Le mani di Elsa – Louis Aragon

E.O. Hoppé, The hands of Tilly Losch

 

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

***

Les mains d’Elsa 

Donne-moi tes mains pour l’inquiétude
Donne-moi tes mains dont j’ai tant rêvé
Dont j’ai tant rêvé dans ma solitude
Donne-moi te mains que je sois sauvé

Lorsque je les prends à mon pauvre piège
De paume et de peur de hâte et d’émoi
Lorsque je les prends comme une eau de neige
Qui fond de partout dans mes main à moi

Sauras-tu jamais ce qui me traverse
Ce qui me bouleverse et qui m’envahit
Sauras-tu jamais ce qui me transperce
Ce que j’ai trahi quand j’ai tresailli

Ce que dit ainsi le profond langage
Ce parler muet de sens animaux
Sans bouche et sans yeux miroir sans image
Ce frémir d’aimer qui n’a pas de mots

Sauras-tu jamais ce que les doigts pensent
D’une proie entre eux un instant tenue
Sauras-tu jamais ce que leur silence
Un éclair aura connu d’inconnu

Donne-moi tes mains que mon coeur s’y forme
S’y taise le monde au moins un moment
Donne-moi tes mains que mon âme y dorme
Que mon âme y dorme éternellement.

Louis Aragon

da “Le fou d’Elsa”, Édition Gallimard, 1963

«Ancora ti cerco» – Giorgio Peddio

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ancora ti cerco
nei tramonti dorati
o nel giaciglio dell’alba
prima che il sole
accenda i suoi raggi di luce
e il giorno respiri
La tua danza è
il moto rotatorio della terra
Tienimi la mano amore
non m’impaurisce la gioia
sei la dolcezza della luna
bianco cigno nel fiume
chiarore di neve
prima dei passi
Oggi per noi l’usignolo
porta nel becco un fiore d’oro
Si riempiono
di bianche stelle gli aranci
sono i sogni delle spose
fioriti sui rami
Ho visitato luoghi di tristezza
tra nuvole nere di pioggia
ho ascoltato ancora una volta
la profonda musica del mondo
mi sono sentito
come una lacrima
sulla guancia del tempo
Oggi per noi l’usignolo porta nel becco
un giglio coperto di brina
Aprimi il tuo petto
amore
mi voglio scaldare.

g.p.

poesie/2013

A Neuffer. Nel marzo 1794. – Friedrich Hölderlin

Dogwood at Valley Forge by Andrew Wyeth, 1941

 

Ancora torna in me la dolce primavera,
Ancora non invecchia il mio lieto cuore infantile,
Ancora scorre la rugiada d’amore dai miei occhi,
Ancora vivono in me della speranza piacere e dolore.

Ancora mi consola, con dolce delizia degli occhi,
Il cielo azzurro e la verde campagna,
Divina, la natura giovane e benevola
Mi porge il calice della vertigine di gioia.

Coraggio! È degna dei dolori, questa vita,
Finché a noi miseri appare il sole di Dio,
E immagini di un tempo migliore si librano sull’anima,
E con noi piange un occhio amico.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco e libriccino per le gioie domestiche e sociali 1797

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

Hölderlin aveva spedito questi versi a Neuffer da Waltershausen nel marzo del 1794, con una lunga lettera in cui ribadiva i suoi intatti sentimenti di amicizia verso l’antico compagno di studi, dopo le «metamorfosi interiori» seguite alla sua partenza dalla Svevia, lasciando l’amico libero di disporre a proprio piacimento della poesia. Neuffer la farà pubblicare nello stesso anno sulla rivista «Die Einsiedlerinn aus den Alpen». La sua ristampa nel 1796, dopo la morte di Rosine Stäudlin e insieme alle due poesie a lei dedicate, con il titolo redazionale di Lebensgenuß  (Piacere della vita), conferirà un nuovo valore ai versi. Nel 1825 Neuffer li riprenderà con il titolo Trost (Consolazione) nel suo Taschenbuch von der Donau, intervenendo arbitrariamente con alcune modifiche.

∗∗∗

An Neuffer. Im Merz. 1794.

Noch kehrt in mich der süße Früling wieder,
Noch altert nicht mein kindischfrölich Herz,
Noch rinnt vom Auge mir der Thau der Liebe nieder,
Noch lebt in mir der Holhung Lust und Schmerz.

Noch tröstet mich mit süßer Augenwaide
Der blaue Himmel und die grüne Flur,
Mir reicht die Göttliche den Taumelkelch der Freude,
Die jugendliche freundliche Natur.

Getrost! es ist der Schmerzen werth, diß Leben,
So lang uns Armen Gottes Sonne scheint,
Und Bilder beßrer Zeit um unsre Seele schweben,
Und ach! mit uns ein freundlich Auec weint.

