«La notte si fa chiara. Perché Ofelia» – Marcello Comitini

Cristina Robles, Ophelia

 

La notte si fa chiara. Perché Ofelia
torni alla nostra mente?
Prima che ti lasciassi andare
verso il non senso dell’abbraccio.

Dalla gola del fiume a precipizio
lungo gli spigoli taglienti delle rocce
sale la nebbia vaporosa.

L’abito ancora intriso del profumo
dei papaveri sugli argini.

E nel vento sentiamo il tuo lamento
tra le braccia dell’uomo nell’istinto
di vita e di annientamento.

Come se fosse quello il tempo esatto per morire.

Come se il fiume avesse braccia e mani
per stringerti al suo petto e sussurrarti
il nome sconosciuto di quell’uomo.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

I forse – Moka

Foto di Cosetta Frosi

 

Ho ceduto a una bugia,
ma ora son qui che intuisco
l’assenza di un padre,
ho cercato di riempire
quei vuoti,
forse, certi buchi neri
devono rimanere lì
e – ogni tanto –
bisogna caderci dentro
per riprendere a respirare
e piangere.

Moka

da “Buchi temporali”, Silloge poetica-fotografica di Moka & Cosetta Frosi, Youcanprint, 2020

Buchi temporali – IBS
Buchi temporali – la FELTRINELLI
Buchi temporali – Youcanprint

L’invetriata – Dino Campana

Dino Campana nel 1912

 

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – C’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è
Sempre una piaga rossa languente.

Dino Campana

da “Notturni”, in “Canti Orfici”, Marradi, Tipografia F. Ravagli, 1914

«Ora che il mio destino si rischiara» – Dario Bellezza

Foto di Édouard Boubat

 

Ora che il mio destino si rischiara
non posso fare a meno di pensare a te
lacrima eterna del mio pianto.

Intenso o soffocato il tuo amore
è l’unico suono del tempo involato
che m’incanta.

L’immagine cara che non tradisce
rimane intatta; sei vicino a me, ti tocco
ti bacio la bocca, gli occhi allegri o mesti,
tutta tutta la svaporata essenza
mi risveglia, accorre verso il punto
che s’estingue nel lagno delle stagioni
che richiamo alla carezza.

Dario Bellezza

da “Libro d’Amore”, Guanda, 1982

Appunti sullo scrivere in versi – Franco Arminio

© Cedar Pole, 2012 © Bryan Nash Gill. Progetto grafico: Polystudio.

Piccolo decalogo trascurabile
1

Quando scrivi devi mirare il centro della terra,
lì dove non potrà mai arrivare la pagina di un libro,
la carta di una caramella.

2

Ti restano due parole.
Poi una sola. Spendila bene.

3

Nessuno ha mai finito la poesia.
Ne resta sempre tanta
per gli altri, per chi viene.

4

Per fare una poesia
non ci vuole niente,
basta che abbiate un corpo,
uno solo, ma che non sia vostro.

5

Per la poesia ci vuole
sogno e ragione, e notte
e vento e ribellione.

6

Le poesie sono tazzine di luce
nel cuore della notte.

7

Dentro il corpo non ci sono parole.
Le prendiamo fuori.
Costano moltissimo le migliori.

8

La poesia è andare dal macellaio
comprare due chili di carne
e gettarli nella neve per i cani e le poiane.

9

Poche parole in verità
servono a qualcosa.
Pochi silenzi.

10

Il poeta è uno che si espone.
Ai versi bisogna affidare cose
che ancora non abbiamo confidato a nessuno.
Altrimenti si fanno ombrelli, merendine.

 

Istruzioni per l’uso

Una volta col mio amico Gianni Celati facemmo un numero di una rivista che si chiamava “Altofragile” tutto dedicato alla poesia e a come leggerla. La poesia è un farmaco potente e alla portata di tutti, c’è bisogno di istruzioni per l’uso. Per Celati, ad esempio, Leopardi andrebbe letto a bassa voce. A me, oltre le intonazioni della voce, interessano molto anche i luoghi e i momenti in cui si legge o si scrive poesia. Un momento sicuramente buono è quando sei con le spalle al muro, quando è finito un amore, quando hai perso qualcosa. La poesia a scuola viene studiata il mattino, ma è nel cuore della notte che i versi risuonano meglio ed è più facile sentire le differenze tra le poesie vere e quelle fasulle. Amare i versi tiene lontane le malattie: diffidiamo delle altre medicine, affidiamoci all’ospedale della lingua.
Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna anche leggerla agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia, contagiosa e capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme.
È bello leggere poesie in famiglia, farne un’abitudine prima del pranzo e della cena. Oggi si celebra tanto il cibo, ma è raro che lo si preceda con un piccolo antipasto per lo spirito. E non pensiamo alla poesia come a una cosa per pochi. Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesie agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche gli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata. E infine non bisogna dimenticare di far sentire i versi alle piante. Leggiamo poesie a una rosa: la rosa profuma di più.

 

 

La poesia è una lucciola
alle due del pomeriggio.

Franco Arminio

da “Resteranno i canti”, Bompiani, 2018