«L’anonimo richiamo» – Ottavio Fatica

Ottavio Fatica, foto di Dino Ignani

 

L’anonimo richiamo
l’insensato anonimo
richiamo il non so che
che resta da balbettare
resta ancora?
que je pleure.

L’antenato animale il pardo
sta nel cielo
lí le stelle estendono
il senso del passato
il senso del passato
un senso tardo estende
con le stelle la sua notte
la notte a occidente
dello sguardo.

Nessuno ascolta
il demone di un altro
l’anonimo richiamo
l’insensato boato
o pigolio musica sghemba
per irreali fuochi
d’artificio sta tutto
nel non detto
il dito sulle labbra
per non piangere.

Nessuno ascolta
il demone di un altro.
Il pigolio reclama
quella vita che ha dentro
che è già tutta dentro l’uovo.
Il boato frastorna
e accompagna inaudito
per tutta la durata
un’esistenza.

Tu il dito sulle labbra
dimentica se vuoi
dimentichi e non puoi
che le parole
le figlie della terra
sono nostre figlie
chi deve averne cura
se non noi?
                 Fatemi piangere.

Splendida verba
bocca a bocca fatti
per farci piangere
Splendida verba
a copertura d’ogni menda
Splendida verba quando
il bello è che la verità
sta tutta nel non detto
cosí, come non detto
                nello smangio

Ottavio Fatica

da “Vicino alla dimora del serpente”, Einaudi, Torino, 2019

La felicità – Jorge Luis Borges

Ferdinando Scianna, J. L. Borges. Palermo, Archeological Museum

 

Chi abbraccia una donna è Adamo. La donna è Eva.
Tutto accade per la prima volta.
Ho visto una cosa bianca in cielo. Mi dicono che è la luna, ma
Che posso fare con una parola e con una mitologia?
Gli alberi mi fanno un poco paura. Sono così belli.
I tranquilli animali si avvicinano perché io gli dica il loro nome.
I libri della biblioteca sono senza lettere. Se li apro appaiono.
Sfogliando l’atlante progetto la forma di Sumatra.
Chi accende un fiammifero al buio sta inventando il fuoco.
Nello specchio c’è un altro che spia.
Chi guarda il mare vede l’Inghilterra.
Chi pronuncia un verso di Liliencron partecipa alla battaglia.
Ho sognato Cartagine e le legioni che desolarono Cartagine.
Ho sognato la spada e la bilancia.
Sia lodato l’amore in cui non ci sono né possessore né posseduta, ma entrambi si donano.
Sia lodato l’incubo che ci rivela che possiamo creare l’inferno.
Chi si bagna in un fiume si bagna nel Gange.
Chi guarda una clessidra vede la dissoluzione di un impero.
Chi maneggia un pugnale prevede la morte di Cesare.
Chi dorme è tutti gli uomini.
Ho visto nel deserto la giovane Sfinge appena scolpita.
Non c’è nulla di antico sotto il sole.
Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

La dicha

El que abraza a una mujer es Adán. La mujer es Eva.
Todo sucede por primera vez.
He visto una cosa blanca en el cielo. Me dicen que es la luna, pero
[qué puedo hacer con una palabra y con una mitología.
Los árboles me dan un poco de miedo. Son tan hermosos.
Los tranquilos animales se acercan para que yo les diga su nombre.
Los libros de la biblioteca no tienen letras. Cuando los abro surgen.
Al hojear el atlas proyecto la forma de Sumatra.
El que prende un fósforo en el oscuro está inventando el fuego.
En el espejo hay otro que acecha.
El que mira el mar ve a Inglaterra.
El que profiere un verso de Liliencron ha entrado en la batalla.
He soñado a Cartago y a las legiones que desolaron a Cartago.
He soñado la espada y la balanza.
Loado sea el amor en el que no hay poseedor ni poseída, pero los dos se entregan.
Loada sea la pesadilla, que nos revela que podemos crear el infierno.
El que desciende a un río desciende al Ganges.
El que mira un reloj de arena ve la disolución de un imperio.
El que juega con un puñal presagia la muerte de César.
El que duerme es todos los hombres.
En el desierto vi la joven Esfinge, que acaban de labrar.
Nada hay tan antiguo bajo el sol.
Todo sucede por primera vez, pero de un modo eterno.
El que lee mis palabras está inventándolas.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, S. A., Madrid, 1981

La serie bianca – Louise Glück

Lucio Fontana, Concetto Spaziale. Attese, 1965-1966

 

Un giorno segue senza sosta l’altro.
L’inverno è passato. Le luci di Natale si abbassarono
insieme alle stelle malandate
infilzate nelle varie vie dello shopping.
Carri di fiori apparvero sui marciapiedi bagnati,
le ceste di metallo pieni di cotogni e anemoni.

