È inutile che Bitterlich… – Angelo Maria Ripellino

Dipinto di Hamish Blakely

19.

È inutile che Bitterlich parli di fratellanza,
di reciproco ardore, di collettivismo:
l’uomo muore da solo, e la morte lo riconosce,
anche se lui si nasconde sotto la chioma di stoppa della folla,
in un corteo di maschere ugualmente imbecilli.
Come tre Magi io le porterei mirra, oro, incenso,
come un gatto mi stenderei ai suoi piedi rachitici,
e sarei pronto persino a carezzarla, benché mi ripugni,
e a dirle «Puppe» come si dice: «emicrania».
Ma a che serve, Bitterlich, a che serve?
È un festino di sguatteri, e non bastano
bellezza ed innocenza per scacciarla.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

Solo morire di giorno – Vicente Aleixandre

Foto di Antonio Mora

 

Esalta il giorno le sue ali.

Bosco immenso, selva, leone o nube;
lentissima pupilla che quasi non si muove;
lagrima dolorosa dove brilla una stella,
dolore quasi uccello, iride tra la pioggia.

Il tuo cuore gemello del mio,
alta roccia da cui una breve figura
muove le braccia che quasi non vedo, ma che odo;
invisibile punto dove una tosse o un petto ancora anelo
giunge quasi sia l’ombra delle braccia perdute.

Il tuo cuore gemello come un uccello in terra,
come la palla in fuga che ha piegato le ali,
come due labbra sole che ieri sorridevano…

Una magica luna colore di basalto
esce di dietro il monte come una spalla nuda.
Era di piuma l’aria, la pelle la si udiva
come una superficie che un battello ferisce.

Oh cuore, cuore o luna, oh terra secca a tutto,
oh arena assetata che s’imbeve di un’aria
quando soltanto le onde gialle son acqua!

Acqua o luna è lo stesso: ciò che sfugge alla mano,
linfa che mentre goccia sopra la fronte fredda
imita a un tratto labbra o una morte ascoltata.

Voglio morir di giorno, quando la luna bianca,
bianca come quel velo che cela solo aria,
voga senza sostegno, senza raggi, una lamina,
come una dolce ruota che non può dare gemiti,
infantile e castissima nel sole clamoroso.

Voglio morir di giorno, quando amano i leoni,
allorché le farfalle volano sopra i laghi,
quando la ninfea emerge da un’acqua verde o fredda,
fiore assonnato e strano nella luce rosata.

Voglio morire al limite degli ampi boschi estesi,
dei boschi che levano le braccia.
Quando canta la selva in alto e il sole brucia
capigliature, pelli o un amore che annienta.

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o Amore”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Sólo morir de día 

El mundo glorifica sus alas.

Bosque inmenso, selva o león o nube;
pupila lentísima que casi no se mueve;
dolorosa lágrima donde brilla un lucero,
un dolor como un pájaro, iris fugaz en lluvia.

Tu corazón gemelo del mío,
aquel alto cantil desde el cual una figura diminuta
mueve sus brazos que yo casi no veo, pero que sí que escucho;
aquel punto invisible adonde una tos o un pecho que aún respira,
llega como la sombra de los brazos ausentes.

Tu corazón gemelo como un pájaro en tierra,
como esa bola huida que ha plegado las alas,
como dos labios solos que ayer se sonreían…

Una mágica luna del color del basalto
sale tras la montaña como un hombro desnudo.
El aire era de pluma, y a la piel se la oía
como una superficie que un solo esquife hiere.

¡Oh corazón o luna, oh tierra seca a todo,
oh esa arena sedienta que se empapa de un aire
cuando sólo las ondas amarillas son agua!

Agua o luna es lo mismo: lo impalpable a las manos,
linfa que goteando sobre la frente fría
finge pronto unos labios o una muerte escuchada.

Quiero morir de día, cuando la luna blanca,
blanca como ese velo que oculta sólo un aire,
boga sin apoyarse, sin rayos, como lámina,
como una dulce rueda que no puede quejarse,
aniñada y castísima ante un sol clamoroso.

Quiero morir de día, cuando aman los leones,
cuando las mariposas vuelan sobre los lagos,
cuando el nenúfar surte de un agua verde o fría,
soñoliento y extraño bajo la luz rosada.

Quiero morir al límite de los bosques tendidos,
de los bosques que alzan los brazos.
Cuando canta la selva en alto y el sol quema
las melenas, las pieles o un amor que destruye.

Vicente Aleixandre

 da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

«Non si vedrà per tutto l’inverno» – Dario Bellezza

Fabrice Lamarche, The door

 

Non si vedrà per tutto l’inverno
il mio ragazzo venire dal lattaio
con la busta del latte da mezzo litro:
tutti penseranno che il radicato
nel mio cuore aspetta malato
che io arrivi con la busta in mano.

Non si vedrà per tutta la primavera
il suo ritorno; le lacrime invano
scivoleranno dalle mie guance:
tutti penseranno che mi ha lasciato
solo nella mia grande casa.

