Le nostre mani nell’acqua – Yves Bonnefoy

Elliot Burke, Hands

 

Noi agitiamo quest’acqua. In essa le nostre mani si cercano,
Talvolta si sfiorano, forme spezzate.
Più in basso, è una corrente, è qualcosa d’invisibile,
Altri alberi, altre luci, altri sogni.

E guarda, sono anche altri colori.
La rifrazione trasfigura il rosso.
Era un giorno d’estate? No, è il temporale
Che «cambierà il cielo», e fino a sera.

Noi immergevamo le mani nel linguaggio,
Vi afferrarono parole delle quali non sapemmo
Che fare, non essendo che i nostri desideri.

Noi invecchiammo. Quest’acqua, nostra speranza.
Altri sapranno cercare più nel profondo
Un nuovo cielo, una nuova terra.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Fabio Scotto)

da “L’ora presente”, “Lo Specchio” Mondadori, 2015

***

Nos mains dans l’eau

Nous remuons cette eau. Nos mains s’y cherchent,
S’y effleurent parfois, formes brisées.
Plus bas, c’est un courant, c’est de l’invisible,
D’autres arbres, d’autres lumières, d’autres rêves.

Et vois, même ce sont d’autres couleurs.
La réfraction transfigure le rouge.
Était-ce un jour d’été, non, c’est l’orage
Qui va «changer le ciel», et jusqu’au soir.

Nous plongions nos mains dans le langage,
Elles y prirent des mots dont nous ne sûmes
Que faire, n’étant rien que nos désirs.

Nous vieillîmes. Cette eau, notre espérance.
D’autres sauront chercher à plus profond
Un nouveau ciel, une nouvelle terre.

Yves Bonnefoy

da “L’heure présente”, Mercure de France, 2011

Il nuovo manuale di poesia – Mark Strand

Foto di Timothy Greenfield

per Greg Orr e Greg Simon 

  1    Se un uomo capisce una poesia,
                  avrà dei problemi.

  2    Se un uomo vive insieme a una poesia,
                  morirà solo.

  3    Se un uomo vive insieme a due poesie,
                  ne tradirà una.

  4     Se un uomo concepisce una poesia,
                  avrà un figlio in meno.

 5   Se un uomo concepisce due poesie,
                 avrà due figli in meno.

 6   Se un uomo si mette in testa una corona quando scrive,
                verrà smascherato.

7   Se un uomo non si mette in testa una corona quando scrive,
               non ingannerà nessuno tranne se stesso.

8    Se un uomo si arrabbia con una poesia,
                verrà deriso dagli uomini.

 9    Se un uomo persiste nell’arrabbiarsi con una poesia,
                 verrà deriso dalle donne.

10    Se un uomo condanna pubblicamente la poesia,
                  le scarpe gli si riempiranno di urina.

11    Se un uomo rinuncia alla poesia per il potere,
                 avrà molto potere.

12    Se un uomo si vanta delle sue poesie,
                  verrà amato dai cretini.

13    Se un uomo si vanta delle sue poesie e ama i cretini,
                  non scriverà più.

14  Se un uomo nega piacere alle proprie poesie,
                 la sua arguzia porterà gli stivali.

15    Se un uomo desidera con ardore che le sue poesie ricevano attenzione 
                  sarà come un somaro al chiaro di luna.

16    Se un uomo scrive una poesia e loda una poesia di un collega,
                   avrà un’amante bellissima.

17    Se un uomo scrive una poesia e loda all’eccesso una poesia di un collega,
                   allontanerà da sé l’amante.

18   Se un uomo rivendica la poesia di un altro,
                 il suo cuore diverrà grande il doppio.

19    Se un uomo lascia che le sue poesie vadano in giro nude
                  avrà paura della morte.

20    Se un uomo ha paura della morte,
                 verrà salvato dalle sue poesie.

21   Se un uomo non ha paura della morte,
                 le sue poesie forse lo salveranno forse no.

22    Se un uomo finisce una poesia,
                 si immergerà nella scia bianca della propria passione
                 e verrà baciato dalla pagina bianca.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan)

da “Più buio”, (Rinunciare a me stesso), in “Mark Strand, Tutte le poesie”, Mondadori, 2019

∗∗∗

THE NEW POETRY HANDBOOK
for Greg Orr and Greg Simon

1     If a man understands a poem,
               he shall have troubles.
 

   If a man lives with a poem,
               he shall die lonely.

3    If a man lives with two poems,
               he shall be unfaithful to one.

   If a man conceives of a poem,
               he shall have one less child.