La fine andava e veniva.
O dovrei dire, a intervalli la fine si avvicinava;
sono passata attraverso di lei come un aereo passa attraverso una nuvola.
Dall’altro lato, l’insegna libero brillava ancora sopra la toilette.

Mia zia è morta. Mio fratello si è trasferito in America.

Sul mio polso, il quadrante dell’orologio luccicava nella falsa oscurità
(veniva proiettato un film).
Questa era la sua caratteristica speciale, una sorta di pulsazione bluastra
che ha reso i numeri di facile lettura, anche in assenza di luce.
Principesco, ho sempre pensato.

Eppure l’avanzare sereno della lancetta delle ore
non rappresentava più la mia percezione del tempo
che era diventato un senso di immobilità
espresso come movimento su grandi distanze.

La mano si mosse;
le dodici, mentre guardavo, rimasero sempre quelle.

In effetti il tempo era ormai l’ambiente in cui
ero contenuta con i miei compagni di viaggio,
come il neonato è contenuto nella sua robusta culla
o, per allungare il succo, come il nascituro
sguazza nel grembo materno.

Fuori dal grembo, la terra era scomparsa;
Potevo vedere bagliori di fulmini colpire l’ala.

Quando i miei soldi finirono,
sono andata a vivere per un po’
in una piccola casa sulla proprietà di mio fratello
nello stato del Montana.

Sono arrivata col buio;
all’aeroporto, i miei bagagli erano andati smarriti.

Mi sembrava di essermi mossa
non orizzontalmente ma piuttosto da un punto molto basso
a qualcosa di molto alto,
forse ancora nell’aria.

In effetti, il Montana era come la luna –
Mio fratello ha guidato con sicurezza sulla strada ghiacciata,
di tanto in tanto fermandosi a indicare
qualche rara costruzione.

Stavamo, per lo più, in silenzio.
Mi venne in mente che avevamo ripreso
le posizioni dell’infanzia,
le nostre gambe si toccavano, il volante
ora sostituiva il libro.

Eppure, nel senso più profondo, erano intercambiabili:
mio fratello non sempre aveva guidato,
se stesso e me, fuori dalla nostra squallida camera da letto
in una notte di rocce e laghi
punteggiata di spade che spuntavano qua e là –

Il cielo era nero. La terra era bianca e fredda.

Ho visto la notte svanire. Sopra il bianco della neve
il sole è sorto, tingendo la neve di uno strano colore rosato.

Poi siamo arrivati.
Restammo un po’ nella fredda sala, aspettando che ci riscaldassimo.
Mio fratello ha annotato la mia lista della spesa.
Sul viso di mio fratello
ondate di tristezza alternate a ondate di gioia.

Ho pensato, ovviamente, alla casa in Cornovaglia.
Le mucche, la monotona musica estiva delle campane –

Ho provato, come si può immaginare, un istante di puro terrore.

E poi mi sono ritrovata sola.
Il giorno successivo sono arrivate le mie valigie.

Ho disfatto le mie poche cose.
La fotografia dei miei genitori il giorno del loro matrimonio
a cui avevo aggiunto
una fotografia di mia zia nella sua giovinezza fallita, un souvenir
da lei amato e che mi aveva passato.

Oltre a questi, solo articoli da toeletta e farmaci,
insieme alla mia piccola collezione di abiti invernali.

Mio fratello mi ha portato libri e riviste.
Mi ha insegnato varie tecniche del nuovo mondo
di cui presto non avrei avuto più bisogno.

Eppure questo era per me il nuovo mondo:
non c’era nulla e non doveva succedere nulla.
La neve è caduta. Certi pomeriggi,
ho dato lezioni di disegno alla moglie di mio fratello.

Ad un certo punto ho ripreso a dipingere.

Impossibile formarsi
un qualsiasi giudizio sul valore dell’opera.
Basti dire che i dipinti erano
immensi e interamente bianchi. La vernice era spessa
e applicata con grandi pennellate irregolari –

Campi di bianco e squarci, bagliori
di blu, l’azzurro del cielo occidentale,
o quello che io stessa ho chiamato
quadrante blu. Mi parlava di un altro mondo.

Ho guidato la mia gente, diceva,
nel deserto
dove saranno purificati.

La moglie di mio fratello rimaneva affascinata.
A volte veniva mio nipote
(presto sarebbe diventato il mio compagno di vita).
Vedo, lei diceva, il volto di un bambino.

