Il pugno – Derek Walcott

Rudolf Bonvie, Dialog, 1973

 

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta

oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.

Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

Derek Walcott

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “Mappa del nuovo mondo”, Adelphi, Milano, 1992

∗∗∗

The Fist

The fist clenched round my heart
loosens a little, and I gasp
brightness; but it tightens
again. When have I ever not loved
the pain of love? But this has moved

past love to mania. This has the strong
clench of the madman, this is
gripping the ledge of unreason, before
plunging howling into the abyss.

Hold hard then, heart. This way at least you live.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

La camera di Arnaut – Lorenzo Babini

Lorenzo Babini, foto di Paola Amato

quan mi soven de la cambra
on a mon clan sai que nuills hom non intra
ARNAUT DANIEL
I

È stato come da bambino l’idea di cadere nel pozzo,
con il suo vuoto di acqua e di foglie

            (piuttosto immaginatela così: una stanza assente
piena di assenza, senza rumori,
senza pareti a cui appoggiare le mani).

II

Mi voltavo e non c’eri più.

Ero in una stanza piena di nebbia
e tu non potevi entrare,

grattavi nella porta, come un cane

III

Ora la camera è in cima a una torre. Nell’oscurità
sibila il vento, fa risuonare i cocci di vetro, porta i rumori del bosco.

Un grande albero al centro della stanza
si sbianca nel vento, resiste
all’urto della corrente. Come una nube dorata
si spoglia di tutte le foglie. Resiste
nella sua geometria, si ghiaccia
in un groviglio argenteo di vene
proiettato e fisso
nell’oscurità della notte.

IV

Le radici incrinano rompono il pavimento
e ai piedi è tutto un groviglio di braccia
che si stringono e si attorcigliano.

Le radici si allungano, crescono, salgono
ricoprono la stanza, la circoscrivono
fino a che si ritorna nel chiuso,
nel tepore di una camera, nella penombra,
riscaldata da un camino.

V

Nella camera, finalmente,
nella camera segreta
                        senza muri

“perché domandi il mio nome, che è ampio
e magnifico?”

tirando le tende, spostandole,
rimanendone avvolto, fasciato,
mentre il punto di fuga si allontana
ho corso, ho corso finché ho potuto, ho corso
ero sfinito…

Cammino ora nell’assenza, nell’impalpabile
oscurità: una figura
si muove, un cigolio.

VI

La figura si avvicinò nell’oscurità
e una luce soffusa si espanse:

“Ora ti vedo stupenda bellezza, bianca
come la luna in questa stanza.
Ricoprimi con le tue braccia che sono rami splendenti,
carichi di neve”

e poi ancora:
“di te parlavano antichi segni
anticamente, che doni grano, miele, vino
e grossi animali dispersi nei boschi”.

Affondò lentamente un pugnale nella spalla nuda
come la chiave per aprire uno scrigno
da cui uscirono i giorni, le notti, le città straniere,
lunghi campi avvolti da nebbie,
l’alta marea, il chiaro di luna, l’albero
coperto di neve, l’avorio splendente, il libro
intellegibile, come era stato e come sarà ancora:

“Tu non sai
che tutto il tempo, ogni ora, ogni minuto
s’intesse in una trama densa, in un tessuto”.

E io, nella camera del desiderio, inginocchiato, con le mani
sotto il suo manto azzurro…

VII

Ti ritrovo qui,
in questa stanza, da dove
non mi muovo da secoli. Anche ora, vedi,
ora che è tutto porto, luce, stagione
dell’estate in un verde azzurro
mediterraneo.

Penso a una stanza piena di vento
e di sole, all’origano, all’esplosione
di un vino arancione nel bicchiere…
e tu, misteriosa,
forse hai camminato per le strade di qualche città
un giorno, se ora

nel cuore della contingenza, nella volgare umiltà
delle cose, ti spogli, ti illumini, ti lasci trafiggere
da questa spada di luce.

