Parole d’amore sussurrate – Piero Bigongiari

Paul Burty Haviland, Florence Peterson, 1909

 

È l’eterno, si sposta in questo tuo
sorriso, si fa briciole per me:
come il piccione che zampetta in piazza
quando il guardiano lascia andare a terra
dal suo sacchetto il grano, io ti ricerco in mille
frammenti, morso dalla fame, o unico
sorriso, unico ricordo, amore.

Cerco la fonte, ma il cercarla è, in cuore,
chiuderla: si sposta sulla cresta
dell’essere – già simile al parere –
questa abbondanza, questa vanità.
Tu che irrori la mensa ed alzi il calice
all’altezza degli occhi, io che ti bevo,
cieco, e ti tocco sulle labbra, ecco

io per te sono l’ultima favilla,
già tuo nel quieto spegnersi per l’aria,
ma non tuo per il fuoco che ha condotto
questo parere ad essere, già fiamma
nel brivido di freddo che le imposte
aprendosi ora lasciano filtrare
d’un giorno, questo: giorno tuo se è mio.

Piero Bigongiari

12 dicembre ’61

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Per tutta l’esistenza – Cesare Pavese

Montserrat Gudiol, Muchacha de perfil, 1983

 

Per tutta l’esistenza
ti avrò, fragilità,
nella stanchezza ardente del mio sangue.

Mi sei venuta accanto
colla promessa viva di un’aurora,
sconvolgendomi il sangue
come un grande tesoro
che si potrà conoscere
e possedere fino a sazietà.
Racchiudevi un mistero di dolore
e di gioia profonda, sconosciuta.
Oh un attimo solo di te
e mi saresti stata per la vita
un ricordo di sogno.
Ma non ti sei svelata.
Hai saputo il tuo gioco.
Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo
rinascondendo in te
il segreto degli occhi arrovesciati,
della tua bellezza piú grande,
dell’attimo che gioia e sofferenza
si fanno un solo brivido.

Mi hai strappate le lacrime dal cuore.

E da quel giorno buio
dinanzi al tuo ricordo
per tutta l’esistenza
dovrò soffrire ancora
la febbre del mistero che ho perduto.

Cesare Pavese

[2 agosto 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

La notte viene col canto – Mario Luzi

 

La notte viene col canto
prolungato dell’assiuolo,
semina le sue luci nella conca,
sale per le pendici umide, trema
un poco. La forza in lunghi anni
acquistata a soffrire viene meno
e la piccola scienza si disarma,
il sorriso virile
non ha più la sua calma.

Tu chi sei
che aspettavi invisibile, appostata
a una svolta dell’età
finché fosse la tua ora? Ti devo
questo tempo di gratitudine
e d’altrettanto dolore.

Ed ora l’inquietudine s’insinua,
penetra queste prime notti estive,
invade il muro ancora caldo, segue
il volo delle lucciole sulle aie,
s’inselva nelle viottole ove a un tratto
nell’abbaglio dei fari la lepre saetta.

Cara, come ho potuto non intendere?
La vita era sospesa
tutta come questa veglia.
C’è da piangere a pensare
come ho sciupato questa lunga attesa
con tante parole inadeguate,
con tanti atti inconsulti, irreparabili,
e ora ferito dico non importa
purché il supplizio abbia fine.

«La salvezza sperata così non si conviene
né a te, né ad altri come te. La pace,
se verrà, ti verrà per altre vie
più lucide di questa, più sofferte;
quando soffrire non ti parrà vano
ché anche la pena esiste e deve vivere
e trasformarsi in bene tuo ed altrui.
La fede è in te, la fede è una persona».

Questa canzone non ha più parole.

Mario Luzi

1951

da “Appendice al quaderno gotico”, in “Mario Luzi, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Una lettura – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Pioveva fuori.
Aprii il libro di Odisseo
e il libro cominciò con la sconfitta.
Sotto, immaginai, c’era la fitta
schiera di cimieri e alte controcielo
le aste dei barbari di Grecia;
sulle muraglie rosse,
ma in lontananza, e delicate come
il verde degli steli fra le pietre,
quelle dei fanti d’Ilio sbigottiti.
L’incantatore greco,
qui mi conduce e qui trema – pensai –
in mezzo a questa piana di polveri e di terre
che hanno veduto rompersi difesa
e forza e rovinare all’urto
del combattente acheo
le armi d’Ettore, il fuoriclasse d’Asia.
Pioveva fuori,
dentro l’oscillare del pendolo
tagliava minuti e il frusciare
teso dei fogli.
Per tre volte intorno alle mura
e trenta miglia almeno,
legati gli stinchi al carro di guerra,
sconcio e scempio facendone,
Achille trascinò le spoglie
del principe di Priamo
finché, estenuata, la ferocia
ricadde come polvere sul campo.
Lí posava la testa bruna d’Ettore
e potevi vedere
di sotto le palpebre malchiuse
il bianco delle sclere rovesciate
e potevi sentire,
ma prima che Achille in alto levasse
via nel cielo
asta di frassino e urlo di vittoria,
salire dal corpo del vinto
il silenzio del vincitore vero.

Pierluigi Cappello

da “La misura dell’erba”(1993-1998), in “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

Più che in ore o minuti – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

 

 

 

 

 

 

 

I

Più che in ore o minuti
dovremmo sezionarlo questo corso
nostro di cose in luoghi
e cenni esposti a febbri sempre nuove.

II

Il sangue come luogo innanzitutto
e dopo fluido come l’acqua è all’acqua
ché al sangue si ritorna
dopo il resto. Ti sei svegliato all’alba
coperto di vernice.

III

Non parlare del tempo. Ora ne abbiamo
finché ci va. Non fare troppo caso
a quante volte ci sono e ci sei:
ricordati più tardi la Parola.

Gabriele Galloni

da “Slittamenti, 2017”, in “Sulla riva dei corpi e delle anime”, Crocetti Editore, 2023