Intendeva, penso, quei sentimenti emanati dalla superficie,
sentimenti di impotenza o desolazione –

Fuori cadeva la neve.
Ero stata, mi sentivo, accettata nella sua quiete.
E allo stesso tempo, ogni tocco era una decisione,
non una decisione consapevole, ma comunque una decisione,
come quando, ad esempio, l’assassino preme il grilletto.

Questo, sta dicendo. Questo è quello che intendo fare.
O forse, cosa devo fare.
Oppure questo è tutto quello che posso fare.
Qui, credo, finisce l’analogia
in una marea di giudizi morali.

Dopo, immagino, non ricorda nulla.
Allo stesso modo, non posso dire esattamente
come sono nati questi dipinti, anche se alla fine
ce n’erano molti, difficili da spedire a casa.

Quando sono tornata, Harry era con me.
È, credo, un ragazzo gentile
con un gusto per la vita domestica.
In effetti, ha imparato a cucinare da solo
nonostante l’esigenze del suo piano di studi.

Andiamo d’accordo. Spesso canta mentre fa il suo lavoro.
Così mia madre cantava (o, più probabilmente, così ha riferito mia zia).
Chiedo, spesso, qualche brano particolare a cui sono legata,
e lui lo impara. È, come ho detto,
un ragazzo premuroso. Le colline sono vive, canta,
ancora ed ancora. E a volte, nei miei stati d’animo più bui,
il Jacques Brel che mi ha stregata.

Il piccolo gatto è morto, nel senso, suppongo,
d’ultima speranza.*

Il gatto è morto, canta Harry,
sarà inutile senza il suo corpo.
Questo, nella voce di Harry, è profondamente rilassante.

A volte la sua voce trema, come per una grande emozione,
e poi per un po’ le colline sono vive copre
il gatto è morto.

Ma non dobbiamo, sostanzialmente, scegliere tra di loro.

Tuttavia, le canzoni più oscure lo suscitano; ogni verso acquista variazioni.

Il gatto è morto: chi premerà, ora,
il suo cuore sul mio cuore per scaldarmi?

La fine della speranza, penso che significhi,
eppure nella voce di Harry sembra che una grande porta si stia aprendo –

Il gatto innevato scompare tra i rami alti;
Cosa vedrò quando lo seguirò?

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
* Fa riferimento al paradosso di Schrödinger [NdT]
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

The white series 

One day continuously followed another.
Winter passed. The Christmas lights came down
together with the shabby stars
strung across the various shopping streets.
Flower carts appeared on the wet pavements,
the metal pails filled with quince and anemones.

The end came and went.
Or should I say, at intervals the end approached;
I passed through it like a plane passing through a cloud.
On the other side, the vacant sign still glowed above the lavatory.

My aunt died. My brother moved to America.

On my wrist, the watch face glistened in the false darkness
(the movie was being shown).
This was its special feature, a kind of bluish throbbing
which made the numbers easy to read, even in the absence of light.
Princely, I always thought.

And yet the serene transit of the hour hand
no longer represented my perception of time
which had become a sense of immobility
expressed as movement across vast distances.
The hand moved;
the twelve, as I watched, became the one again.

Whereas time was now this environment in which
I was contained with my fellow passengers,
as the infant is contained in his sturdy crib
or, to stretch the point, as the unborn child
wallows in his mother’s womb.

Outside the womb, the earth had fallen away;
I could see flares of lightning striking the wing.
When my funds were gone,
I went to live for a while
in a small house on my brother’s land
in the state of Montana.
I arrived in darkness;
at the airport, my bags were lost.

It seemed to me I had moved
not horizontally but rather from a very low place
to something very high,
perhaps still in the air.

Indeed, Montana was like the moon—
My brother drove confidently over the icy road,
from time to time stopping to point out
some rare formation.

We were, in the main, silent.
It came to me we had resumed
the arrangements of childhood,
our legs touching, the steering l
now substituting for the book.

And yet, in the deepest sense, they were interchangeable:
had not my brother always been steering,
both himself and me, out of our bleak bedroom
into a night of rocks and lakes
punctuated with swords sticking up here and there—

The sky was black. The earth was white and cold.

I watched the night fading. Above the white snow
the sun rose, turning the snow a strange pinkish color.

Then we arrived.
We stood awhile in the cold hall, waiting for the heat to start.
My brother wrote down my list of groceries.
Across my brother’s face,
waves of sadness alternated with waves of joy.

I thought, of course, of the house in Cornwall.
The cows, the monotonous summery music of the bells—

I felt, as you will guess, an instant of stark terror.