Friedrich Hölderlin

da “Friedrich Hölderlin: Gedichte”, Stuttgart u. a., 1826

Prima pubblicazione in «Die Einsiedlerinn aus den Alpen. Zur Unterhaltung u. Belehrung für Deutschlands un Helvetiens Töchter», a cura di M.A. Ehrmann, 1794, fascicolo 3, n. 7, Orell, Geßner, Füßli & comp., Zürich 1794, p. 35, firmata Hölderlin; seconda pubblicazione in Almanach und Taschenbuch für haeusliche und gesellschaftl. Freuden 1797, a cura di C. Lang, Guilhaumann-Lang, Frankfurt a. M.-Heilbronn am Nekar 1796, p. 223, firmata Hölderlin.

Vite – Kostas G. Kariotakis

Foto di Jonas Hafner

E cosi vanno e nell’andare muoiono

Dico le vite donate alla luce
d’un amore sereno – mentre scorrono
come ruscelli, la chiudono in sé
per sempre e indivisibilmente, quasi
come il cielo risplende dentro i fiumi,
o come i soli dentro i cieli scorrono.
Dico le vite donate alla luce…

Dico le vite piccole sospese
alle labbra vermiglie d’una donna,
come appesi, da fuori, alle iconòstasi
stanno gli ex voto e i cuori inargentati:
vite cosí umili, cosí fedeli
alle dilette labbra d’una donna.
Dico le vite piccole sospese…

Che nessuno mai nota né sospetta
mentre seguono senza dire verbo
ed oscure e straniere e tristi, il passo,
l’idea di una bellissima (ma lei
non le ha notate); poi, distese a terra,
si spegneranno, senza dire verbo.
Che nessuno mai nota né sospetta…

Passate via fra dubbi e opacità,
come stelle di un’ora mattutina,
di tra i pensieri d’una passeggera
che, per correre allegra, non ha visto
le vite che si spengono in silenzio
come anima di lume mattutino.
Passate via fra dubbi e opacità…

Kostas G. Kariotakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il dolore dell’uomo e delle cose, 1919: Il dolore dell’uomo)

da “L’ombra delle ore”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Ζωές

Κι ἒ τσι πᾶνε ϰαί σβήνουνε ὅπως πᾶν

Λέω τίς ζωές πού δόθηϰαν στό φῶς
ἀγάπης γαλήνης, ϰι ἐνῶ ϰυλοῦν
σάν ποταμάϰια, ἐντός τους τό σφαλοῦν
αἰώνια Κι ἀζεχώριστα, Καθώς
μές στά ποτάμια φέγγει ὁ οὐρανός,
ϰαθώς σῖούς οὐρανούς ἣλιοι ϰυλωῦν.
Λέω τις ζωές πού δόθηϰαν στό φῶς…

Λέω τίς ζωοῦλες πού ’ναι ϰρεμαστές,
ἀπ’ τά ρουμπίνιυια χείλη γυναιϰός
ὡς ϰρέμανται στά εἰϰονοστάσια ἐμπρός
τά τάματα, οἱ ϰαρδιές ἀσημωτές,
ϰι εἶναι ὅμοια ταπεινές, ὃμοια πιστές
στ’ ἀγαπημένα χείλη γυναιϰός.
Λέω τίς ζωοῡλες πού ‘ναι ϰρεμαστέςι…

Πού δέν τίς ὑποψιάζεται ϰανείς,
ἒτσι ὅπως ἀϰλουθᾶνε σιωπηλές
ϰαί σϰοτεινές ϰαί ξένες ϰαί θλιβές
τό βῆμα, τήν ἰδέα μιᾶς λυγερῆς
(ϰι αὐτή δέν ὑποψιάστη), πού στή γῆς
θά γείρουνε, θά σβήσουν σιωπηλές.
Παύ δέν τίς ὑποψιύιζεται ϰανείς…

Πού ὃιάβηϰαν ἀμφίβολα, θαμπά
σάν ἄστρα ϰάποιας ὥρας αὐγινῆς,
ἀπό τή σϰέψη μιᾶς περαστιϰῆς
πού, γιά νά τρέχει τόσο χαρωπά,
δέν εἶδε τίς ζωές πού σβηοῦν σιγά
σάν τήν ψυχή ϰαντήλας αὐγινῆς.
Πού διάβηϰαν ἀμφίβολα, θαμπά…

Κώστας Καρυωτάϰης

Ὁ πóνoς τoῦ ἀνθρώπου ϰαί τῶν πραμάτων”, 1919: ‘Ὁ πóνoς τoῦ ἀνθρώπου’

da “Τά ποιήματα (1913-1928)”, a cura di G. Savvidis, Νεφέλη, Athens, 1992

Cornovaglia – Louise Glück

Immagine dal web

 

Una parola scende nella nebbia
come la palla di un bambino nell’erba alta
dove rimane seducente
lampeggiante e scintillante fino a quando
le esplosioni d’oro si rivelano essere
semplicemente ranuncoli di campo.

Parola/nebbia, parola/nebbia: così è stato per me.
Eppure, il mio silenzio non è mai stato totale —

Come un sipario che si alza su un panorama
a volte la nebbia si schiariva: ahimè, il gioco era finito.
Il gioco era finito e la parola era stata
un po’ appiattita dagli elementi
quindi adesso era ritrovata e inutile.

A quel tempo avevo affittato una casa in campagna.
Campi e montagne avevano sostituito gli edifici alti.
Campi, mucche, tramonti sul prato umido.
Notte e giorno segnati da richiami e volteggi di uccelli,
gli intensi mormorii e fruscii che si fondono
in qualcosa simile al silenzio.

Mi sono seduta, ho camminato. Quando giunse la notte
sono tornata a casa. Ho cucinato cene modeste per me stessa
alla luce delle candele.
La sera, quando potevo, scrivevo nel mio diario.

Lontano, molto lontano ho sentito campanacci
attraversare il prato.
La notte si fece tranquilla a suo modo.
Ho percepito le parole scomparse
che giacevano con le loro compagne,
come frammenti di una biografia non richiesta.

È stato tutto, ovviamente, un grande equivoco.
Ero, credevo, di fronte alla fine:
come una fenditura in una strada sterrata,
la fine è apparsa davanti a me –

come se l’albero che stava di fronte ai miei genitori
era diventato un abisso a forma di albero, un buco nero
che si espandeva nella terra, dove di giorno
avrebbe fatto semplicemente ombra.

È stato finalmente un sollievo tornare a casa.

Quando sono arrivata, lo studio era pieno di scatole.
Scatole di tubetti, scatole dei vari
oggetti che erano le mie nature morte,
vasi e specchi, la ciotola blu
l’ho riempita con uova di legno.

Per quanto riguarda il diario:
Provai. Ho insistito.
Ho spostato la mia sedia sul balcone –

I lampioni si stavano accendendo,
foderando le rive del fiume.
Gli uffici si stavano oscurando.
In riva al fiume,
la nebbia circondava le luci;
dopo un po’ non si potevano vedere
ma uno strano splendore pervadeva la nebbia,
la sua fonte un mistero.

La notte incalzava. Nebbia
turbinò sulle lampade accese.
Suppongo che accadesse dove era visibile;
altrove, era semplicemente come stavano le cose,
sfocate dove erano state nitide.

Ho chiuso il mio diario.
Era tutto alle mie spalle, tutto nel passato.

Davanti, come ho detto, c’era il silenzio.

Non ho parlato con nessuno.
A volte il telefono squillava.

Il giorno si alternava alla notte, la terra e il cielo
si illuminavano a turno.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Corwall

A word drops into the mist
like a child’s ball into high grass
where it remains seductively
flashing and glinting until
the gold bursts are revealed to be
simply field buttercups.

Word/mist, word/mist: thus it was with me.
And yet, my silence was never total—

Like a curtain rising on a vista,
sometimes the mist cleared: alas, the game was over.
The game was over and the word had been
somewhat flattened by the elements
so it was now both recovered and useless.

I was renting, at the time, a house in the country.
Fields and mountains had replaced tall buildings.
Fields, cows, sunsets over the damp meadow.
Night and day distinguished by rotating birdcalls,
the busy murmurs and rustlings merging into
something akin to silence.

I sat, I walked about. When night came,
I went indoors. I cooked modest dinners for myself
by the light of candles.
Evenings, when I could,I wrote in my journal.

Far, far away I heard cowbells
crossing the meadow.
The night grew quiet in its way.
I sensed the vanished words
lying with their companions,
like fragments of an unclaimed biography.

It was all, of course, a great mistake.
I was, I believed, facing the end:
like a fissure in a dirt road,
the end appeared before me—
as though the tree that confronted my parents
had become an abyss shaped like a tree, a black hole
expanding in the dirt, where by day
a simple shadow would have done.

It was, finally, a relief to go home.
When I arrived, the studio was filled with boxes.
Cartons of tubes, boxes of the various
objects that were my still lives,
the vases and mirrors, the blue bowl
I filled with wooden eggs.

As to the journal:
I tried. I persisted.
I moved my chair onto the balcony—

The streetlights were coming on,
lining the sides of the river.
The offices were going dark.
At the river’s edge,
fog encircled the lights;
one could not, after a while, see the lights
but a strange radiance suffused the fog,
its source a mystery.

The night progressed. Fog
swirled over the lit bulbs.
I suppose that is where it was visible;
elsewhere, it was simply the way things were,
blurred where they had been sharp.

I shut my book.
It was all behind me, all in the past.

Ahead, as I have said, was silence.

I spoke to no one.
Sometimes the phone rang.

Day alternated with night, the earth and sky
taking turns being illuminated.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014