Ballata delle donne – Edoardo Sanguineti

Foto di Elliott Erwitt

 

quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia:

quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace:

quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire:

perché la donna non è cielo, è terra,
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente:

femmina penso, se penso l’umano:
la mia compagna, ti prendo per mano:

Edoardo Sanguineti

da “Il gatto lupesco”, “Le Comete” Feltrinelli,  2002

Non t’amo come se fossi rosa di sale… – Pablo Neruda

Ferdinando Scianna, Carmen Sammartin, Sicily, 1991

XVII

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Cento sonetti d’amore”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

XVII

No te amo como si fueras rosa de sal, topacio
o flecha de claveles que propagan el fuego:
te amo como se aman ciertas cosas oscuras,
secretamente, entre la sombra y el alma.

Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,
y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo
el apretado aroma que ascendió de la tierra.

Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
te amo directamente sin problemas ni orgullo:
así te amo porque no sé amar de otra manera,

sino así de este modo en que no soy ni eres,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,
tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño.

Pablo Neruda

da “Cien sonetos de amor”, Buenos Aires: Losada, 1960

Ode al vento di Ponente – Percy Bysshe Shelley

Vincent Van Gogh, Autumn Landscape with Four Trees, 1885

I.

Fiato d’autunno, o Ponente selvaggio
Ch’urgi le foglie come ombre fuggenti
Da un mago, all’invisibil tuo passaggio,

Gialle, rossomalate, pestilenti
Turbe; e ciascuna alla sua buia cella
Invernal trai le aligere sementi,

Ove la fredda terra le suggella,
Come la tomba i corpi,  fin che appena
L’azzurra tua primaveril sorella

Soffia la tromba, fa la terra amena
D’odori, e i germi al suon de’ dolci modi
A pascer l’aria come greggi mena:

Spirto selvaggio, che per tutto godi
In serbare e distrugger, m’odi, oh, m’odi!

II.

Tu, fiume dove nuotan nubi a schiere,
Che Cielo e Mare han scosso come fronda
Dai rami lor conserti, messaggere

Di piogge e lampi: — effusi son sull’onda
Tua d’aria azzurra, qual fulgente crine
Irto sul capo d’Evia furibonda,

Al pien colmo del cielo dal confine
D’orizzonte, i capei della Bufera
Che s’approssima; — o pianto sulla fine

Dell’Anno, a cui questa postrema sera
Volta d’ampio sepolcro sia, che annodi
Coi congesti vapor dell’atmosfera,

Fin che da quel pregno aer pioggia esplodi
Nera, con fuoco e con gragnola, oh, m’odi!

III.

Tu che il turchin Mediterraneo senti
Per te destarsi, ove in sua calma estiva
Si culla al suon di vitrëe correnti,

Nel sen di Baia, alla pumicea riva
D’un’isola; ed antiche regge e torri
Nella luce dell’onde ch’è più viva

Vedeva in sonno ei tremolar, d’azzurri
Muschi e fiori ineffabili coperte;
O tu per cui l’Atlantico ove corri

Si fende in gorghi, mentre giù l’inerte
Selva del mare di limosi biodi
Per lo spavento il suo color converte

D’un tratto, a udir le note tue melodi,
E trema e si dischioma, m’odi, oh, m’odi!

IV.

Oh, foss’io foglia dal tuo soffio mossa,
Volassi io teco, nube senza pondo;
Flutto, fremessi sotto la tua possa!

Parte avess’io nell’impeto, secondo
In libertà, o indomito, a te solo!
Foss’io compagno al tuo vagar sul mondo

Come da bimbo, allor quando il tuo volo
Vincer pareva agevole salita!
Non mai così pregato avrei nel duolo,

Levando a te la voce mia smarrita!
Alzami, foglia, nube, onda leggera!
Sanguino sulle spine della vita!

Curva dall’ore gravi e prigioniera
È un’anima tua pari, indoma, altiera.

V.

Fammi tua cetra al par del bosco, o Vento!
Che fa, se cadon pur le foglie mie?
Forte, autunnal, mesto e pur dolce accento

Da noi trarran le tue fiere armonie.
Che il mio spirito sia nel tuo converso!
O gagliardo, sii me! Per tutte vie

Reca mie morte idee sull’universo
Come le foglie, a vite suscitare
Nuove! E con la magia di questo verso,

Faville d’inestinto focolare,
Le mie parole fra le genti trai!
Tromba di profezia sii da destare

La terra, ne’ miei labbri. Chè s’è omai
Verno, tardar può Primavera assai?

Percy Bysshe Shelley

(Traduzione di Mario Praz)

da “Poeti inglesi dell’ottocento”, Casa Editrice Marzocco, Firenze, 1925

∗∗∗

Ode to the West Wind

I.

O Wild West Wind, thou breath of Autumn’s being
Thou from whose unseen presence the leaves dead
Are driven like ghosts from an enchanter fleeing,

Yellow, and black, and pale, and hectic red,
Pestilence-stricken multitudes! O thou
Who chariotest to their dark wintry bed

The winged seeds, where they lie cold and low,
Each like a corpse within its grave, until
Thine azure sister of the Spring shall blow

Her clarion o’er the dreaming earth, and fill
(Driving sweet buds like flocks to feed in air)
With living hues and odours plain and hill;

Wild Spirit, which art moving everywhere;
Destroyer and preserver; hear, O hear!