And then I was alone.
The next day, my bags arrived.

I unpacked my few belongings.
The photograph of my parents on their wedding day
to which was now added
a photograph of my aunt in her aborted youth, a souvenir
she had cherished and passed on to me.

Beyond these, only toiletries and medications,
together with my small collection of winter clothes.

My brother brought me books and journals.
He taught me various new world skills
for which I would soon have no use.

And yet this was to me the new world:
there was nothing, and nothing was supposed to happen.
The snow fell. Certain afternoons,
I gave drawing lessons to my brother’s wife.

At some point, I began to paint again.

It was impossible to form
any judgment of the work’s value.
Suffice to say the paintings were
immense and entirely white. The paint had been
applied thickly, in great irregular strokes—

Fields of white and glimpses, flashes
of blue, the blue of the western sky,
or what I called to myself
watch-face blue. It spoke to me of another world.

I have led my people, it said,
into the wilderness
where they will be purified.

My brother’s wife would stand mesmerized.
Sometimes my nephew came
(he would soon become my life companion).
I see, she would say, the face of a child.

She meant, I think, that feelings emanated from the surface,
feelings of helplessness or desolation—

Outside, the snow was falling.
I had been, I felt, accepted into its stillness.
And at the same time, each stroke was a decision,
not a conscious decision, but a decision nevertheless,
as when, for example, the murderer pulls the trigger.

This, he is saying. This is what I mean to do.
Or perhaps, what I need to do.
Or, this is all I can do.
Here, I believe, the analogy ends
in a welter of moral judgments.

Afterward, I expect, he remembers nothing.
In the same way, I cannot say exactly
how these paintings came into being, though in the end
there were many of them, difficult to ship home.

When I returned, Harry was with me.
He is, I believe, a gentle boy
with a taste for domesticity.
In fact, he has taught himself to cook
despite the pressures of his academic schedule.

We suit each other. Often he sings as he goes about his work.
So my mother sang (or, more likely, so my aunt reported).
I request, often, some particular song to which I am attached,
and he goes about learning it. He is, as I say,
an obliging boy. The hills are alive, he sings,
over and over. And sometimes, in my darker moods,
the Jacques Brel which has haunted me.

The little cat is dead, meaning, I suppose,
one’s last hope.

The cat is dead, Harry sings,
he will be pointless without his body.
In Harry’s voice, it is deeply soothing.

Sometimes his voice shakes, as with great emotion,
and then for a while the hills are alive overwhelms
the cat is dead.
But we do not, in the main, need to choose between them.

Still, the darker songs inspire him; each verse acquires variations.

The cat is dead: who will press, now,
his heart over my heart to warm me?

The end of hope, I think it means,
and yet in Harry’s voice it seems a great door is swinging open—
The snow-covered cat disappears in the high branches;
O what will I see when I follow?

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

Alfabeto del momento – Milo De Angelis

Foto di Gabriele Basilico

 

A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati.

*

Mi attendono nascosti. Talvolta
li ho portati alla vita, al grande
alfabeto del momento. Ma loro tornano lì,
muti, si stringono a un palo,
non ne vogliono sapere. E il mondo
sembra un’eco della frase
che non trovano più, caduti nel buio
di un gesto qualunque, un sabato,
in un centro commerciale.
Parlo di eroi, naturalmente, corpi
che sul quaderno avevano una spina.

*

Era buio. Il centro di agosto era buio
come il corpo nudo. Non potevo
trovare riposo né movimento: solo il battere
del sangue sulle labbra. Il buio
giungeva dal respiro aperto, dalla freccia alata
che entra nel mondo. Il buio
era lì. Era lì, nel vertice
della prima caduta, era me stesso,
questo freddo che, oltre i secoli, mi parla.

*

Nessuno riposa. Il ragazzo
con la fronte squarciata sul marciapiede
sente il fischio degli dei, un vortice
da stadio che lo sveglia
ai confini della città
e lo solleva. Ma anche tu
sentirai nella stanza sigillata
alzarsi un antico profumo di benzina
e volerai sul cortile
dove uno sconosciuto si sporge
dal balcone con l’asfalto nelle mani.

*

È qui, in un angolo della stanza, scocca
la sua freccia negli anni, nei nostri anni,
e vacilla. L’ho conosciuta. È una furia
che scende verso l’oscuro e dilaga
tra i muri passeggeri e sgretolati
dove ognuno è solo il suo andarsene,
il piede franato sulla riva, lo stormo delle frasi
che cadono cieche da una volta.