Non si vedrà per tutta l’estate
la sua abbronzatura cittadina,
ma al mare uguale ai più tranquilli
e solitari ragazzi lo immagineranno
silenziosamente disteso sulla sabbia.

Non si vedrà in autunno alcuno
bussare alla mia porta marroncina:
tutti mi guarderanno con tristezza
perché questa è la stagione dei morti.

Dario Bellezza

da “Invettive e licenze”, Garzanti, 1971

La ottava Elegia – Rainer Maria Rilke

Ed Van Der Elsken, Tokio, 1981

 

   È l’animale, tutto, nello sguardo
vólto all’Aperto:
fuori del tempo, nello spazio immenso.
Ma gli occhi abbiamo, noi, come riversi:
e tesi, al par di reti, a imprigionare
il suo libero passo.
Lo spazio immenso, che trascende il tempo,
solo riflesso dal suo vólto intento,
si svela a noi.
Poi che il fanciullo tenero volgiamo
súbito indietro; e lo forziamo già
a rimirare il mondo delle forme;
ma non l’Aperto, che profondo spazia
in ogni vólto d’animale ignaro:
e non lo sfiora il senso della morte.
Noi non abbiamo, ahimè, dinanzi agli occhi
se non la morte.
L’animale ha la morte dietro sé:
e a sé davanti, Dio.
Quando cammina, nell’Eterno incede.
Come incedono i fiumi.
Noi non abbiamo innanzi, un giorno solo,
il puro spazio in cui sbocciano i fiori
inesauribilmente.
Tutto, d’intorno, ai nostri sguardi, è Mondo.
Non mai, lo spazio sterminato etèreo,
incustodito e intatto,
che si respira; e che, infinitamente
intuito, si sa, — senza bramarlo.
Da bimbi, ci si sperde in quello spazio,
scossa in silenzio l’anima beata.
O vi si entra, quando agonizziamo,
e si diventa spazio a poco a poco.
Ché non è dato ravvisar la morte,
come ci giunge accanto:
sbarriamo gli occhi fuori di noi stessi,
con uno sguardo d’animale, — immenso.
Gli Amanti, — ove non fossero, tra loro,
schermo e muraglia — all’insueto Aperto,
stupefatti, sarebbero vicini.
Capzioso, si schiude dietro ognuno.
Ma, l’altro, non vi evade. E novamente,
intorno a entrambi, si richiude il mondo.
Al creato rivolti senza posa,
nel creato vediamo rispecchiarsi
l’etèreo spazio: ma nel suo riverbero,
che si appanna di noi.
Leva talvolta un animale, muto,
il suo sguardo tranquillo.
E ci percorre dentro, in ogni fibra.
Essere a fronte, eternamente a fronte
di un concretato mondo: ecco il Destino.
Se una coscienza fosse, — una coscienza
come la nostra — nel sicuro e calmo
animale che viene ad incontrarci,
oh noi saremmo trascinati dentro
quel suo vagare!… Ma, per lui, l’esistere
è senza fine. Spento; e inconcepibile
dalla luce degli occhi. Immacolato,
come il suo sguardo. E dove noi scorgiamo
il futuro e non altro, egli ravvisa
il Tutto immenso; e se stesso — in quel Tutto —
salvo e redento per l’eternità.
Ma vive tuttavia, nell’animale
vigile e caldo,
il peso, in ansia, d’una grande angoscia.
Ché mai non lo abbandona la memoria
d’essere stato piú vicino, un tempo,
al mondo ch’egli anela di raggiungere:
a quello avvinto in fedeltà piú stretta,
con nodi di dolcezza senza fine.
Tutto è distanza qui, ciò che respiro
era colà. Dopo quel primoasilo,
gli appare infido questo: e tempestato
da vènti avversi.
Felicità divina dell’ insetto,
che rimane, per sempre, dentro il grembo,
onde nasceva: nello spazio immenso.
O díttero, che dentro vi saltelli,
pur quando giunge il tempo delle nozze!
Il grembo è tutto. E malsicuri avventano
gli uccelli il volo, — poiché, già nascendo,
sanno le sorti entrambe,
quasi fossero anime di Etruschi
vaporate entro l’urna dello spazio
con la figura in sonno sul coperchio.

   Oh la tremenda angoscia dell’alato,
costretto al volo, anche se proviene
dall’angustia di un grembo!
Il suo terrore di se stesso solca
sinistramente l’ètere, guizzando:
e par l’incrinatura,
che fende la purezza d’una coppa.
Non il volo, cosí, del pipistrello
strappa la porcellana della sera?

