È in questa vita un’altra vita nuova – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
E nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya, 2019

Il pescatore – Mario Luzi

Florence Henri, Vue de ma fenêtre, 1935

 

Viene gente per acqua. Gente muta
rasenta le murate delle navi alla fonda,
si riscuotono all’urto dell’attracco.

                                                               Il soffio
di prima estate vola basso, sfiora
le tende, l’erba, eccita i capelli.
È l’alba ed è anche l’ora che si tirano le reti,
ora che in un brivido d’attesa
e d’incertezza luminosa guizza
di casa in casa, crea vuoti ed immagini
che se guardi da presso si dissolvono
rapidi sopra gli alberi e oltre i ponti.

Tempo sospeso ad alcunché tra oscuro
e manifesto quando pare certo
che il vero non sia in noi, ma in un segreto
o un miracolo prossimo a svelarsi,
tempo che illude gli uomini e se desta
speranza è la speranza di un prodigio.

L’inquietudine fa remote,
strane le ombre là sulla battigia
e sulla rena umida che scruto
tra queste antenne e questi alberi nani.

Perdonami, è parte dell’umano
cercare come fo in luoghi arcani
quel ch’è prossimo a noi umile e vero
oppure in nessun luogo. Tendo il viso,
seguo con gli occhi ansiosi il pescatore
mentre viene sul frangiflutti e reca
dal mare quel che il mare lascia prendere,
pochi doni, del suo perpetuo affanno.

Mario Luzi

1954

da “Onore del vero”, Neri Pozza Editore, Venezia, 1957

Chi non l’ha ucciso – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude (Wanda Hubbel), 1931

 

Il pettirosso lasciato stare nel suo piccolo sangue
è immortale, nessuno l’ha ferito, o Dio lo ferì pensandolo,
ma la piccola morte non è del pettirosso, egli consegna
un messaggio azzurro scritto col sangue, e non lo sa,
forse cinguettando ha ucciso l’universo
e le briciole sono sul suo petto. Forse per meno
chi ha ucciso uccide e seguita a uccidere
ma il sangue non si raggruma sul suo tovagliolo,
la tagliola non cava sangue dalla zampa stritolata della donnola
che grida nella notte, e non v’è donna, amore,
che come te riesca a tacere nell’altra tagliola.

Ma forse l’ha salvato asciugandone l’ultimo escreato,
la boccata di sangue della vittima non è la sua,
il suo zampettare fermo nel cielo non lascia tracce
che mirino al covile, le uova possono dormire tranquille
del sonno che le risveglierà coperte da uno spazio curvo,
dal guscio che s’incrina se il becco s’è fatto audace,
ma non v’è pace più cruenta della tua, o minuscolo,
che vai cancellando col tuo avanzare ogni traccia della prima
ebbra pennellata che il Signore aveva segnato a caso su un cosmo
che già somigliava a questo e non lo era. Ora un’era diversa
se ti mostri a chi non ti ha ucciso può cigolare sui cardini discontinui delle tue note.

Piero Bigongiari

26 novembre ’74

da “Io sono in casa? Non so”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

…Arianna… – Diego Baldassarre

Foto di Anka Zhuravleva

 

Non c’è silenzio nel giardino degli agrumi

Quando sto per chiudere gli occhi
alle visioni
di sole e arance e limoni

giunge un saluto di gioia
che mi prende per mano

“Vieni Teseo
non ti trovavo
la strada è breve per tornare a casa”

E indossi un sorriso
il tuo più bello: quello del color di neve

Diego Baldassarre

TACCUINO QUARTO – Incontri

da “6090 (SessantaNovanta)”, Il Convivio Editore, 2019

AMAZON – Diego Baldassarre, 6090 (SessantaNovanta), Il Convivio Editore, 2019
IBS – Diego Baldassarre, 6090 (SessantaNovanta), Il Convivio Editore, 2019

«Oggi ho portato il mio amore sul ciglio» – Alessandro Ricci

Gotthard Schuh, Lovers, 1950

 

Oggi ho portato il mio amore sul ciglio
di un baratro; più tardi, su una scala
d’oro: assedio al desiderio, aumento
di pugnali e tenerezze sono ogni ascolto,
ogni sguardo passati.
                                       Tutto avvenne fra prima
e poi, in quell’attimo immobile, atteso
e temerario che chiamiamo presente ma è
un auspicio, una puntura fulminea
e indelebile che separa la ragione
dal sogno, l’una condannata al tempo
che va, l’altro fermo per sempre
nell’esultanza.

Poi succede delle cose dette solo
una parte, perché dell’altra è più breve
e leggera, sottilissimi aghi
ridotti a vuoti d’aria non appena
confitti alle panchine dell’incantesimo,
quattro o cinque di una città altrimenti
non esistita, sulle quali foglie e nebbie
si poseranno, commozioni di nuovi innamorati
o di relitti umani che non dimenticano
o non lo sanno, amore
e morte di avi e discendenti, per anni
e anni, fino alla quota estrema delle memorie
di tutti.

Alessandro Ricci

da “I cavalli del nemico”, Il Labirinto, 2004