Quattro haiku – Edoardo Sanguineti

Koho Shoda, Pino al chiaro di luna e barca, ukiyo-e, 1930 circa

1.

sessanta lune:
i petali di un haiku
nella tua bocca:

2.

l’acquario acceso
distribuisce le rane
tra le cisterne:

3.

è il primo vino:
calda schiuma che assaggio
sulla tua lingua:

4.

pagina bianca
come i tuoi minipiedi
di neve nuova:

Edoardo Sanguineti

da “Corollario” (1992-1996), in “Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco”, Poesie 1982 – 2001, Feltrinelli, 2010

«Sole di luglio» – Giorgio Peddio

Foto di Raoul Hausmann

 

Sole di luglio
oro puro
dell’estate
inondami di luce,
troppo a lungo
il mio cuore
è rimasto
tra gli ippocastani
a coprirsi d’ombre
e foglie scure.

Ora l’anima mia
delicata
si posa
come una farfalla 
su un fiore
e di nuova dolcezza
si nutre.

Per noi 
è fiorita stanotte
la costellazione
del Giglio,
per noi
ha cantato
la luna.

Il vento marino
ha portato i profumi
delle città 
posate sull’acqua,
i versi 
dolci e sensuali
della Boqala
nei canti 
delle donne 
algerine.

Il vento marino
ha portato te
Rosa rara 
del mattino.

Labbra 
di fresca 
rugiada.

È
una carezza
di nuvole chiare
l’aurora
una Luce 
diversa
illumina il mondo
quando si sa
di poter amare
ancora.

Giorgio Peddio

poesie 2014

«Luglio celeste» – Mario Luzi

Angel Albarran & Anna Cabrera

 

Luglio celeste,
luglio, limpido, instante.
Sono tutt’uno il senso e l’intelligenza,
scende pienamente l’idea nella sua forma,
abitano ciascuna il proprio nume
le cose e ne risplendono.
Si empie l’immagine di essenza.
Entra lei, Caterina, sdutta adolescente
in sé radiosamente. Oh anima,
anima imperante.

Mario Luzi

da “Stat” in “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999 

Mappa per l’ascolto – Chandra Livia Candiani

Mario Giacomelli, Rondini

 

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e la colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque, abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

L’identità è nella differenza – Piero Bigongiari

Piero Bigongiari

 

Questo è quello, è quello che io vidi,
che soffrii, che amai. Tu ancora ridi
nel tuo pianto, piangi col sorriso
con cui rispondi allo sconosciuto
sollecitarti delle cose, e parli
parli a quel muto inesausto rivolgersi
a te dal loro mascherato oblio.
Il presente defluisce nel passato,
non certo questo in quello,
e affluisce nel futuro: è stato
quello che non è stato e che sarà:
ma il discrimine è questo affilato
e tagliente dividersi e unirsi
di un’antica entità nel suo valsente.

I tarli non consumano del tempo
l’apparizione, il lampo, lo sparire:
intatto ne è l’evento, anche se altro
sembra avvenire. E che muta solo
il tuo sguardo, ma il nome che lo chiama
è lo stesso, la stessa la materia
caotica da cui esce la forma
che tu vezzeggi.

                         Ogni diversità
è solo tua, solo a te appartiene
che hai avanzato forme assomigliandoti
sempre meno nella tua identità
fino a ritrovarti inconoscibile.

Come il vento è lo scibile che soffia
qua e là e non sommuove le muraglie.
Un altro Piero sempre più identico
a se stesso, o a che cosa di se stesso?,
è per questo a sé più sconosciuto.
Ed è per questo che in ogni tua vena
scorre quanto in te fìnge di sembrare
la stessa pena: il mare è sempre il mare
proprio mentre appare sempre altro
nel cupo scintillare del suo cupido
ignorare se stesso.

                              A te appartiene,
di te, quanto hai invocato e forse opposto
all’enigma che ti ha demandato
qualcosa che tu certo non sapevi.

Solo a se stesso somiglia il diverso
che in sé cerca la propria identità.
Nella sua oscura caligine il verso
mentre scopre la propria chiarità,
trema nella sommessa identità
della voce dissimile che lo ama.

Ma chi lo chiama? A chi non può rispondere
il cieco oblio? Il geco sul terrazzo
esce la sera di sotto le tegole
che lo hanno nascosto nella calura
e ti rimira col suo occhio azteco
in cui ancora non brilla la paura.

Piero Bigongiari

(10 -11 giugno ‘90)

da “E non vi è alcuna dimora”, L’Albatro Edizioni, 1999

Di questa plaquette sono state pubblicate mille copie numerate.
Copia N.350