der Himmel blassem Tag und Anfang
herabfiel in der stummen Fische Abgrund—:
gebar das Meer.

Von erster Sonne schimmerte der Haarschaum
der weiten Wogenscham, an deren Rand
das Mädchen aufstand, weiß, verwirrt und feucht.
So wie ein junges grünes Blatt sich rührt,
sich reckt und Eingerolltes langsam aufschlägt,
entfaltete ihr Leib sich in die Kühle
hinein und in den unberührten Frühwind.

Wie Monde stiegen klar die Kniee auf
und tauchten in der Schenkel Wolkenränder;
der Waden schmaler Schatten wich zurück,
die Füße spannten sich und wurden licht,
und die Gelenke lebten wie die Kehlen
von Trinkenden.

Und in dem Kelch des Beckens lag der Leib
wie eine junge Frucht in eines Kindes Hand.
In seines Nabels engem Becher war
das ganze Dunkel dieses hellen Lebens.

Darunter hob sich licht die kleine Welle
und floß beständig über nach den Lenden,
wo dann und wann ein stilles Rieseln war.
Durchschienen aber und noch ohne Schatten,
wie ein Bestand von Birken im April,
warm, leer und unverborgen lag die Scham.

Jetzt stand der Schultern rege Wage schon
im Gleichgewichte auf dem graden Körper,
der aus dem Becken wie ein Springbrunn aufstieg
und zögernd in den langen Armen abfiel
und rascher in dem vollen Kall des Haars.

Dann ging sehr langsam das Gesicht vorbei:
aus dem verkürzten Dunkel seiner Neigung
in klares, wagrechtes Erhobensein.
Und hinter ihm verschloß sich steil das Kinn.

Jetzt, da der Hals gestreckt war wie ein Strahl
und wie ein Blumenstiel, darin der Saft steigt,
streckten sich auch die Arme aus wie Hälse
von Schwänen, wenn sie nach dem Ufer suchen.

Dann kam in dieses Leibes dunkle Frühe
wie Morgenwind der erste Atemzug.
Im zartesten Geäst der Aderbäume
entstand ein Flüstern, und das Blut begann
zu rauschen über seinen tiefen Stellen.
Und dieser Wind wuchs an: nun warf er sich
mit allem Atem in die neuen Brüste
und füllte sie und drückte sich in sie,—
daß sie wie Segel, von der Ferne voll,
das leichte Mädchen nach dem Strande drängten.

So landete die Göttin.

Hinter ihr,
die rasch dahinschritt durch die jungen Ufer,
erhoben sich den ganzen Vormittag
die Blumen und die Halme, warm, verwirrt
wie aus Umarmung. Und sie ging und lief.

Am Mittag aber, in der schwersten Stunde,
hob sich das Meer noch einmal auf und warf
einen Delphin an jene selbe Stelle.
Tot, rot und offen.

Rainer Maria Rilke

da “Neue Gedichte”, Insel-Verlag, Leipzig, 1907

Se – Daria Menicanti

Constant Puyo, Im Schilf, 1903

 

Con l’ultimo giardino la strada
s’insabbia, s’impaluda in un’orchestra
di rane. Steso, chiaro
mi arriva lo stagno con bruschi
cespugli, con piante leggere.
C’è un’aria di abbandono e di rivalsa
intorno alle paludi: se ne vive
ciascuno della vita e della morte
dell’altro: e questo bel verde innocente
della felce ricciuta si fa –
come il resto – da un lungo cimitero.
E qui ritrovo quel mio divenire
infinito con tutta l’altra terra
e la saggezza ironica: sapere
d’essere sostituibile sempre.
– Se questo, dico all’improvviso, questo
fosse il mio ultimo giorno –
E subito di tutto m’innamoro
tanto ogni cosa mi risembra bella
nella sua fuga, ogni spiro, ogni insetto.
E quel tuo viso stesso
– che ieri non riuscivo più a vedere –
ecco ridiventarmi fiore e festa.
O vita, o cara mia felicità.
Mi sento nuovamente buia e calda
come una linfa di pianta nel sole,
come una cosa amata.

Daria Menicanti

da “Poesie per un passante”, “Lo Specchio” Mondadori, 1978

«Non ti ho mai amata tanto» – Bertold Brecht

Foto di Anja Bührer

 

Non ti ho mai amata tanto, ma sœur,
come quando ti ho lasciata in quel tramonto.
Il bosco m’inghiottí, il bosco azzurro, ma sœur,  
sopra stavano sempre le pallide costellazioni dell’Occidente.

Non risi neppure un poco, per niente, ma sœur,
io che per gioco andavo incontro a oscuro destino –
mentre i volti dietro di me lentamente
sbiadivano nella sera del bosco azzurro.

Tutto era bello in questa sera unica, ma sœur,
non fu mai piú cosí dopo né prima –
certo: ora mi restavano solo i grandi uccelli
che a sera, nel cielo oscuro, hanno fame.

Bertold Brecht

1920

(Traduzione di Roberto Fertonani)

[Poesie inedite e sparse 1913-1933]

da “Bertold Brecht, Poesie”, Einaudi, 1992

∗∗∗

«Ich habe dich nie je so geliebt»

Ich habe dich nie je so geliebt, ma sœur
Als wie ich fortging von dir in jenem Abendrot.
Der Wald schluckte mich, der blaue Wald, ma sœur
Über dem immer schon die bleichen Gestirne im Westen standen.

