«Tu non ricordi» – Michele Mari

Henri Cartier-Bresson, Ischia, 1952

 

Tu non ricordi
ma in un tempo
cosí lontano che non sembra stato
ci siamo dondolati
su un’altalena sola

Che non finisse mai quel dondolio
fu l’unica preghiera in senso stretto
che in tutta la mia vita
io abbia levato al cielo

Michele Mari

da “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, Einaudi, Torino, 2007

Passerò per Piazza di Spagna – Cesare Pavese

Philippe Halsman, Audrey Hepburn in Rome, Italy, 1954

 

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

Cesare Pavese

[28 marzo 1950]

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Il tredicesimo invitato – Fernanda Romagnoli

 

Grazie – ma qui che aspetto?
Io qui non mi trovo. Io fra voi
sto qui come il tredicesimo invitato,
per cui viene aggiunto un panchetto
e mangia nel piatto scompagnato.
E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda,
a sostenere quel peso di splendori,
si sente grato se alcuno casualmente
lo guarda. Quando in cuore
si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»
E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto fuori.

Fernanda Romagnoli

da “Il tredicesimo invitato”, Garzanti, Milano, 1980

Falsa identità – Fernanda Romagnoli

Édouard Boubat, Paris, 1970 (dettaglio)

 

Prima o dopo qualcuno lo scopre:
io sono già morta
da viva. È di donna straniera
la faccia fra i capelli in giù sporta
che sùbito si ritira,
l’ombra che dietro le tende
s’aggira di sera,
il passo che viene alla porta
e non apre. Suo il canto
che intriga i vicini coprendo
i miei gridi sepolti. Qualcuno
prima o dopo lo scopre. Ma intanto…
Lei a proclamarsi non esita,
lei mostra il mio biglietto da visita.
Io nel buio, in catene, a un palmo
da voi di distanza, sul muro
graffio questa riga contorta:
testimonianza che mio
era il nome alla porta, ma il corpo
non ero io.

 Fernanda Romagnoli

 da “Il tredicesimo invitato”, Garzanti, Milano, 1980

Sempre a una soglia – Anna Maria Ortese

   

   Quante volte lo vidi io questo sole
che fermo adesso sopra la collina,
va come un occhio balenando appena
prima del sonno. Ma finito odore
sale di terra intorno, di finite
foglie rossastre… Allora
ch’io lo vedevo questo sole, avevo
fili d’intorno così nuovi, foglie
verdissime lucenti. Io non capivo
bene, vedevo quella interminata
luce di fronte e mi girava in cuore
uno sgomento di dolcezza, un fiotto
di vergini parole, una posata
padronanza dei cieli. Che aspettavo?
Com’è finita? come
la dolcezza vanì della giornata
senza che le dicessi le parole
che avevo in cuore, tante? Io dunque stetti
sempre a una soglia, io sempre? Ah sì, dormivo.
   Dormivo piano e c’erano d’intorno
al mio sonno fruscii voci baleni
d’avvicinato cielo, e ad aspettare
tutto invitava mormorando. Ed io
riapersi gli occhi. Vidi qua le rosse
foglie contorte; e voci
dileguavano, il sole era disceso
nella collina, spento mi guardava.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore