Mappa per l’ascolto – Chandra Livia Candiani

Mario Giacomelli, Rondini

 

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e la colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque, abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Canto senza risposta – Nichita Stănescu

Foto di Jennifer B Hudson

 

Perché mai ti amerò, donna sognatrice,
che ti avvolgi intorno a me come fumo, come una vite
intorno al mio petto, alle mie tempie,
sempre tenera, sempre ondeggiante?

Perché mai ti amerò, donna delicata
come un filo d’erba che taglia in due
la luna estiva, gettandola in acqua,
divisa da se stessa
come due innamorati dopo un abbraccio?…

Perché mai ti amerò, occhio malinconico,
sole castano che sorgi dalla mia spalla,
trascinando dietro di te un cielo di profumi
con nubi sottili, senza ombra?

Perché mai ti amerò, ora indimenticabile,
che invece dei suoni
metti in fuga intorno al mio cuore
una mandria di puledri dalle criniere ribelli?

Perché mai ti amerò tanto, amore,
vortice di stagioni che colorano un cielo
(sempre diverso, sempre vicino)
come una foglia cadente. Come un respiro appannato dal gelo.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Una visione dei sentimenti”, 1964, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

∗∗∗

Cântec fără răspuns

De ce te-oi fi iubind, femeie visătoare,
care mi te-ncolăceşti ca un fum, ca o viţă-de-vie
în jurul pieptului, în jurul tâmplelor,
mereu fragedă, mereu unduitoare?

De ce te-oi fi iubind, femeie gingaşă
ca firul de iarbă ce taie în două
luna văratecă, azvârlind-o în ape,
despărţită de ea însăşi
ca doi îndrăgostiţi după îmbrăţişare?…

De ce te-oi fi iubind, ochi melancolic,
soare căprui răsărindu-mi peste umăr,
trăgând după el un cer de miresme
cu nouri subţiri fără umbră?

De ce te-oi fi iubind, oră de neuitat,
care-n loc de sunete
goneşte-n jurul inimii mele
o herghelie de mânji cu coame rebele?

De ce te-oi fi iubind atâta, iubire,
vârtej de-anotimpuri colorând un cer
(totdeauna altul, totdeauna aproape)
ca o frunză căzând. Ca o răsuflare-aburită de ger.

Nichita Stănescu

 da “O viziune a sentimentelor”, Editura pentru Literatură, 1964

Somiglianze – Luis García Montero

Foto di Hervé Guibert

 

Pienezza della vita gli occhi, e la pelle
un cauto succedersi del tempo.
Gli alberi assomigliano al bosco
come il tuo corpo assomiglia a te.

La mattina se ne è andata tra le foglie.
Sono di luce verde,
rossastra, che trasuda oro,
a seconda delle stagioni e le ore del giorno.
Il loro colore è una forma di lealtà,
un modo di vivere tra di loro.

Riconosco i miei anni nel tuo volto,
il potere di guardarmi
con una storia nei tuoi occhi,
l’esperienza del mondo
che conservano i gesti,
mentre gli anni cancellano
le date negli alberi.

Il destino ci cerca con ricordi
che a loro volta sfuggono dal volto
come se fossero un nido senza canzoni.
Più che l’età,
ci sono volti che riflettono
tutto ciò che hanno perduto.
Confondono la siccità e l’autunno
con una gelata di rinunce.

Ma il tuo corpo assomiglia a te,
alla donna che ha
una città, un mondo, un sole da guanto nero,
un’ambizione armata,
una storia vissuta
con i suoi conti in sospeso,
un plico di buste
e un amore
che non si stanca dì guardarla.

Luis García Montero

(Traduzione di Annelisa Addolorato)

da Punto e a capo (Stanza con vista sul tuo corpo)

da “Luis García Montero, Stanco di vedere”, Medusa Edizioni, 2011

∗∗∗

Parecidos

Pura vida los ojos, y la piel
una templada sucesión del tiempo.
Se parecen los árboles al bosque
como tu cuerpo se parece a ti.

La mañana se ha ido entre las hojas.
Están hechas de luz
verde, rojiza, fatigada en oro,
según las estaciones y las horas del día.
Su color es un modo de lealtad,
la forma de vivir entre los suyos.

Reconozco mis años en tu cara,
el poder de mirarme
con una historia dentro de tus ojos,
la experiencia del mundo
que conservan los gestos,
mientras los años borran
las fechas en los árboles.

El destino nos busca con recuerdos
que a veces huyen de su rostro
como si fuese un nido sin canciones.
Más que la edad,
hay caras que reflejan
todo lo que perdieron.
Confunden la sequía y el otoño
en una helada de renuncias.

Pero tu cuerpo se parece a ti,
a la mujer que tiene
una ciudad, un mundo, un sol de guante negro,
una ambición en armas,
una historia vivida
con sus cuentas pendientes,
un atado de sobres
y un amor
que no se cansa de mirarla.

Luis García Montero

da Punto y seguido (Habitación con vistas a tu cuerpo)

da “Luis García Montero, Vista cansada”, Visor Libros, 2008

Paris at night – Jacques Prévert

Michel Hendrich, 2015

 

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.

Jacques Prévert

(Traduzione di Maurizio Cucchi e Giovanni Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991

∗∗∗

Paris at night

Trois allumettes une à une allumées dans la nuit
La première pour voir ton visage tout entier
La seconde pour voir tes yeux
La dernière pour voir ta bouche
Et l’obscurité tout entière pour me rappeler tout cela
En te serrant dans mes bras.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques», 1946

L’identità è nella differenza – Piero Bigongiari

Piero Bigongiari

 

Questo è quello, è quello che io vidi,
che soffrii, che amai. Tu ancora ridi
nel tuo pianto, piangi col sorriso
con cui rispondi allo sconosciuto
sollecitarti delle cose, e parli
parli a quel muto inesausto rivolgersi
a te dal loro mascherato oblio.
Il presente defluisce nel passato,
non certo questo in quello,
e affluisce nel futuro: è stato
quello che non è stato e che sarà:
ma il discrimine è questo affilato
e tagliente dividersi e unirsi
di un’antica entità nel suo valsente.

I tarli non consumano del tempo
l’apparizione, il lampo, lo sparire:
intatto ne è l’evento, anche se altro
sembra avvenire. E che muta solo
il tuo sguardo, ma il nome che lo chiama
è lo stesso, la stessa la materia
caotica da cui esce la forma
che tu vezzeggi.

                         Ogni diversità
è solo tua, solo a te appartiene
che hai avanzato forme assomigliandoti
sempre meno nella tua identità
fino a ritrovarti inconoscibile.

Come il vento è lo scibile che soffia
qua e là e non sommuove le muraglie.
Un altro Piero sempre più identico
a se stesso, o a che cosa di se stesso?,
è per questo a sé più sconosciuto.
Ed è per questo che in ogni tua vena
scorre quanto in te fìnge di sembrare
la stessa pena: il mare è sempre il mare
proprio mentre appare sempre altro
nel cupo scintillare del suo cupido
ignorare se stesso.

                              A te appartiene,
di te, quanto hai invocato e forse opposto
all’enigma che ti ha demandato
qualcosa che tu certo non sapevi.

Solo a se stesso somiglia il diverso
che in sé cerca la propria identità.
Nella sua oscura caligine il verso
mentre scopre la propria chiarità,
trema nella sommessa identità
della voce dissimile che lo ama.

Ma chi lo chiama? A chi non può rispondere
il cieco oblio? Il geco sul terrazzo
esce la sera di sotto le tegole
che lo hanno nascosto nella calura
e ti rimira col suo occhio azteco
in cui ancora non brilla la paura.

Piero Bigongiari

(10 -11 giugno ‘90)

da “E non vi è alcuna dimora”, L’Albatro Edizioni, 1999

Di questa plaquette sono state pubblicate mille copie numerate.
Copia N.350