VIII

Nella tua camera, sola, nella camera
silenziosa, in cima a una torre
circondata da sabbia e da un alto fossato…

ti hanno rinchiusa qui stirpi di antenati fenici,
popoli venuti dal mare, vecchi marinai,
e io che ti guardo in questo specchio di luce da migliaia di anni
e incanutisco, guardami, sono antichissimo
sono vecchissimo anch’io.

IX

Scintilla l’armatura deposta sulla sedia,
la mano sfoglia il libro, e invecchia.

Vuotiamo lentamente la brocca, si secca
l’acqua alla fontana

e mi pongo domande senza espressione
mentre il sole declina dalle vetrate di questa stanza
e si lancia oltre il paesaggio, dietro le torri
illuminando te, oscura e danneggiata,
illuminandoti di un disperato arancione.

X

Ora noi due nell’autunno dorato a guardarci
senza parlare, nel cuore pulsante
del desiderio…

                        una luce di lampada si posa
sull’avorio del tuo grembo
e lo veste, lo fa splendere, prima di scendere
nella città della pietra, nei tunnel
oscuri di vie che portano fuori
le mura
             corrose, bagnate di pioggia.

E qui, quando sale la bruma dai fossi
con l’erba umida, tu, signora, risplendi e scompari
e ancora una volta io penso:

leggeremo un giorno il libro d’argento
su cui è stata scritta la mia, la nostra avventura.

XI

Ricordati. Non vedrai più forse il mio mantello
quando nel basso della valle guardavo su
verso la torre, a rincorrere una luce scintillante,
un cucchiaio, un pettine, un bottone, una posata d’argento.

XII

Per il desiderio che ho di voi mia donna, mio signore,
per il privilegio di sostare nella stanza, mettetemi alla’prova
nel torneo, nella lotta di ogni giorno. Che cosa volete
ancora da me in questo oscuro tormento, in questo circolo
vertiginoso, in questo impossibile incanto?
                                                                  Volete che scriva?

Ebbene io sono Arnaldo che l’etere abbraccia,
che desidera ogni giorno oltre misura,
che con la lepre va a caccia del bue,
che vede il sole, come una pioggia, cadere nel mare
e nuota contro la marea che sale.

Lorenzo Babini

dalla rivista “Poesia”, Nuova serie, Anno II, N.7, Maggio / Giugno 2021, Crocetti Editore

Una nube le somiglia – Adonis

Emilio Sommariva, Ritratto Femminile, 1933

 

Una nube le somiglia –
simile alle sue palpebre,
alle sue membra,
ai rami che si irradiano sul suo viso
nei nostri incontri.

Una nube che nutre il pensiero – il mio pensiero:
è pioggia tra le sue ciglia o un richiamo?
È un viaggio nel profondo dei suoi enigmi
o nelle carovane di questa aria?

Adonis

(Traduzione di Fawzi Al Delmi)

da “La foresta dell’amore in noi”, Guanda, Parma, 2017

Il poeta dice la verità – Federico García Lorca

 

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

Federico García Lorca

1935-1936

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Sonetti dell’amore oscuro”, Newton Compton, Roma, 1988

∗∗∗

El poeta dice la verdad

Quiero llorar mi pena y te lo digo
para que tú me quieras y me llores
en un anochecer de ruiseñores,
con un puñal, con hesos y contigo.

Quiero matar al único testigo
para el asesinato de mis flores
y convertir mi llanto y mis sudores
en eterno montón de duro trigo.

Que no se acabe nunca la madeja
del te quiero me quieres, siempre ardida
con decrépito sol y luna vieja.

Que lo que no me des y no te pida
será para la muerte, que no deja
ni sombra por la carne estremecida.

Federico García Lorca 

1935-1936

da “Sonetos”, a cura di M. García Posada, in «ABC», Madrid, 17-3-1984

Ho sceso, dandoti il braccio… – Eugenio Montale

Edward Hopper, Stairway at 48 rue de Lille, Paris 1906

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971