Dall’immagine tesa – Clemente Rebora

Herbert List, Hamburg, Germany, 1932

 

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.

Clemente Rebora

da “Diario intimo”, Interlinea, Novara, 2006

Microfratture – Carlo Bordini

René Magritte, Il mondo invisibile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’idea della catastrofe, una catastrofe silenziosa,
appena avvertita, ma inevitabile.
Oppure le microfratture psichiche,
le microfratture di un’anima.
La mia anima è piena di
microfratture. Sono i piccoli traumi nascosti,
dimenticati, che tornano ogni tanto, quando l’anima è sotto sforzo,
quando non te ne accorgi. Dentro sono franato tutto. Non me ne accorgo,
ma lo sono. Magari quando attraversi una strada e un rumore ti fa rabbrividire,
quando tremi alla pronuncia di un nome, quando
hai un improvviso soprassalto di insicurezza. Le microfratture
sono le telefonate e gli appuntamenti che ti snervano,
improvvisamente,
l’andare in una stanza e chiedersi: che ci sto a fare,
ecc. ecc.
tutto un elenco dei nervosismi, dei soprassalti, delle cose che ti feriscono,
e le minuzie che ti snervano, ecc ecc
il cervello che funziona troppo,
 

Carlo Bordini

da “Sasso” Libri Scheiwiller, 2008

Primavera, inverno – Mario Benedetti

Mario Benedetti, foto di Dino Ignani

 

Vado nell’aprile del duemila e dieci
quando la casa era nostra, e l’asfalto,
i fili della luce, le montagne, il sole.

Nessuno ci vedeva e noi vedevamo tutto.
Era il segreto di ognuno per vivere.

Cade quella primavera sulle suole di neve
con il peso di tutti i miei anni:
un bianco pestato in un amaro sale grigio
la sola immagine, il mio corpo di adesso.

∗∗∗

Non potevi saperlo. C’era solo l’erba,
il dorso delle tante mani nella terra,
le dita lunghe arrampicate nell’aria.

Altre si sono annodate alle tue,
la metà che allora ti mancava
hai trovato seguendo la vita.

Non dire niente. Il silenzio ripasserà
e morirai per qualcuno. Cosa puoi fare?
Ora non tutti sono come te. Cantano,

hanno faccende di cui occuparsi,
quasi quotidianamente si sentono eterni.
Anche se è stupido diluire la morte

con la vita, non farti questa domanda:
era all’inizio del gioco, felice
e macabro che non puoi non giocare.

∗∗∗

La guancia sporcata di segale
corre nel prato con la fantasia.
Il respiro della casa è lo sgretolarsi dei muri
nella gola dove preme il sangue che non esce.
Confusi i gambi sdraiati sotto le braccia fredde,
invisibile la fossa del funerale.

∗∗∗

ricordo di Andrea Zanzotto

I fiori tutte le notti aperti, mi guardi scrutando in giro
o dalla finestra il campo come il campo di una volta.
Venuti per i prati, per non poterli dire che erbe e alberi.
Potevamo essere fatti di un ferro, di un muso.
L’orto è solo una cosa che facevamo, una domanda.

∗∗∗

I visi senza le ossa, le nostre cartilagini
tra la sterpaglia sollevano letti di foglie
come farina e acqua impastate senza mani.
Un altro novembre sta seduto nel vuoto,
le parole fanno buche di campo,
alzano berretti di zolle dalla terra arata.

∗∗∗

Dentro i discorsi si perde
la prima cosa che il bambino ha guardato.
Lui gioca silenzioso e gli occhi non muove.
Hanno tagliato l’albero, il tronco è caduto,
lui non muove gli occhi, ascolta il da farsi.
Impara a vivere poveramente.

∗∗∗

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la sera più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

∗∗∗

Anche io solo come questo attaccapanni,
come sono i tavoli, com’è l’asse da stiro.
Muri e ringhiere, la poltrona, il camino.
Arde il fuoco bruciando l’intero giardino,
tutto il prato, i boschi, tutte le primavere.

