La riunione ristretta – Giovanni Raboni

Foto di André Kertész

 

La scrittura da alterare
o aggiungere in un libro bollato non vale
i suoi mesi di prigione: un buon inchiostro
invecchia presto: restano i sospiri
dei soci torturati dalle tasse, i sorrisi
all’impiegato complice… Si vede
che anche in queste equazioni marginali e
poco protocollari (e a prima vista
piú sordide) s’annida un plusvalore
negativo. Ma davvero, chi è l’ucciso
da vendicare? se poi restiamo soli
a mangiarci con gli occhi: il consigliere
delegato, l’amico, il direttore
delle imposte indirette… noi tre soli
a non sapere, a chiederci chi siamo,
persone separate o una: un coniglio,
un topo che condizionato a certi
riflessi verifica il sistema.

Giovanni Raboni

da “Le case della Vetra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

Viaggio a Venezia – Jaroslav Seifert

Foto di Michael Kenna

 

Si può dire forse cosí:
l’amore va e va e va
               e non v’è angolo
dove non sia a casa sua.
E i baci si allungano veloci
come a primavera le giornate.

E per questo ci siamo una volta destati
solo nell’amoroso silenzio di un quadro
dove c’erano soltanto due colonne rosa
e un pezzetto di mare.

I palazzi stavano infilzati nel mare
come pèttini antichi
              con perle e bruscoli d’oro,
ma nelle lagune era sporco e limo.

E il gondoliere
              con riso cattivo
pescò col remo davanti a noi
ciò che lí al mattino gettano dalla finestra
i dormienti d’amor prudente
perché non hanno stufe.

E tu subito strappasti le dita
dalla mia mano!
              Ridammi la mano!
Sarebbe triste, nella bella città
dalla quale è cosí duro partire.
              E repentina
dalla piazza risonò la lusinga
di una musica dolce.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La cometa di Halley” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

Cesta do Benátek

Snad je to možno tak říci:
láska jde a jde a jde
              a není kout,
kde nebyla by doma.
A polibky se rychle prodlužují
jak na jaře dny.

A proto jsme se jednou probudili
až v milostném tichu obrazu,
kde byly jen dva růžové sloupy
a kousek moře.

Paláce byly vetknuty do moře
jako staré hřebeny
              s perlami a zbytky zlata,
ale v lagunách byly špína a kal.
A gondoliér
s ošklivým smíchem
vylovil před námi veslem,
co tam házejí patrně z okna k ránu
spáči opatrné lásky,
protože tam nemají kamna.

A tys hned prudce vytrhla své prsty
z mojí dlaně!
              Dej mi zas ruku!
Bylo by smutno v krásném městě,
odkud se tak těžko odchází.
              A vzápětí
z náměstí před námi zazněla lichotně
sladká hudba.

Jaroslav Seifert

da “Halleyova kometa”, Albatros, Praha, 1969 

La poesia delle rose – Franco Fortini

Kenro Izu, Still life

1

 

Rose, rose di polvere, quanta durezza
nei ceppi a notte, rose arcuate
di spine quali i tendini robusti
e i muscoli disseccati della ragazza
che nell’auto seta manovra e cuoio
ma molle se un abbagliante la sbatte ma maculata
lungo la gola come le rose contuse
nel lavorìo di mezzanotte e ortiche.

Ah contro i fiori aperti all’afa
com’è dolce l’affanno dell’ape,
come i cuori vorrebbero non venisse
mai giorno ma sempre i fari ai tornanti
a infocare teatri di roseti
nel parco immenso arido romano!
Per questo «polvere» ho detto, da ustioni
di curve, da colombari, ghiaie, anfore…

Polvere sugli spalti; delle rose
l’empietà ne gode, la sete si esalta
senza posa a colpi di sangue
dove scava balordo lo scarabeo.
Scalcia la dama, perde il sandalo, esige
immanità, si lorda tra erbe e bava.
Miele occlude i trionfi, o ape latina.
Lascia sazie le gole, beate le rose.

2

Ma riconosci questo inizio. Da grotte, fontane,
i contrari respirano immobili.
Dove si schiude una rosa decade una rosa
e uno è il tempo ma è di due verità.
Vieni al gelo e al gran caldo. Qui osa
sul limite esitare. Aprirà
i rami, le trame penetra. Appari
tu ai lampi illuminata tempia

che eri slancio d’alloro nella calma
e arco di cipresso e sempre sei
con altro nome e tornerai con altra salma.
Intenta a specchi di acque, sorella
d’eresia, impietrita negazione
splendida in unità futura, fronte
tesa al nulla e ferita… Ora tu tremi,
rivedo, traversi le edere

e come t’anneri e tramuti
so e all’oscillio del riso già sei
squama di serpe ago unghia lama
che la lingua delle rose affili
e per crepitio di stipe soffiano, frugano
la scena i semivivi sinché dilaghi
l’arteria e ne derivi la riga tu
a Ecate. Una vecchia ti liscia l’anca.

