Naufragio – Dario Bellezza

Foto di Dino Ignani

 

Questa città che nasconde e confonde
le inconfessabili voglie dei borghesi
ci è stata riservata, privilegiata:
il carrettone, di notte, invano stranisce
la nostra limitazione che scantona
per tutti i vicoli di Trastevere:
vicolo del Buco, piazza del Drago,
dell’Elefante, stancamente
lussureggiante nel cervello malato,
gli occhi fuori delle orbite, e c’è
chi ti dice la verità, amara
e debole come tutte le verità
soffocate dal non sapersi difendere:
incalzato dalla miseria, naufragio
del mio stile, regressione
all’indeterminato, all’infantile,
parole che fanno ressa in testa
mentre gli ospiti non vengono,
ritardano, che fanno?, forse vanno
a casa dell’Impiccato: lenzuola nere,
luce tagliata, tendine
ancora come quelle di una volta,
quando chi scrive, ragazzo senza sesso
visibile ma tormentato dalla ragione,
dalla scienza levigata nei salotti
borghesi, limpidamente vi entrò e vide
il futuro impiccato, la futura moglie,
i bambini mai nati, la sifilide
ricorrente per le vene asimmetriche
del pube incensurato, le catene
delle macchine, i guardiani del faro,
i romanzi della memoria, le poesie
d’amore, l’autobiografia precoce,
le lente serenate alla Stazione,
col treno in partenza, i minori in vendita,
le marchette buggerate sulle mille lire.
Passavano il didietro dentro le carrozze
abbandonate, cimitero della stazione:
i treni a quell’ora non partivano più.
Come affretto il pensiero del morto,
l’amore sciroppato in cento lacrimose,
luminose, ingenue poesie;
debilitato al pensarci, frastornato
da altri, corrotti, amori adolescenti,
il tono poetico non-ritrovabile,
i compromessi, le fughe, le giravolte,
le comunicazioni problematiche ininterrotte
e poi interrotte, il quindicenne sano
che ti monta, sacro, al limite dei giorni
vani o lusinghieri o visitati
dall’esplosione insincera del nulla.

Faccio naufragio, mi piloto verso
le crescite: ho perso il conto delle masturbazioni,
i petti maschili non mi difendono
dal mio amore per la madre, drogata,
che non sappia di essere donna.
Ecco: ho imparato come si fa a essere
poeta, a mangiare la foglia, a bere
a buon mercato, a fumare gratis,
a prendere lucciole per lanterne:
so stare al gioco, la miseria me la tengo
tutta stretta, abbandono i sogni
di gloria, capito per caso in casa
mia, m’affretto a cercare nei cassetti
le lettere della mia derelizione,
perduto amore, aspra vendetta
dei sessi, le lacrime taciturne
che scivolano leggere come farfalle
pietose; ho perso la memoria vile,
regolata dai battiti del cuore, le
mie pulsazioni aumentano, la candela
è quasi tutta consumata; m’affretto,
rapido, scervellato, sempiterno a
cambiare la tribolata rotta,
il rompicollo dei giorni. Dio!
Sono come un liceale al primo bacio:
niente mi ha toccato, mi riguarda,
non ho nessun dolore per la Storia,
amo me di un amore sviscerato,
e proprio per questo non mi amo,
mi detesto, ma so che non scriversi
addosso è la regola ipocrita, la carne
insudiciata si può lavare, le certezze assolute
equivalgono al suicidio intenso,
la vita vissuta equivale all’Inferno.

Dario Bellezza

da “Libro di poesia”, Garzanti, 1990

Nostalgia – Giuseppe Ungaretti

Edvard Munch, Girls on the pier, 1901, Museo Puškin, Mosca

Locvizza il 28 settembre 1916

Quando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa

Su Parigi s’addensa
un oscuro colore
di pianto

In un canto
di ponte
contemplo
l’illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Le nostre
malattie
si fondono

E come portati via
si rimane

Giuseppe Ungaretti

da “L’allegria” (1914-1919), in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 2009

Confidare – Antonia Pozzi

Foto di Heiner Luepke

 

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.

Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

Antonia Pozzi

8 dicembre 1934

da “Preghiera alla poesia”, Acquaviva Editore, 2013

Elegia del tempo, a Mary – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Les Amoureux du banc public, jardin du luxembourg, Paris, 1980

 

Noi non saremo più quei due
che si abbracciano soli nelle ultime

file di sedie al cinema, che ridono,
che si cercano nel buio arcuato dei giardini

sotto le euforbie e gli alberi del pepe
che stanno ore a parlare sulle panchine

azzurre, si carezzano aspettando l’autobus
sotto le colonne delle pensiline.

Non più vasti aquiloni o pescherecci
isolani ci guarderanno al largo i baci.

Questo passato, come è facile
per noi dire ieri, Mary!

Niente ritornerà, né le passeggiate
per il corso Roosevelt, né il vestitino

celeste che le tue gambe magrissime
tagliavano quasi, né il mio sguardo

geloso, ossessionato. Niente. C’era
un tempio promesso, e non l’abbiamo

cercato. Dove andremo ora?
Non si devono sognare eterni gli amanti.

Eterno è quando il tempo finisce,
quando saremo sconosciuti, lontano.

Ma abbiamo camminato tanto mano per mano!
Non potremo continuare un po’ ancora

per vedere, restando insieme, l’essenza
del tramonto, l’essenza dell’aurora

su una strada che una sabbia di luce spazza
come quella deserta a Sud di Aswan?

Te la ricordi?

Giuseppe Conte

dall’antologia “Per amore”, Newton Compton, Roma, 2002

Riviere – Eugenio Montale

Sergio Larrain, Daughters of fishermen in the village of Horcones, 1957

 

Riviere,
bastano pochi stocchi d’erbaspada
penduli da un ciglione
sul delirio del mare;
o due camelie pallide
nei giardini deserti,
e un eucalipto biondo che si tuffi
tra sfrusci e pazzi voli
nella luce;
ed ecco che in un attimo
invisibili fili a me si asserpano,
farfalla in una ragna
di fremiti d’olivi, di sguardi di girasoli.

Dolce cattività, oggi, riviere
di chi s’arrende per poco
come a rivivere un antico giuoco
non mai dimenticato.
Rammento l’acre filtro che porgeste
allo smarrito adolescente, o rive:
nelle chiare mattine si fondevano
dorsi di colli e cielo; sulla rena
dei lidi era un risucchio ampio, un eguale
fremer di vite,
una febbre del mondo; ed ogni cosa
in se stessa pareva consumarsi.

Oh allora sballottati
come l’osso di seppia dalle ondate
svanire a poco a poco;
diventare
un albero rugoso od una pietra
levigata dal mare; nei colori
fondersi dei tramonti; sparir carne
per spicciare sorgente ebbra di sole,
dal sole divorata…
                                   Erano questi,
riviere, i voti del fanciullo antico
che accanto ad una rósa balaustrata
lentamente moriva sorridendo.

Quanto, marine, queste fredde luci
parlano a chi straziato vi fuggiva.
Lame d’acqua scoprentisi tra varchi
di labili ramure; rocce brune
tra spumeggi; frecciare di rondoni
vagabondi…
                         Ah, potevo
credervi un giorno o terre,
bellezze funerarie, auree cornici
all’agonia d’ogni essere.
                                             Oggi torno
a voi più forte, o è inganno, ben che il cuore
par sciogliersi in ricordi lieti – e atroci.
Triste anima passata
e tu volontà nuova che mi chiami,
tempo è forse d’unirvi
in un porto sereno di saggezza.
Ed un giorno sarà ancora l’invito
di voci d’oro, di lusinghe audaci,
anima mia non più divisa. Pensa:
cangiare in inno l’elegia; rifarsi;
non mancar più.
                                   Potere
simili a questi rami
ieri scarniti e nudi ed oggi pieni
di fremiti e di linfe,
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger folle
di voci verso un esito; e nel sole
che v’investe, riviere,
rifiorire!

Eugenio Montale

da “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925