La gronda – Franco Fortini

Kees Scherer, Amsterdam, 1957

 

Scopro dalla finestra lo spigolo d’una gronda,
in una casa invecchiata, ch’è di legno corroso
e piegato da strati di tegoli. Rondini vi sostano
qualche volta. Qua e là, sul tetto, sui giunti
e lungo i tubi, gore di catrame, calcine
di misere riparazioni. Ma vento e neve,
se stancano il piombo delle docce, la trave marcita
non la spezzano ancora.

Penso con qualche gioia
che un giorno, e non importa
se non ci sarò io, basterà che una rondine
si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti
irreparabilmente, quella volando via.

Franco Fortini

da “Una volta per sempre”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

Inno primo – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Se è durare o insistere, non oso,
le miche ancora splendono, o s’oscurano,
i paesi ritornano visioni,
il falco che ha predato a lungo i cieli
su un abbaglio di messi, di deserti,
di vetri dietro cui spiano fanciulli,
è morto sulla strada impolverata.

Nella memoria quello che d’eterno
s’intorbida o si schiara, non tentarlo:
segui le tracce lievi, le piú rare,
il fil di fumo, l’allegria d’un merlo;
non puoi tenerlo, e pure ti sostiene,
l’abisso disperato per cui speri,
e se è un vuoto lo ieri, un vuoto quello
che al tuo occhio s’illumina, ma, vedi,
fiorisce, si diffonde, cretta i massi
piú densi, si dirama, esplode, è quello
che diroccia il futuro e ti fa strada:
le valli si riempiono del suono
delle valanghe, si ripete il tuono
di giogo in giogo, è il fulmine che lapida.

Dove passasti ritornare è come
non piú pensare d’essere, ma esistere:
ritrovare la strada, il vento torbido
della mattina che ritorna luce,
la rada gioia che infittisce se altra
gioia vi mesci, fine lieve gioia
d’un amore deciso, raccapriccio
d’un amore reciso: tutto, vedi,
ti abitua a distaccarti un po’ per volta
dal crudo magma che t’involge e soffoca.

Nella memoria è un che d’eterno, cedilo
cedilo alla memoria se rivedi
l’orto tornato al sole, se le labbra
ancora tormentarle riodi amore,
abbandónati a questo inconsistente
pulviscolo di cose e di pensieri,
abítuati all’inferno dell’effimero:
ieri è già eterno se altro tempo cade
dal suo cielo e vi porta visi, cose
fuggiasche nella loro lenta traccia;
questa la loro libertà: seguire
lievi il declino, dirizzarsi dentro
la loro gravità che le raccoglie
e le figge quaggiú dentro la ghiaccia
senza un grido; ma è un cielo che si semina
e si rapprende qua dove la brina
non regge, dove migrano le nuvole,
sui campi in cui la neve già s’incrina.
E già il tempo scolpisce fitto e lieve
il suo passato, l’impeto suo incupa
le forre, arrossa le orbite stellari,
strappa dai casolari qualche squilla,
e le erme se hanno un volto, è un volto ambiguo:
non volgerti di qua, la strada è quella
dove io non sono, dove tu non sei,
dove parla piú arguto il vento esiguo.

Piero Bigongiari

13 – 22 febbraio ’53

da “Il corvo bianco”, 1952-1954, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968 

È inutile che Bitterlich… – Angelo Maria Ripellino

Dipinto di Hamish Blakely

19.

È inutile che Bitterlich parli di fratellanza,
di reciproco ardore, di collettivismo:
l’uomo muore da solo, e la morte lo riconosce,
anche se lui si nasconde sotto la chioma di stoppa della folla,
in un corteo di maschere ugualmente imbecilli.
Come tre Magi io le porterei mirra, oro, incenso,
come un gatto mi stenderei ai suoi piedi rachitici,
e sarei pronto persino a carezzarla, benché mi ripugni,
e a dirle «Puppe» come si dice: «emicrania».
Ma a che serve, Bitterlich, a che serve?
È un festino di sguatteri, e non bastano
bellezza ed innocenza per scacciarla.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

«Non si vedrà per tutto l’inverno» – Dario Bellezza

Fabrice Lamarche, The door

 

Non si vedrà per tutto l’inverno
il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro:
tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.

Non si vedrà per tutta la primavera
il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato
solo nella mia grande casa.

Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno
silenziosamente disteso sulla sabbia.

Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.

Dario Bellezza

da “Invettive e licenze”, Garzanti, 1971

…Il bivio del tronco… – Diego Baldassarre

Foto di Nicola Bertellotti

 

Conosco la biforcazione della parola:
in una direzione il sogno nell’altra il foglio bianco
Mi hai chiesto di andare e sono partito

“Ci rincontreremo: ricordati il mio nome quando
prenderai una strada
quando libererai gli occhi dalla benda”

“L’occhio è corruttibile mi inganna nelle scelte”

Oggi che ho appeso la benda all’albero
scruto ogni bivio del tronco: i rami non hanno scelta
ognuno piega la linfa

verso lo spazio che occupa il sole

Diego Baldassarre

TACCUINO TERZO – Viandanze

da “6090 (SessantaNovanta)”, Il Convivio Editore, 2019

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