Le biciclette – Giorgio Caproni

Gérard Laurenceau, Ile de Sein, 2009

a Libero Bigiaretti

La terra come dolcemente geme
ancora, se fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza – è il sale
che corresse la mente. E anch’io ebbi ardore
allora, allora anch’io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle – quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!… Ma fu
storia di giorni – nessuno ora piú
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.

Non mi soccorre nessuno ove i nomi
stando, di pietra, fermi sulla terra
non velata di lacrime, fra i pomi
maturati a una luce a ottobre acerba
ancora, respiravo i pleniluni
d’improvviso oscurati dal tuo passo
d’improvviso maturo – dai profumi
immensi che il tuo corpo acido, oh sasso
insensato ch’io dissi Alcina, ambiva
regalarmi all’aperto nella notte
montuosa. E intanto lenta scaturiva,
dal silenzio infinito, un’altra corte
infinita di brividi sul viso
scolorato toccandoti: ma fu
storia anch’essa conclusa – né ora piú
m’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Le ginocchia d’Alcina umide e bianche
piú del bianco dell’occhio! la prativa
spalla! quei suoi rompenti impeti, e a vampe
vaste i rossori nell’aria nativa,
acqua appena squillata!… O fu una fede
anch’essa – anche il suo nome fu certezza
e appoggio fatuo alla mia spalla, erede
dell’inganno piú antico? Nella brezza
delle armoniche ruote, fu anche Alcina
la scoperta improvvisa d’una spinta
perpetua nell’errore – fu la china
dove il freno si rompe. E una trafitta
di brividi, all’inganno punse il viso
logorato d’amore al grido: «Tu
hai distrutto il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso».

E ahi rinnovate biciclette all’alba!
Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita
spinta di giovinezza nella calda
promessa, che sull’erba illimpidita
da un sole ancora tenero ricopre
nuovamente la terra!… Fu cosí,
dolce amico remoto, unico cuore
vicino al mio disastro, che colpí
questa città lo sterminato errore
di cui tenti una storia? Io non so come,
o Libero, in quest’alba veda il sole
frantumarsi per sempre – io non so come
nel brivido che mi percorre il viso
inondato di lacrime, già fu
fulminato il mio giorno, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Fu il transito dei treni che, di notte,
vagano senza trovare una meta
fra i campi al novilunio? Per le incolte
brughiere, ahi il lungo fischio sulla pietra
e i detriti funesti cui la brina
dà sudori di ghiaccio! Ivi se l’alba
tarda a portare col gelo la prima
corsa di biciclette, ecco la scialba
geografia del mondo che sgomenta
mentre Alcina è distrutta – mentre monta
nel petto la paura, e il cuore avventa
le sue fughe impossibili. E nell’onda
vasta che ancora germina sul viso
che non sfiora piú un brivido, già fu
storia anch’essa sommersa, né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Ma delicatamente a giorno torna
il suono dei bicicli, e dalle mura
trovano un esito i treni che l’orma
antica dei pastori urgono – dura
lamentela di ruote sui binari
obbliganti dell’uomo. E certo è Alcina
morta, se il cuore balza ai solitari
passeggeri, cui lungo la banchina
dove appena son scesi, dal giornale
umido ancora di guazza esce il grido
ch’è scoppiata la guerra – che scompare
dal mondo la pietà, ultimo asilo
agli affanni dei deboli. E se il viso
trascorre un altro fremito, non piú
può sgorgare una lacrima: ciò fu,
né v’è soccorso al tempo ormai diviso.

Ed i bicicli ronzano funesti
ora che l’uomo s’intana la notte
perché nel sonno l’altro non lo desti
di soprassalto – perché alle sue porte
non senta quella nocca che percuote
accanita col giorno, allorché un giro
di tetre biciclette ripercuote
con un tremito il vetro nel respiro
della morte all’orecchio. E quale immensa
distruzione a quei raggi lievi – quale
armonia di disastri, ora che senza
cuore preme un tallone sul pedale
sull’erba ha già calcato un viso
rimasto senza un fremito!… Ma fu
storia anch’essa travolta – né ora piú
v’è soccorso a quel tempo ormai diviso.

Non v’è soccorso nel mondo infinito
di nomi e nomi che al corno di guerra
non conservano un senso, ma riudito
è umanamente ancora sulla terra
commossa in altri petti quest’eguale
tenue ronzio di raggi e gomme – il lieve,
lieve trasporto di piume che sale
dal profondo dell’alba. E se il mio piede
melodico ormai tace, altro pedale
fugge sopra gli asfalti bianchi al bordo
d’altr’erba millenaria – un altro mare
trema di antichi brividi sull’orlo
teso d’altre narici, in altro viso
scolorato cercando chi non fu
storia ancora conclusa, anzi un di piú
nel tempo ancora intatto ed indiviso.