3

Ah che per essa contro il tempo immensa
inumana bocca, liberante corpo
che anche del tuo si crea e dibatte,
solo hai questa lingua di gloria vile,
questa recitazione di servi. Si cercano
per esistere in un sangue, per rivivere
prima di giorno. Affóndati allora
nel calpestio, ingórgati, adora,

accarezzali i simboli deformi
dell’avvenire, sino a non più vedere,
tu che ti accechi se li fissi e rantoli
con loro! E come si scuoiano intrisi
di linfa, come il tetano scatena
morsi e oh come s’avventano a grappoli
rotolando e nelle carotidi gridi.
Smaglia le carni la rosa, si sbrana,

che al mattino intatta deriderà.
Non altro modo di profondere, di
denudare alla notte la delizia
del ribrezzo che tanti anni maligno
in sé ti stringe, stemma
che i vecchi diramarono per le meningi a te
e la rabbia dei defunti canina e qui sfami
a questo pasto di rose, bestia, stracciate.

4

E ora la passione degli alberi alta ritorna.
Il desiderio e la separazione
non ci saranno più. Chi siamo stati
sapremo e senza dolore. Già verso di noi
quel che vi parve favola viene e sarà,
figli di questo secolo, ironie.
Noi dal sogno usciremo per esistere
in una sola verità.

Tutti i perfetti amori un solo amore.
Tutti i giorni più belli un solo giorno.
Corpi spariti che avevamo amati,
dai miserabili resti ricreati
ritornerete di pietà beati
stupiti identici spiriti pazzi di risa,
centifolia rosa indivisa
che già la mente incredula abbagli.

È l’ora che i liquidi essica e accaglia
e queste emanazioni sono anime
ma storte, nane, sotto il ferro lunare.
Vedi schierarsi i regni. Varcano obliqui
per i cortei del cielo neri i Santi
vuoti come velieri. È l’assenzio? Il giudizio?
Sono le povere femmine ch’ebbero il viso
squarciato dai soldati? Le chiarine celesti?

5

Molto lontane voci, strazi… Le tue figure
sempre, falsa coscienza, così le ripeti?
Dimesse le frasche, tumefatte le rose,
in molecole rare lo spazio si divide,
le moli pare le allevii una pace.
E prima che inizino i nidi il gridio
queste tue favole di morti torneranno
uomini opachi avviati sui lastrici.

E meteoriti di ferro mentale
filano sui continenti, tangono
campi magnetici di rose sopite,
curvano frequenze di cose create, tentano
aiuto. L’aereo che grave le cupole rade
combatte, cabra, va; non per noi. Qui abito
dove una notte l’incenerirsi del secolo
persuade, e mi stermina lenta e tremo.

6

O tra carboni di rose un fosforo, un verme,
la sola via? A cripte, aule, visceri
dove a spettacolo spento pendono mucchi
di addomi stronchi, criniere di bisce e funi,
maschere scorticate, Sìsifo, Piritòo, Tieste,
e le Erinni. A tufi di catacombe, dove
sotto le larve di noi futuri murate
un senato di insetti gesticola.

7

E no. Ultimi fiumi d’un ironico inferno,
precipitate, fontane, gli scrosci.
Torna uno il vero? Fuggite, allegorie.
Dovevi saperlo, saresti tornato
a scegliere il gelo, il volere e la spina,
univoci i nomi, la scienza possibile
e lenta, il sole che imbianca Indo e Nilo,
il dente della storia impercettibile.

Ma come domani saprò riconoscere
le rose uccise, le vive? Mi volgo di qui
dov’è passata, e tornerà, la mia demenza:
anche per essa chiedo giustizia e amore.
Voi in sonno ancora: voglio che nulla si perda.
Anche se sempre, se senza pietà dell’aurora
che tanto deboli laggiù fa i lumi
di posizione dell’alte cilindrate,

gli àcari stritolano i grumi,
le cetonie triturano l’avvenire
con le minuscole branche; se colpa e speranza
sono un unico male che ci separa e ostina,
che da noi sale le cime dei salici
e le macera. L’aria è fina e nera.
Viva la rosa della primavera.
E viva l’erba, il fiore, i baci, il dolore.

Ultime sulle rose

Quando da qui si guarda l’età del passato
veramente diventa possibile l’amore.
Mai così belli i visi e veri i pensieri
come quando stiamo per separarci, amici.
Esercizio della ragione e sentimento
sono due cose e vivacemente si legano
come la rosa è forma di mente e stupore.