Mario Benedetti

da “Tersa morte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

L’amore che non ha fine ha un’origine? – Piero Bigongiari

Foto di Roberto Nespola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare che hai amato non è solo
quello che tu vedendolo incresparsi
ai tuoi piedi par voglia suggerirti
che anche il tempo è innamorato mentre
viene a cercarti da lontano. E sirti
sitibonde forse hanno suggellato
che altre onde cercavano l’amore
nella loro più fonda aridità
di una luce che il ghibli già ingrigia,
− forse un resto del pianto delle tigri
insinuato nel sonno del fanciullo −
quasi già ne cercasse le vestigia
nella stessa incipiente ansietà
di quel suo enigmatico oriente.
Manca sempre a ciò che si sa, qualcosa.
Manca l’ultimo petalo alla rosa.

Hai camminato spesso pensieroso
lungo questi suggerimenti. Tenta
in ogni tentazione ciò che anche
l’amore ignora. Il vento, anche il vento
che ruba l’amaro alle tamerici
e ai mirti le mirabili pendici,
carpiva, ultimo accento dell’amore,
che se qualcosa muore è per rinascere
nel misterioso fiore in cui posare
il tuo sguardo in attesa non è più
né una speranza né una resa.

                                                         Il luogo
dell’amore è misterioso: forse
non ha riposo che nel proprio oblio.
Se il tempo ha un luogo, in quale luogo mai
può dirti quello che non sai? Tornava
sui suoi passi il fanciullo, abbandonata
ogni sua estrema postazione. Amava
non conoscere a fondo la lezione
che la natura stessa non contempla
fino in fondo? Irredenta c’è una luce
straniera su ogni cosa conosciuta.
Non gli bastava il mondo, quella strana
indolenza sovrana della luce,
a ritrovare ciò che nel profondo
di se stesso il fanciullo aveva inscritto
a lettere di fuoco.

                                Il conflitto
tra il tempo e un luogo misericordioso
non ha riposo nell’animo umano
dove il sigillo ha impresso sulla cera
ardente il suo indirizzo misterioso.
Né io non oso dirmi quale mano
che lo condusse in quel luogo strano
fu decisiva. Un luogo senza tempo
o un tempo senza luogo? Fu incisiva
quella che allontana da ogni riva,
da ogni suggerimento? E che moriva
l’amore se avvista in una sponda
il proprio compimento. L’altomare
silenzioso del cuore, la deriva,
ne sapeva qualcosa più di lui.

Così spiccò una rosa dal roseto
più spinoso un dì quell’io dubbioso
che soffriva e la offrì all’amore
che trovò nel suo pungersi il riposo
in un’offerta che non sai da dove
scaturiva ma che accettò pietoso.
Manca l’ultimo petalo, l’assente
era il più profumato e doloroso?
Era suo il sangue o di chi gli ha offerto
questo dono così pericoloso?
La comprensione, in cui tutto è niente,
condivide o separa la ferita?
È proprio nel più incerto e confuso
che l’uso non doloso di quel dono
è come il vento che in mare aperto
non sai dove ti porta, né ha altro merito
se non accline a quel suo turbinare
che non ha fine che nella sua origine,
nella vertigine del suo sgomento.

Piero Bigongiari

16-20 marzo 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

«Ho aperto i miei occhi» – Pierluigi Cappello

 

Ho aperto i miei occhi
negli occhi color tempocattivo
del cielo; lassú, Donzel,
ci porterà tempesta,

tempesta e poi tempesta
sul tremolio dei fiori:
nella prima frustata
di vento sopra i verdi,

ho annusato con l’odore
delle erbe di pioggia
l’odore denso d’amore,

come se amore mi fosse
il peso intero di un cielo
sulla tenerezza di un fiore.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

∗∗∗

Il me donzel

XXVI

O ài daviert i miei vôi
tai vôi colôr trist timp
dal cîl; lassù Donzel
nus menarà tampieste

tampieste e poi tampieste
sul trimulâ dai flôrs:
inte prime sgoriade
di vint sore dai verts

o ài nasât cu l’odôr
da lis jerbis di ploie
l’odôr penç da l’amôr

come che amôr mi fos
il pês intîr di un cîl
sore il tenar di un flôr.