Ich lachte kein klein wenig, gar nicht, ma sœur,
Der ich spielend dunklem Schicksal entgegenging –
Während schon die Gesichter hinter mir
Langsam im Abend des blauen Walds verblaßten.

Alles war schön an diesem einzigen Abend, masœur,
Nachher nie wieder und nie zuvor –
Freilich: mir blieben nur mehr die großen Vögel
Die abends im dunklen Himmel Hunger haben.

Bertolt Brecht

da “Liebesgedichte”, Insel Verlag, Frankfurt, 1976

Piccole donne – Valerio Magrelli

Michael Taylor, Girl with Lilac, 1979

L’età della tagliola
Su una fotografia di Milena Barberis

Per prima cosa ho visto tre ragazze,
dopo ho intuito che era una soltanto
moltiplicata.
Finché ho capito che ogni ragazza
ne contiene altre due,
fiore con tre corolle, equazione a tre incognite.
Avere quell’età, significa sostare innanzi a un bivio:
da un lato sta il passato appena prossimo,
dall’altro un futuro duale – scelta,
biforcazione, sesso, forbice.
Chi cresce, chi adolesce, si divide
e per andare avanti deve amputarsi
come fa la volpe, che stacca la sua zampa
presa nella tagliola.

Fine come un capello,
si vede solamente controluce,
a malapena, ma si vede (si vede?),
la cicatrice che una sua compagna
tracciò sopra la guancia di mia figlia.

La seguo di continuo col mio sguardo,
la cerco, nella speranza di non trovarla,
la trovo, col rimpianto d’averla cercata,
ma è piú forte di me, è la stessa forza
insopprimibile della gelosia, forza dell’organismo

che nutre il suo male: conoscere. Che sarà mai!, mi dico,
e intanto frugo avidamente per rintracciarne
la curva, segno e solco irreversibile.
Perché la guardo? Solo per ripetermi che il Tempo
lí è trascorso, affidando il saluto ad un’unghiata.

Per una ventenne

Ragazza con i tacchi
altissimi, se oscilli
(a spillo) oscillo anch’io
mia spiga, figlia.

Per Alpha [Manetas]

Apriti il mondo intorno
Assumi la curvatura della polena
Anticipa il vento che arriva
Arriva anche tu dal futuro
A costo di fendere il ghiaccio
Attorno alla tua vita
Anima della prua
Anima-schiuma

Che cosa non si può fare dormendo
(da Il mondo spiegato alle bambine)

Allacciarsi le scarpe,
pattinare e pettinarsi,
rubare, correggere un compito,
giocare,
fare il bagno,
baciarsi.

La curva

Nella curva, la stessa, in montagna,
scendendo dalla macchina,
mia figlia, piccolina,
vomitava, per strada, tutti gli anni.

Ormai la conoscevo:
come al nostro santuario, ci fermavamo
per consolarne i pianti, pulirla e passeggiare
lungo il tornante dell’alba.

Altre vacanze, noi vecchi, lei cresciuta,
ma quella sosta mi rimane in mente,
cruna della nostra famiglia
nella fuga in Egitto.

Ogni famiglia è in fuga,
solo l’Egitto cambia.

Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014

In ogni ora – Gottfried Benn

 

 

In ogni ora,
in ogni parola
continua sanguina
la ferita della creazione,

mutando la terra
e stillando il miele
al cuore del divenire
e in sé ritorna.

Diede ali a tutto
ciò che Dio creò,
agli Sciti le staffe,
all’unno lo zoccolo —

solo non far domande
e non voler capire;
è chi non si ferma
che regge il cielo,

solo quest’ora,
la sua luce di saga,
e poi la ferita,
di più non c’è.

I campi sbiancano,
il pastore chiama,
e questo è il segno:
bevi, dissetati,

lo sguardo nell’azzurro,
una vista lontana:
questa è la fedeltà,
di più non c’è,

fedeltà ai regni
che sono tutto,
fedeltà al segno
anche se passa,

uno scambio, una danza,
una luce di saga,
un silenzio che inebria,
di più non c’è.

Gottfried Benn

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Flutto ebbro”, Guanda, Parma, 1989

∗∗∗

Durch jede Stunde

Durch jede Stunde,
durch jedes Wort
blutet die Wunde
der Schöpfung fort,

verwandelnd Erde
und tropft den Seim
ans Herz dem Werde
und kehret heim.

Gab allem Flügel,
was Gott erschuf,
den Skythen die Bügel
dem Hunnen den Huf —

nur nicht fragen
nur nicht verstehn;
den Himmel tragen,
die Weitergehn,

nur diese Stunde
ihr Sagenlicht
und dann die Wunde,
mehr gibt es nicht.

Die Äcker bleichen,
der Hirte rief,
das ist das Zeichen:
tränke dich tief,

den Blick in Bläue,
ein Ferngesicht:
das ist die Treue,
mehr gibt es nicht,

Treue den Reichen,
die alles sind,
Treue dem Zeichen,
wie schnell es rinnt,

ein Tausch, ein Reigen,
ein Sagenlicht,
ein Rausch aus Schweigen,
mehr gibt es nicht.

Gottfried Benn

da “Trunkene Flut”Wiesbaden: Limes Verlag1949