Giorgio Caproni

1946-47.

da “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968

I tuoi capelli al di sopra del mare – Paul Celan

 

Pure i tuoi capelli si librano sopra il mare col ginepro d’oro.
Si fanno bianchi con lui, poi li coloro azzurro-pietra:
colore di quel borgo ove alla fine mi trassero e volsero a sud…
Mi legarono con funi ad ognuna allacciando una vela
e sputando su di me da fauci nebbiose cantarono:
«Oh vieni oltre il mare!»
Ma io dipinsi di porpora le mie ali come fosse una barca,
mi spirai da me stesso rantolante la brezza e presi il largo prima che dormissero.
Ora dovrei colorarli di rosso, i tuoi ricci, ma li amo azzurro-pietra:
Voi, occhi della città, ove io caddi e strascinato fui verso sud!
Col ginepro d’oro pure i tuoi capelli si librano al di sopra del mare.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Papavero e memoria”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Dein Haar überm Meer

Es schwebt auch dein Haar überm Meer mit dem goldnen Wacholder.
Mit ihm wird es weiß, dann färb ich es steinblau:
die Farbe der Stadt, wo zuletzt ich geschleift ward gen Süden…
Mit Tauen banden sie mich und knüpften an jedes ein Segel
und spieen mich an aus nebligen Mäulern und sangen:
«O komm übers Meer!»
Ich aber malt als ein Kahn die Schwingen mir purpurn
und röchelte selbst mir die Brise und stach, eh sie schliefen, in See.
Ich sollte sie rot dir nun färben, die Locken, doch lieb ich sie steinblau:
O Augen der Stadt, wo ich stürzte und südwärts geschleift ward!
Mit dem goldnen Wacholder schwebt auch dein Haar überm Meer.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche VerlagsAnstalt GmbH, Stuttgart, 1952

Lo so la purezza – Ana Blandiana

 

Lo so, la purezza non frutta,
dalle vergini non nascono figli,
è la suprema legge dell’impuro
la tassa sulla vita.

Azzurre farfalle generano bruchi,
generano frutti i fiori tutt’intorno,
la neve bianca è casta,
la terra calda è infetta.

Incontaminato l’etere dorme,
l’atmosfera brulica di microbi,
puoi non nascere se non vuoi,
ma se esisti ti aspetta la tomba.

È felice la parola nella mente,
pronunciata, l’orecchio la diffama,
su quale piatto della bilancia
pesare – sogno muto o fama?

Tra silenzio e colpa
cosa scegliere – mandrie o loti?
Oh, il dramma di morire in bianco
o la morte di vincere comunque…

Ana Blandiana

(Traduzione di Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni)

da “Il tallone vulnerabile”, 1966, in “Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi”, Donzelli Poesia, 2004

∗∗∗

Ştiu puritatea

Ştiu, puritatea nu rodeşte,
Fecioarele nu nasc copii,
E marea lege-a maculării
Tributul pentru a trai.

Albaştri fluturi cresc omizi,
Cresc fructe florilor în jur,
Zăpada-i albă neatinsă,
Pământul cald este impur.

Neprihănit eterul doarme,
Văzduhul viu e de microbi,
Poţi dacă vrei să nu te naşti,
Dar dacă eşti te şi îngropi.

E fericit cuvântu-n gând,
Rostit, urechea îl defaimă,
Spre care o să mă aplec
Din talgere – vis mut sau faimă?

Între tăcere şi păcat
Ce-o să aleg – cirezi sau lotuşi?
O, drama de-a muri de alb
Sau moartea dc-a învinge totuşi…

Ana Blandiana

da “Călcâiul vulnerabil”, Bucureşti, Editura pentru Literatură, 1966

Esattamente un anno fa… – Philip Schultz

Foto di Phil Penman

UNO
6

Esattamente un anno fa,
l’11 settembre scorso,
uno scroscio scintillante
di scariche di elettroshock
sibilò attraverso
l’etere sorpreso
della rosea elasticità del mio cervello.
Mi svegliai fluttuando
nel reparto psichiatrico del Saint Vincent,
su un fondale roccioso,
una ghianda inerte, sotto
una tenda di lenzuolo, qualcuno
all’altro capo del tempo
cantava l’aria
di Madama Butterfly
come andava cantata.

È così che
ci si sente da morti,
mi chiesi,
un falso alleluia,
un turbinare, guizzare
e traboccare,
non cercare più
di essere qualcosa
di più o di meno di
un inizio,
un centro, o una fine?

Poi, quasi
subito dopo,
mi buttarono fuori
sulla strada.
Ci servono i letti,
dissero i dottori.
C’è una grande emergenza.

Philip Schultz

(Traduzione di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli e Paola Splendore)

da “Erranti senza ali”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2016

∗∗∗

ONE
6

Exactly one year ago
last September 11,
a brilliant burst
of electroshock waves
zinged through
the surprised ether
of my brain’s pink elasticity.
I awoke floating
in Saint Vincent’s psych ward,
on a rocky seabed,
an inert acorn, under
a sheet-tent, someone
at the far end of time
singing the aria
from Madame Butterfly
the way it was meant to be sung.

Is this what it
feels like to be dead,
I wondered,
a false hallelujah,
to swirl, flicker,
and overflow,
never again contrive
to be anything
more or less than
a beginning,
middle, or end?

Then, almost
immediately afterwards,
I was put out
on the street.
We need the beds,
the doctors said.
There’s a great emergency.

Philip Schultz

da “The Wandering Wingless”, in “Failure”, Harcourt Books, 2007

Macchina – Antonella Anedda 

Foto di Robert Doisneau

 

Le dita sulla tastiera del computer schioccano
– solo piú leggermente –
come un tempo la macchina per scrivere.
Era bello quel nome: macchina, ancora meglio
quando senza la c ritorna machina.
Impalcatura per un dio o un assedio,
ariete per abbattere le mura.
Rimandava a un arto di ferro, un ordigno
e un artiglio che ubbidiva al cervello.
Eppure non ha senso
rimpiangere il passato,
provare nostalgia per quello che
crediamo di essere stati.
Ogni sette anni si rinnovano le cellule:
adesso siamo chi non eravamo.
Anche vivendo – lo dimentichiamo –
restiamo in carica per poco.

Antonella Anedda 

da “Historiae”, Einaudi, Torino, 2018