Spettatori in eterno e in ogni dove,
rivòlti verso il Tutto, e incatenati
entro le sue prigioni,
l’universo ci colma: e in noi trabocca.
Lo rassettiamo. E ci si sfascia in pezzi.
Lo si raggiusta. E l’universo frana.
… E noi franiamo insieme.
Chi mai ci deformò, chi ci stravolse
cosí, che sempre ripetiamo il gesto
di prendere congedo?
Come quei che sull’ultima collina,
onde si schiude il prodigioso incanto
della valle beata,
sosta e si volge indietro a riguardare
cosí viviamo noi la nostra vita
in una serie di commiati, eterna.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Elegie di Duino (1922)”, in “Rainer Maria Rilke, Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Die achte Elegie

Rudolf Kassner zugeeignet

Mit allen Augen sieht die Kreatur
das Offene. Nur unsre Augen sind
wie umgekehrt und ganz um sie gestellt
als Fallen, rings um ihren freien Ausgang.
Was draußen ist, wir wissens aus des Tiers
Antlitz allein; denn schon das frühe Kind
wenden wir um und zwingens, daß es rückwärts
Gestaltung sehe, nicht das Offne, das
im Tiergesicht so tief ist. Frei von Tod.
Ihn sehen wir allein; das freie Tier
hat seinen Untergang stets hinter sich
und vor sich Gott, und wenn es geht, so gehts
in Ewigkeit, so wie die Brunnen gehen.
   Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt. Als Kind
verliert sich eins im Stilln an dies und wird
gerüttelt. Oder jener stirbt und ists.
Denn nah am Tod sieht man den Tod nicht mehr
und starrt hinaus, vielleicht mit großem Tierblick.
Liebende, wäre nicht der andre, der
die Sicht verstellt, sind nah daran und staunen…
Wie aus Versehn ist ihnen aufgetan
hinter dem andern… Aber über ihn
kommt keiner fort, und wieder wird ihm Welt.
Der Schöpfung immer zugewendet, sehn
wir nur auf ihr die Spiegelung des Frein,
von uns verdunkelt. Oder daß ein Tier,
ein stummes, aufschaut, ruhig durch uns durch.
Dieses heißt Schicksal: gegenüber sein
und nichts als das und immer gegenüber.

Wäre Bewußtheit unsrer Art in dem
sicheren Tier, das uns entgegenzieht
in anderer Richtung –, riß es uns herum
mit seinem Wandel. Doch sein Sein ist ihm
unendlich, ungefaßt und ohne Blick
auf seinen Zustand, rein, so wie sein Ausblick.

Und wo wir Zukunft sehn, dort sieht es Alles
und sich in Allem und geheilt für immer.
Und doch ist in dem wachsam warmen Tier
Gewicht und Sorge einer großen Schwermut.
Denn ihm auch haftet immer an, was uns
oft überwältigt, – die Erinnerung,
als sei schon einmal das, wonach man drängt,
näher gewesen, treuer und sein Anschluß
unendlich zärtlich. Hier ist alles Abstand,
und dort wars Atem. Nach der ersten Heimat
ist ihm die zweite zwitterig und windig.
   O Seligkeit der kleinen Kreatur,
die immer bleibt im Schooße, der sie austrug;
o Glück der Mücke, die noch innen hüpft,
selbst wenn sie Hochzeit hat: denn Schooß ist Alles.
Und sieh die halbe Sicherheit des Vogels,
der beinah beides weiß aus seinem Ursprung,
als wär er eine Seele der Etrusker,
aus einem Toten, den ein Raum empfing,
doch mit der ruhenden Figur als Deckel.
Und wie bestürzt ist eins, das fliegen muß
und stammt aus einem Schooß. Wie vor sich selbst
erschreckt, durchzuckts die Luft, wie wenn ein Sprung
durch eine Tasse geht. So reißt die Spur
der Fledermaus durchs Porzellan des Abends.

Und wir: Zuschauer, immer, überall,
dem allen zugewandt und nie hinaus!
Uns überfüllts. Wir ordnens. Es zerfällt.
Wir ordnens wieder und zerfallen selbst.

Wer hat uns also umgedreht, daß wir,
was wir auch tun, in jener Haltung sind
von einem, welcher fortgeht? Wie er auf
dem letzten Hügel, der ihm ganz sein Tal
noch einmal zeigt, sich wendet, anhält, weilt –,
so leben wir und nehmen immer Abschied.

Rainer Maria Rilke

da “Duineser Elegien”, Insel-Verlag, Leipzig, 1923

…Il bivio del tronco… – Diego Baldassarre

Foto di Nicola Bertellotti

 

Conosco la biforcazione della parola:
in una direzione il sogno nell’altra il foglio bianco
Mi hai chiesto di andare e sono partito

“Ci rincontreremo: ricordati il mio nome quando
prenderai una strada
quando libererai gli occhi dalla benda”

“L’occhio è corruttibile mi inganna nelle scelte”

Oggi che ho appeso la benda all’albero
scruto ogni bivio del tronco: i rami non hanno scelta
ognuno piega la linfa

verso lo spazio che occupa il sole

Diego Baldassarre

TACCUINO TERZO – Viandanze

da “6090 (SessantaNovanta)”, Il Convivio Editore, 2019

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