Franco Fortini

da “Poesia delle rose”, Libreria Antiquaria Palmaverde, Bologna, 1962

La poesia delle rose
Nella seconda parte si ricordano i versi del Trionfo del Tempo: «I’ vidi ’l ghiaccio e li stesso la rosa, quasi in un punto il gran freddo e ’l gran caldo». Con altro nome implica anche i tre nomi della Luna (Catullo: «sis quocumque vis vocari sancta nomine»). Impietrita, fino al senso della endura càtara. Soffiano: come nell’undecimo dell’Odissea («e intorno a lui era uno schiamazzo di morti»).
La quarta parte rielabora passi del VII libro delle Tragiques di D’Aubigné. Storte sono le cosidette «anime inferiori». L’assenzio è quello di cui parla l’Apocalisse.
Il senato della sesta parte viene dal «consesso di insetti silenziosi» di N. Zabolotskij, nella traduzione di V. Strada.
La demenza della penultima ottava è «la passada folor» di Purgatorio XXVI.
Suggerisco una possibile traccia ad un ipotetico lettore-collaboratore:
In un parco di rose e di coppie [1] si assiste e partecipa alla ripetizione di un iter. Una figura di ascesi e negazione si muta in giovane strega per un rito cruento [2]. Un’orgia che è anche inferno ricerca un anticipo mistificato della unità del genere umano [3]. Seguono figure di resurrezione e giudizio [4]. Scorre la notte e le scene riapparse si rivelano miti, mentre l’universo della comunicazione meccanica tenta altrimenti l’unità [5]. Aiuto insufficiente a impedire l’ultima tentazione: identificarsi all’inconscio [6]. L’alba riporterà ragione e storia ma l’esigenza permane che anche la parte condannata si salvi sebbene eredità storica e cronaca biologica continuino a disgregare l’esistente [7].
Non so se proprio questo sia il senso dei versi. Possono anche essere un sommario storico o la descrizione rituale di un rito. Mi auguro comunque che nessuno vi voglia leggere l’indicazione d’una tendenza. (E neppure io domani.) Anche per questo ho voluto aggiungere su tutt’altro registro e quindi separare da quella composizione i versi di congedo di Ultime sulle rose. Un ulteriore chiarimento potrebbe venire da queste due citazioni: «Ciascuno divenne spezzato in se stesso e negli altri» (Anastasio Sinaitico) e «La società è l’unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell’uomo con la natura, la vera risurrezione della natura» (Marx, Manoscritti, trad. it., p. 124).

Un verso randagio – Ewa Lipska

Ewa Lipska, foto di Danuta Węgiel

 

Un verso randagio vagabonda
nella materia oscura della carta.
Non ha padroni. L’autore l’ha lasciato
in balìa del destino. Orfano di parole. 

A volte
i versi sono come cani abbandonati
che abbaiano alla poesia.

Ewa Lipska

(Traduzione di Marina Ciccarini)

da “Il lettore di impronte digitali”, Donzelli Poesia, 2017 

∗∗∗

Bezdomny wiersz

Bezdomny wiersz włóczy się
po ciemnej materii papieru.
Niczyj. Autor pozostawił go
na łasce losu. Sierota słów.

Czasem
wiersze są jak porzucone psy
które szczekają na poezję.

Ewa Lipska

da “Czytnik linii papilarnych”, Wydawnictwo Literackie, Kraków, 2015

Sotto una piccola stella – Wisława Szymborska

 

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito
parole patetiche, e poi fatico per farle sembrare leggere.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Pod jedną gwiazdką

Przepraszam przypadek, że nazywam go koniecznością.
Przepraszam konieczność, jeśli jednak się mylę.
Niech się nie gniewa szczęście, że biorę je jak swoje.
Niech mi zapomną umarli, że ledwie tlą się w pamięci.
Przepraszam czas za mnogość przeoczonego świata na sekundę.
Przepraszam dawną miłość, że nową uważam za pierwszą.
Wybaczcie mi, dalekie wojny, że noszę kwiaty do domu.
Wybaczcie, otwarte rany, że kłuję się w palec.
Przepraszam wołających z otchłani za płytę z menuetem.
Przepraszam ludzi na dworcach za sen o piątej rano.
Daruj, szczuta nadziejo, że śmieję się czasem.
Darujcie mi, pustynie, że z łyżką wody nie biegnę.
I ty, jastrzębiu, od lat ten sam, w tej samej klatce,
zapatrzony bez ruchu zawsze w ten sam punkt,
odpuść mi, nawet gdybyś był ptakiem wypchanym.
Przepraszam ścięte drzewo za cztery nogi stołowe.
Przepraszam wielkie pytania za małe odpowiedzi.
Prawdo, nie zwracaj na mnie zbyt bacznej uwagi.
Powago, okaż mi wspaniałomyślność.
Scierp, tajemnico bytu, że wyskubuję nitki z twego trenu.
Nie oskarżaj mnie, duszo, że rzadko cię miewam.
Przepraszam wszystko, że nie mogę być wszędzie.
Przepraszam wszystkich, że nie umiem być każdym i każdą.
Wiem, że póki żyję, nic mnie nie usprawiedliwia,
ponieważ sama sobie stoję na przeszkodzie.
Nie miej mi za złe, mowo, że pożyczam patetycznych słów,
a potem trudu dokładam, żeby wydały się lekkie.

Wisława Szymborska

da “Wszelki wypadek”, Czytelnik, 1972