In una villa medicea – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Scivolerai dentro uno specchio nero
col peso della tua ala corvina,
ti solleva la forza a cui reclina
discende la tua anima di fuoco.

La luna scalderà ancora i ginepri 
nel giardino segreto ove una spalla
illividiva cieca al roteare
dei pianeti che a lungo la cercavano, 

gli spiragli lucenti dentro i vepri,
il lampo delle chiome dissuase,
e la mano che palpa quanto, addietro,
non è ancora paura e la conduce,

e le sete gualcite, i fiori, i veli
ove il passo tuo aptero rallenta
come una lunga musica di cieli
vi dissesti le stelle all’albeggiare.

Piero Bigongiari

da “Almanacco dello Specchio 2009”, Milano, Mondadori, 2010

Coro di deportati – Franco Fortini

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Quando il ghiaccio striderà
Dentro le rive verdi e romperanno
Dai celesti d’aria amara
Nelle pozze delle carraie
Globi barbari di primavera

Noi saremo lontani.

Vorremmo tornare e guardare
Carezzare il trifoglio dei prati
Gli stipiti della casa nuova
Piangere di pietà
Dove passò nostra madre

Invece saremo lontani.

Invece noi prigionieri
Rideremo senza requie
E odieremo fin dove le lame
Dei coltelli s’impugnano.
Maledetto chi ci conduce

Lontano sempre lontano.

*

E quando saremo tornati
L’erba pazza sarà nei cortili
E il fiato dei morti nell’aria.
Le rughe sopra le mani
La ruggine sopra i badili

E ancora saremo lontani.

Saremo ancora lontani
Dal viso che in sogno ci accoglie
Qui stanchi d’odio e d’amore.
Ma verranno nuove le mani
Come vengono nuove le foglie

Ora ai nostri campi lontani.

Ma la gemma s’aprirà
E la fonte parlerà come una volta.
Splenderai pietra sepolta
Nostro antico cuore umano
Scheggia cruda legge nuda

All’occhio del cielo lontano.

Franco Fortini

1942-44

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1946

Paesaggio [VI] – Cesare Pavese

Foto di Tina Fersino

 

Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.

                                                            Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca piú dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi piú lievi.

Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può
                                              abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.

O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.

Cesare Pavese

[1935]

da “Lavorare stanca”, (1936 – 1943), in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

(II tuo splendore) – Piero Bigongiari

Brett Weston, Untitled (High Tide), 1951

 

Il tuo splendore è di chi ha attraversato
il fuoco (con me o senza di me?).
Vaghi, se stella non sei, nei riflessi
dei bicchieri che torbidi si levano
dal rogo degli auguri. Ma tu che àuguri
un futuro allo splendore dei riposi?

Se il tempo si fa fiamma, subsidenza
opaca alla parola è ogni altro dramma
che trascolora e non rimane in sé:
se mi guardi l’aurora non ardisce
ripresentarsi, anzi non sa se è,
ma se non è rincuora – o uccide? – l’altro

in sé… Son io, il sasso che il torrente
gemica della gemma che traspare,
e non sa ancora – né tu puoi sapere –
se il fuoco brucia il tempo o questo il rogo,
se trattenersi un poco dentro il sole
è un orlo troppo puro o troppo roco.

Piero Bigongiari

da “Agosto al Forte”, Poesie inedite e disperse (1978-1991), Pistoia, Gli Ori, 2014

«La mia anima è un giunco» – Marcello Comitini

Robert Hutinski from the series The Mirror

 

La mia anima è un giunco
sottomesso al vento aspro della tua voce
che risuona imperiosa tra le pareti rosse.
Nella penombra d’immensi specchi
la riconosce bene tra una parola e l’altra
la memoria del mio sangue.
Temo i tuoi occhi lucidi come la notte
come i sassi nelle acque fredde del fiume.
Legata al mio dolore imbavagliata e cieca
sono una rosa che sanguina
un controcanto al tuo piacere
una colomba amata dagli artigli di un’aquila.
Non mi spiegare il tuo amore: gli ubbidisco e basta.
Mi frusti con il tuo sorriso mi laceri la pelle
mi trafiggi con le lame del tuo sadismo
mi crocifiggi con l’orgasmo della tua autorità.
Sei la legge che previene il mio volere
lo piega a inesorabili sì che mi fanno sprofondare
verso l’incanto dell’abbandono.
Tra brividi di terrore sento
nel mio corpo fremere la voglia di urlare
dal profondo del mio nulla
che ti amerò per tutto il tempo
che mi lascerai libera d’amarti.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

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IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020