5    If a man conceives of two poems,
               he shall have two children less.

6    If a man wears a crown on his head as he writes,
               he shall be found out.

7    If a man wears no crown on his head as he writes,
               he shall deceive no one but himself.

   If a man gets angry at a poem,
               he shall be scorned by men.

9    If a man continues to be angry at a poem,
               he shall be scorned by women.

10    If a man publicly denounces poetry,
               his shoes will fill with urine.

11    If a man gives up poetry for power,
               he shall have lots of power.

12    If a man brags about his poems,
               he shall be loved by fools.

13    If a man brags about his poems and loves fools,
               he shall write no more.

14    If a man denies his poems pleasure,
               his wit shall wear boots.

15    If a man craves attention because of his poems,
               he shall be like a jackass in moonlight.

16    If a man writes a poem and praises the poem of a fellow,
               he shall have a beautiful mistress.

17    If a man writes a poem and praises the poem of a fellow overly,
               he shall drive his mistress away.

18    If a man claims the poem of another,
               his heart shall double in size.

19    If a man lets his poems go naked,
               he shall fear death.

20    If a man fears death,
               he shall be saved by his poems.

21    If a man does not fear death,
               he may or may not be saved by his poems.

22    If a man finishes a poem,
               he shall bathe in the blank wake of his passion and be kissed by white                                                                                                                                 [ paper.

Mark Strand

da “Darker: poems“, (Giving Myself Up), Atheneum, 1970

Ti dono questi versi affinché… – Charles Baudelaire

Erwin Blumenfeld, Blaue Augen, ca. 1938

 

XXXV.

Ti dono questi versi affinché, se il mio nome
approderà felice ad epoche lontane
e sogneranno una sera i cervelli umani,
vascello spinto da un grande aquilone,

il tuo ricordo simile a favole incerte
martelli come un timpano il lettore
e ad un fraterno e mistico anello
rimanga come appeso alle mie rime altere,

essere maledetto cui nulla, dall’abisso profondo
al più alto dei cieli, tranne me risponde!
– O tu che uguale a un’ombra dalla effimera traccia,

calpesti a passi lievi e con sguardo sereno
gli stupidi mortali che ti hanno giudicata amara,
statua dagli occhi di giada, grande angelo impassibile!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

∗∗∗

XXXV.

Je te donne ces vers afin que, si mon nom
Aborde heureusement aux époques lointaines,
Et fait rêver un soir les cervelles humaines,
Vaisseau favorisé par un grand aquilon,

Ta mémoire, pareille aux fables incertaines,
Fatigue le lecteur ainsi qu’un tympanon,
Et par un fraternel et mystique chaînon
Reste comme pendue à mes rimes hautaines;

Être maudit à qui de l’abîme profond,
Jusqu’au plus haut du ciel rien, hors moi, ne répond!
— Ô toi qui, comme une ombre à la trace éphémère,

Foules d’un pied léger et d’un regard serein
Les stupides mortels qui t’ont jugée amère,
Statue aux yeux de jais, grand ange au front d’airain!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, ‎Paris, Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Naufragio – Dario Bellezza

Foto di Dino Ignani

 

Questa città che nasconde e confonde
le inconfessabili voglie dei borghesi
ci è stata riservata, privilegiata:
il carrettone, di notte, invano stranisce
la nostra limitazione che scantona
per tutti i vicoli di Trastevere:
vicolo del Buco, piazza del Drago,
dell’Elefante, stancamente
lussureggiante nel cervello malato,
gli occhi fuori delle orbite, e c’è
chi ti dice la verità, amara
e debole come tutte le verità
soffocate dal non sapersi difendere:
incalzato dalla miseria, naufragio
del mio stile, regressione
all’indeterminato, all’infantile,
parole che fanno ressa in testa
mentre gli ospiti non vengono,
ritardano, che fanno?, forse vanno
a casa dell’Impiccato: lenzuola nere,
luce tagliata, tendine
ancora come quelle di una volta,
quando chi scrive, ragazzo senza sesso
visibile ma tormentato dalla ragione,
dalla scienza levigata nei salotti
borghesi, limpidamente vi entrò e vide
il futuro impiccato, la futura moglie,
i bambini mai nati, la sifilide
ricorrente per le vene asimmetriche
del pube incensurato, le catene
delle macchine, i guardiani del faro,
i romanzi della memoria, le poesie
d’amore, l’autobiografia precoce,
le lente serenate alla Stazione,
col treno in partenza, i minori in vendita,
le marchette buggerate sulle mille lire.
Passavano il didietro dentro le carrozze
abbandonate, cimitero della stazione:
i treni a quell’ora non partivano più.
Come affretto il pensiero del morto,
l’amore sciroppato in cento lacrimose,
luminose, ingenue poesie;
debilitato al pensarci, frastornato
da altri, corrotti, amori adolescenti,
il tono poetico non-ritrovabile,
i compromessi, le fughe, le giravolte,
le comunicazioni problematiche ininterrotte
e poi interrotte, il quindicenne sano
che ti monta, sacro, al limite dei giorni
vani o lusinghieri o visitati
dall’esplosione insincera del nulla.

Faccio naufragio, mi piloto verso
le crescite: ho perso il conto delle masturbazioni,
i petti maschili non mi difendono
dal mio amore per la madre, drogata,
che non sappia di essere donna.
Ecco: ho imparato come si fa a essere
poeta, a mangiare la foglia, a bere
a buon mercato, a fumare gratis,
a prendere lucciole per lanterne:
so stare al gioco, la miseria me la tengo
tutta stretta, abbandono i sogni
di gloria, capito per caso in casa
mia, m’affretto a cercare nei cassetti
le lettere della mia derelizione,
perduto amore, aspra vendetta
dei sessi, le lacrime taciturne
che scivolano leggere come farfalle
pietose; ho perso la memoria vile,
regolata dai battiti del cuore, le
mie pulsazioni aumentano, la candela
è quasi tutta consumata; m’affretto,
rapido, scervellato, sempiterno a
cambiare la tribolata rotta,
il rompicollo dei giorni. Dio!
Sono come un liceale al primo bacio:
niente mi ha toccato, mi riguarda,
non ho nessun dolore per la Storia,
amo me di un amore sviscerato,
e proprio per questo non mi amo,
mi detesto, ma so che non scriversi
addosso è la regola ipocrita, la carne
insudiciata si può lavare, le certezze assolute
equivalgono al suicidio intenso,
la vita vissuta equivale all’Inferno.

Dario Bellezza

da “Libro di poesia”, Garzanti, 1990

La notte nell’isola – Pablo Neruda

Foto di Mimmo Jodice

 

Tutta la notte ho dormito con te
vicino al mare, nell’isola.
Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,
tra il fuoco e l’acqua.

Forse assai tardi
i nostri sogni si unirono,
nell’alto o nel profondo,
in alto come rami che muove uno stesso vento,
in basso come rosse radici che si toccano.

Forse il tuo sogno
si separò dal mio
e per il mare oscuro
mi cercava,
come prima,
quando ancora non esistevi,
quando senza scorgerti
navigai al tuo fianco
e i tuoi occhi cercavano
ciò che ora
– pane, vino, amore e collera –
ti do a mani piene,
perché tu sei la coppa
che attendeva i doni della mia vita.

Ho dormito con te
tutta la notte, mentre
l’oscura terra gira
con vivi e con morti,
e svegliandomi d’improvviso
in mezzo all’ombra
il mio braccio circondava la tua cintura.
Né la notte né il sonno
poterono separarci.

Ho dormito con te
e svegliandomi la tua bocca
uscita dal sonno
mi diede il sapore di terra,
d’acqua marina, di alghe,
del fondo della tua vita,
e ricevetti il tuo bacio
bagnato dall’aurora,
come se mi giungesse
dal mare che ci circonda.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “I versi del Capitano”, Passigli Poesia, 2002

∗∗∗

La noche en la isla

Toda la noche he dormido contigo
junto al mar, en la isla.
Salvaje y dulce eras entre el placer y el sueño,
entre el fuego y el agua.

Tal vez muy tarde
nuestros sueños se unieron
en lo alto o en el fondo,
arriba como ramas que un mismo viento mueve,
abajo como rojas raíces que se tocan.

Tal vez tu sueño
se separó del mío
y por el mar oscuro
me buscaba
como antes
cuando aún no existías,
cuando sin divisarte
navegué por tu lado,
y tus ojos buscaban
lo que ahora
— pan, vino, amor y cólera —
te doy a manos llenas
porque tú eres la copa
que esperaba los dones de mi vida.

He dormido contigo
toda la noche mientras
la oscura tierra gira
con vivos y con muertos,
y al despertar de pronto
en medio de la sombra
mi brazo rodeaba tu cintura.
Ni la noche, ni el sueño
pudieron separarnos.

He dormido contigo
y al despertar tu boca
salida de tu sueño
me dio el sabor de tierra,
de agua marina, de algas,
del fondo de tu vida,
y recibí tu beso
mojado por la aurora
como si me llegara
del mar que nos rodea.

Pablo Neruda

da “Los versos del Capitán”, Editorial “Imprenta L’Arte Tipografica”, Nápoles, 1952