II.

Thou on whose stream, ‘mid the steep sky’s commotion,
Loose clouds like earth’s decaying leaves are shed,
Shook from the tangled boughs of heaven and ocean,

Angels of rain and lightning! there are spread
On the blue surface of thine airy surge,
Like the bright hair uplifted from the head

Of some fierce Mænad, even from the dim verge
Of the horizon to the zenith’s height,
The locks of the approaching storm. Thou dirge

Of the dying year, to which this closing night
Will be the dome of a vast sepulchre,
Vaulted with all thy congregated might

Of vapours, from whose solid atmosphere
Black rain, and fire, and hail, will burst: O hear!

III.

Thou who didst waken from his summer dreams
The blue Mediterranean, where he lay,
Lulled by the coil of his crystalline streams,

Beside a pumice isle in Baiæ’s bay,
And saw in sleep old palaces and towers
Quivering within the wave’s intenser day,

All overgrown with azure moss, and flowers
So sweet, the sense faints picturing them! Thou
For whose path the Atlantic’s level powers

Cleave themselves into chasms, while far below
The sea-blooms and the oozy woods which wear
The sapless foliage of the ocean, know

Thy voice, and suddenly grow gray with fear,
And tremble and despoil themselves: O hear!

IV.

If I were a dead leaf thou mightest bear;
If I were a swift cloud to fly with thee;
A wave to pant beneath thy power, and share

The impulse of thy strength, only less free
Than thou, O uncontrollable! if even
I were as in my boyhood, and could be

The comrade of thy wanderings over heaven,
As then, when to outstrip thy skiey speed
Scarce seem’d a vision—I would ne’er have striven

As thus with thee in prayer in my sore need.
O! lift me as a wave, a leaf, a cloud!
I fall upon the thorns of life! I bleed!

A heavy weight of hours has chain’d and bow’d
One too like thee—tameless, and swift, and proud.

V.

Make me thy lyre, even as the forest is:
What if my leaves are falling like its own?
The tumult of thy mighty harmonies

Will take from both a deep autumnal tone,
Sweet though in sadness. Be thou, Spirit fierce,
My spirit! Be thou me, impetuous one!

Drive my dead thoughts over the universe,
Like wither’d leaves, to quicken a new birth;
And, by the incantation of this verse,

Scatter, as from an unextinguish’d hearth
Ashes and sparks, my words among mankind!
Be through my lips to unawaken’d earth

The trumpet of a prophecy! O Wind,
If Winter comes, can Spring be far behind?

Percy Bysshe Shelley

da “The poetical works of Percy Bysshe Shelley”, A. & W. Galignani, 1841

Il brusio delle voci – Yves Bonnefoy

Foto di Boris Smelov

 

Il brusio delle voci che ti additava, è spento.
Sei solo nel recinto delle barche oscure.
Cammini forse sul suolo che ondeggia, ma in cuore
Hai un canto diverso da quest’acqua grigia,

Una speranza diversa dal dipartirsi certo,
Dai passi smorti, dal lume a prora che oscilla.
Non ami il fiume d’acque semplici terrestri,
La sua strada lunare in cui si placa il vento.

Piuttosto, dici, su più morte sponde,
Dei palazzi ch’io fui l’alto sfacelo,
Ami solo la notte in quanto notte, e reca,
Torcia d’ogni rinuncia, il tuo destino.

Yves Bonnefoy

(Traduzione di Diana Grange Fiori)

da “Ieri deserto regnante”,  in “Yves Bonnefoy, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

***

Le bruit des voix

Le bruit des voix s’est tu, qui te désignait.
Tu es seul dans l’enclos des barques obscures.
Marches-tu sur ce sol qui bouge, mais tu as
Un autre chant que cette eau grise dans ton cœur,

Un autre espoir que ce départ que l’on assure,
Ces pas mornes, ce feu qui chancelle à l’avant.
Tu n’aimes pas le fleuve aux simples eaux terrestres
Et son chemin de lune où se calme le vent.

Plutôt, dis-tu, plutôt sur de plus mortes rives,
Des palais que je fus le haut délabrement,
Tu n’aimes que la nuit en tant que nuit, qui porte
La torche, ton destin, de tout renoncement.

Yves Bonnefoy

da “Pierre Écrite” (1965), in “Poèmes (1945-1974)”, Mercure de France, 1977

La vita in versi – Giovanni Giudici

Foto di Rupert Vandervell

 

Metti in versi la vita, trascrivi
Fedelmente, senza tacere
Particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensí ridicolo
Un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
Complicità di visceri, saettando occhiate
D’accordi. E gli astanti s’affacciano

Al limbo delle intermedie balaustre:
Applaudono, compiangono entrambi i sensi
Del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
È possibile a tutti piú che nascere
E in ogni caso l’essere è piú del dire.

Giovanni Giudici

da “La vita in versi”, “Lo Specchio” Mondadori, 1965