Un’oscura sete – Milo De Angelis

Foto di Alex Pardi

 

Non rispondono all’appello, sono
dispersi ai bordi della terra, hanno
il segreto della linea che trema, sono usciti
dalle vene dell’essere amato e ora
potete vederli, di sera, verso le tangenziali
chiedere silenzio con un dito sulle labbra.

Anzi, è sempre più vicina
quest’armata dei corpi, queste
macerie che s’incrostano alle ciglia
e talvolta arrivano a una musica:
quelli che stavano sull’attenti
aspettano la buona notte, tra i pioppi,
uno alla volta, nel grande
autunno sbilanciato.

Per nascere occorre un ritorno.
Tutto si mostrerà, tra i macigni neri,
anche lei alzerà le braccia esultante
con un barlume di tutte le infanzie,
con l’acqua più in su della vita,
giungerà il richiamo, un’estate
che somiglia alla prima
via conosciuta, l’estremo nome
di ogni via.

Torna antica la parola
e quella stanza era un suono
di fogli e neon, lesione
nella castità delle dita
a precipizio tra due pareti,
scendo in un giorno remoto,
il polpaccio s’indurisce,
tutto finisce a mezzogiorno, di ombra
in ombra si abbrevia una vita,
l’erba cresce nei corridoi
bisogna consegnare,
tra qualche minuto, bisogna
consegnare anche la brutta.

Giungono, stanno giungendo. Sono brandelli
di un’estate. La vecchia
ha in braccio proprio lui,
con le ginocchia macchiate di catrame.
Solo, occultato nel buio dell’indomani,
corre ancora dieci metri. L’altro, nella luce
artificiale del campo Pirelli,
salta uno e novantuno
e poi scompare. Tu guardi sempre lì
e a volte, con gli occhi fissi, cominci ad applaudire.

Transita nelle case popolari
la stessa forma destinata
si intreccia alle dita e le fa sue…
scende il mercurio del termometro, tutto
riprende il proprio caos,
si ferma la bocca
sul punto di parlare, si aprono gli occhi
della tuffatrice con la testa spaccata…

Abbiamo scritto per un mandato
certo come il nostro smarrimento,
eravamo lì, in un fervore di ceneri,
murati vivi, mentre una foiba scendeva
nella bocca, sigillava tutte le parole date,
la corsa dei momenti, la morte vista in giro…
… così giunse la notte umana, nel tempo
delle sillabe tronche, così il vero
inizio di ogni cosa.

Si spalancò la porta furente, uscì
il drappello dei solitari, avvenne
una grande battaglia tra le tangenziali
dove ogni condominio affonda nel suo inferno…
e lampeggiano creature con la sciarpa nera…
ferita, al mio fianco, una cacciatrice
spezza i rami sul granito, riduce il sangue
delle frasi in gocce dure,
con il seno offerto al vuoto…

Nostre amate sillabe
che raccogliamo a mani giunte
che scendono in oscure cantine
e incontrano un nonnulla,
collera storica e celeste
per ciò che non si compie

i vostri volti passano
in un minuto da stringere
dove la finestra dalle luci alte
fallisce un assoluto di poesia

feroce ordine dei canti,
mano attonita, eternità
mancata per un soffio
mentre le ore senza corpo comandano
linea colpita in quella rimasta.

Milo De Angelis

da “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, “Lo Specchio” Mondadori, Milano, 2010

Rimani in sogno – Alfonso Gatto

Scultura di Yves Pires

 

Era stupore di notte
o anima di vento
la casa leggera che il lume
portava sulla sua ombra.

Rimani in sogno laggiù,
giovane di plenilunio
alle terrazze aperte.

Addormentata in declivio
sul braccio che ti chiude
sei giusta, e salvi ancora
la pace alla mia morte.

Abbiamo freddo insieme
nelle notti se chiami
il tuo nome nel sogno a illimpidirti.
La paura d’esistere non salva
una giornata calma alla bambina
che ricerca nel seno il tuo passato.

Rimani in sogno e come il sogno uguale
trascorra la pianura, il dolce vento.

Alfonso Gatto

da “La memoria felice, 1937-1939”, in “Poesie, 1929-1941”, Mondadori, Milano, 1961

In “Poesie”, Panorama, Milano, 1939 (come già in «Il Frontespizio», 1937, 4) i due versi conclusivi sono : «E t’invento la morte per sollievo / nell’infanzia degli angeli e dei prati.».

«Dolcissimo è rimanere» – Patrizia Cavalli

Pierre Houcmant, Anne-Véronique

 

Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare?

Patrizia Cavalli

da “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

Cedevole al tatto – Paola Loreto

Philippe Halsman, Audrey Hepburn, Rome, 1954

 

Finché avrai da darmi questo verde,
questo monte, questa luce e questa
svolta non ti domando altro, e so chi sei.
Finché mi chiudi nell’angolo di meraviglia
non ho il tempo né la voglia
d’esser triste o non saper cosa fare
di me. Qualcuno pensa, fa di me
quello che vuole, e non si sbaglia.

Paola Loreto

da “La memoria del corpo”, Crocetti Editore, 2007

Vidi le Muse – Leonardo Sinisgalli

Josef Sudek, The Magic Garden, 1952

 

Sulla collina
Io certo vidi le Muse
Appollaiate tra le foglie.
Io vidi allora le Muse
Tra le foglie larghe delle querce
Mangiare ghiande e coccole.
Vidi le Muse su una quercia
Secolare che gracchiavano.
Meravigliato il mio cuore
Chiesi al mio cuore meravigliato
Io dissi al mio cuore la meraviglia.

Leonardo Sinisgalli

da “Vidi le Muse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1943