*

Vicina all’anima è la linea verticale.
Il pomeriggio ci portò suburbani in un canto,
l’attimo divenne nudità
e potenza greca del finale: siamo i supplici
rimasti ad ascoltare, il cielo che nasce
in ognuno di noi, pattuglia di ragazzi
innamorati del numero giusto,
la bella epopea, il peso mortale di un pallone.

*

Ciò che vedo mi fu consegnato
da un respiro fratello e nemico
fino a quel teatro sgomento
dove abbiamo preso la parola,
tra l’allegria dei papaveri
e la rovina celeste. Era
una frase che, penetrando
nella ferita più buia, la fa sua,
la guarisce, l’aggrava, la sposa
era il talismano
stesso del nulla, quando divampa
nel grande paese di Milano
e riscalda milioni di fantasmi.

*

Oscillano le lettere sul quaderno
e piangono ancora i volti
che scompaiono appena li sfiori. Non puoi
creare un precedente. Entrano
i tamburini di creta nel respiro
degli equinozi, i cronometri
volano nella polvere e tu chiedi soltanto
di restare silenzioso prima del frutto.

*

I muri sono il luogo di un racconto minore
dove si parla di sangue e di anemoni, di sangue
inspiegabile che bagna la parola, qualcosa
che ci getta negli oceani e nel peso
nudo del lampo, ma poi ritorna qui, alla radice
di una stanza e di una donna,
quell’idea sovrana e incenerita
che ci ha tenuti per un verso.

*

Passioni del vento
costrette in un’edicola. Indietreggia
ogni evento fino alla sua cellula, mutarsi
della luce in filo spinato,
quel balbettio delle mani
diventò una sentenza. Erano sillabe
mescolate all’asfalto, come atti di forza,
erano le stesse che ora ci chiamano
tra le tangenziali,
l’ultimo grado del giudizio.

*

È entrato qui,
nell’azzurro di via Varé, nel ristorante
che ti ha vista piangere, nelle triglie
antiche, nell’acqua del momento. Avverrà,
dicevi, tutto quello che è stato,
avverrà. Eccoli, gli ostaggi della via Pál,
sono nella mente e sono lì, si aggirano
tra i tavoli, hanno il segno
sacro dell’alba. E tu,
sempre più vicina, sei l’oscura melodia
di ogni adolescente, l’acume e lo spavento,
di chi chiede tutto, profugo del tempo
con il viso bianchissimo e un pegno
che non durerà oltre di noi,
l’unica data che mi osserva e mi aspetta,
l’unica data.

*

Ho saputo, amica mia,
che sei stata in un limite. Anch’io
negli intervalli di una sola e grande morte
dormivo tra i casolari
dove si raccolgono d’inverno
con la parola disunita e il fitto
delle idee: entrava
un profumo di uva passa e la neve
dell’incontro ha percepito
la mia notte nella tua.

*

Ecco l’acrobata della notte, il corpo
senza nulla, un’incisione
nell’aria, un puro scoccare
di fosfori: gettò il suo smeraldo
all’ultima fortuna, si avvicinò ai sepolti,
indicò a ciascuno la strada. La terra appartiene
a chi l’ha abbandonata.

Milo De Angelis

da “Quell’andarsene nel buio dei cortili”, “Lo Specchio” Mondadori, 2010

Amo i tuoi occhi, amica mia… – Fëdor Ivanovič Tjutčev

Edward Steichen, Louise Brooks, 1928

 

Amo i tuoi occhi, amica mia,
E il loro gioco d’incanto e di fuoco,
Quando, d’un tratto, tu li sollevi
E come un lampo nel cielo
Rapida intorno ti guardi…

Ma vi è un incanto ancor più intenso;
Quando nei tuoi occhi chini,
Nel momento del bacio appassionato,
Attraverso le tue ciglia abbassate
Arde il cupo fuoco del desiderio.

Fëdor Ivanovič Tjutčev

(Traduzione di Eridano Bazzarelli)

da “Fëdor I. Tjutčev, Poesie”, Rizzoli, 1993

Scritta non dopo l’aprile del 1836; apparsa nel 1879 in «Russkij Archiv».

∗∗∗

«Люблю глаза твои, моё друг…»

Люблю глаза твои, моё друг,
С игрой их пламенно-чудесной,
Когда их приподымешь вдруг
И, словно молнией небесной,
Окинешь бегло целый круг…

Но есть сильней очарованья:
Глаза, потупленные ниц
В минуты страстного лобзанья,
И сквозь опущенных ресниц
Угрюмый, тусклый огнь желанья.

Фёдор Иванович Тютчев

da “F. I. Tjutcev, Lirika”, Izdanie podgotovil K.V. Pigarjov. M., 1965