Maturità – Mario Luzi

Foto di Deborah Turbeville

 

Che fu dietro quei vetri che straziano il silenzio
e irraggiano nel vuoto lo stupore
d’un viso che non sente più il suo rosa?
Attoniti si perdono gli occhi in banchi d’azzurro
e neppure il tuo pianto si ripete.
Ondeggia il sicomoro stranamente fedele.

Gelo, non più che gelo le tristi epifanie
per le strade stillanti di silenzio
e d’ambra e i riverberi lontani
delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane.
Ombra, non più che un’ombra è la mia vita
per le strade che ingombra il mio ricordo impassibile.

Equoree primavere di conche abbandonate
al vento il cui riflesso è solitario
nel fondo col tuo viso scarduffato!
Schiava ai piedi di un’ombra, ombra d’un’ombra
disperdi nel tremore dell’acqua il tuo sorriso.
Una nuvola oscilla e un incerto paradiso.

Non più nostro il deserto che ci avvince e ci separa
nella bocca inarcata dall’oblio,
non più il dominio audace di pallore
delle tue braccia al vento dall’alte balaustrate.
Sguardi deserti, forme senza nome
nella notte pesante pendula sul tuo cuore.

Mario Luzi

da “Avvento notturno”, Vallecchi, Firenze, 1940

«Quanto vorrei, oh quanto» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Jonas Hafner

 

Quanto vorrei, oh quanto
– non visto, non sentito –
volare dietro a un raggio
là dove non esisto.

E tu nel cerchio irradia –
non c’è altra beatitudine –
e da una stella impara
che significhi luce.

Ciò che ti voglio dire
è che sto bisbigliando
e sottovoce affido
te, mia bambina, a un raggio.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

23 marzo – primi di maggio del 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: tripodia giambica; quartine a rime alterne tutte maschili; la terza e ultima strofa non solo riprende – nei versi dispari – le stesse parole che suggellano i vv. 1 e 3 della strofa iniziale, ma si presenta come un tetrastico monorimo; e questa serie di uscite in -čú sembra quasi voler richiamare alla memoria l’interiezione russa čur, ancora viva fra l’altro nei giochi infantili – e derivata da un vecchio scongiuro con cui si vietava di toccare un oggetto, di compiere determinate azioni.
La poesia riflette il desiderio, l’ansia o il sogno di un legame fra terra e cielo; anche se, inevitabilmente, «il raggio e la luce (delle stelle) riprendono vita, rinascono soltanto nella parola del poeta» (MG, p. 675).
v. 12: «mia bambina» (ditja); espressione affettuosa rivolta da Mandel´štam alla moglie. (Remo Faccani)

Celati – Gottfried Benn

Foto di Stephania Dapolla

 

Cela te stesso con maschere e con trucchi¹,
stringi gli occhi come chi vede male,
che dal tuo volto mai si distingua
dove sono il tuo essere, il tuo crollo.

Ultime luci, lungo bui giardini,
il cielo un rovinio di notti e incendi –
celati: dove lacrimi o resisti,
la carne ove ciò si compie non si veda.

Le scissioni, la crepa ed i passaggi,
il nocciolo dentro cui vieni annientato
celali, come se i tuoi canti di lontano
venissero da una gondola vicina.

Gottfried Benn

Inizio 1951.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Frammenti e distillazioni”, Einaudi, Torino, 2004

¹Una netta separazione s’impone fra vita e arte, la dolente umanità dell’artista e la sua produzione, che non aspira tuttavia al sublime: è una canzone di gondoliere. Vedi gli spirituals negri e le Ave Maria di Frammenti. (Anna Maria Carpi)

∗∗∗

Verhülle dich –

Verhülle dich mit Masken und mit Schminken,
auch blinzle wie gestörten Augenlichts,
laß nie erblicken, wie dein Sein, dein Sinken
sich abhebt von dem Rund des Angesichts.

Im letzten Licht, vorbei an trüben Gärten,
der Himmel ein Geröll aus Brand und Nacht –
verhülle dich, die Tränen und die Härten,
das Fleisch darf man nicht sehn, das dies vollbracht.

Die Spaltungen, den Riß, die Übergänge,
den Kern, wo die Zerstörung dir geschieht,
verhülle, tu, als ob die Ferngesänge
aus einer Gondel gehn, die jeder sieht.

Gottfried Benn

da “Fragmente e Destillationen”, in “Sämtliche Werke”, J. G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger G.m.b.H., Stuttgart, 1986

Cosí invade – Vicente Aleixandre

Foto di Raoul Hausmann

 

Felice chiarità dell’aurora,
corpo raggiante, amoroso destino,
adorazione del mare agitato,
del suo petto che vive, nel quale so che vivo.

Dove, montagna immensa sempre, ognora presente,
errante continente che trascorri e rimani,
spiaggia che mi si offre alla pianta leggera
che facile sul lido resta, quasi conchiglia?

Vado?
O vengo?
Ignoro se la luce che ora nasce
è quella del ponente nei miei occhi,
se mi spinge l’aurora la sua lama nel dorso.
Ma vado, vado sempre.
Vado a te come l’onda ormai verde
che tornando al suo seno riprende la sua forma.
Come risacca che strappando il giallo chiaro delle spiagge
mostra il duro torso oscuro che riposa, che fluttua.
Vado come le curve braccia che irrompendo
trascinan via le alghe che altre onde lasciarono.

E tu m’attendi, dí,
beato corpo disteso,
felice chiarità per i piedi,
spiaggia raggiante che brilli baciando
la tenue pelle che sul vivo petto grava.

Mi tendo?
Bacio infinitamente
l’inabbracciabile rumore dei mari,
quelle sempre reali labbra, labbra che sogno,
quella spuma leggera che sono sempre i denti
quando stanno per dirsi le parole piú oscure.

Dimmi, dimmi; ti ascolto.
Che verità profonda!
Quanto amore se mentre chiudi gli occhi ti stringo,
mentre ritrai tutte le onde lucide
che rimangono immote, fisse a quel nostro bacio.

Il tuo cuore che brucia come un’alga di terra,
come brace invincibile capace di seccare il fondo degli oceani,
non arde le mie mani
né i miei occhi quando calo le palpebre,
né le mie labbra – che il suo fuoco profondo non purifica –,
perché son come uccelli, come marine libere,
come il suono o il passare di nuvole che avanzano.

Oh vieni, vieni sempre come il clamore dei pesci,
come la battaglia invisibile che agita le squame,
come la lotta tremenda dei verdi piú profondi,
degli occhi che rifulgono e dei fiumi che irrompono,
dei corpi che erompono, che sorgono dai mari,
che raggiungono i cieli o muggendo si abbattono
quando di notte inondano lidi che si concedono!

Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “La distruzione o amore”, Einaudi, Torino, 1970

***

Que así invade

Dichosa claridad de la aurora,
cuerpo radiante, amoroso destino,
adoración de ese mar agitado,
de ese pecho que vive en el que sé que vivo.

¿Dónde tú, montaña inmensa siempre presente,
viajador continente que pasas y te quedas,
playa que se ofrece para mi planta ligera
que como una sola concha, fácil queda en la arena?

¿Voy?
¿O vengo?
Ignoro si la luz que ahora nace
es la del poniente en los ojos,
o si la aurora incide su cuchilla en mi espalda.
Pero voy, yo voy siempre.
Voy a ti como la ola ya verde
que regresa a su seno recobrando su forma.
Como la resaca que arrebatando el amarillo claro de las playas,
muestra ya su duro torso oscuro descansado, flotando.
Voy como esos redondos brazos invasores
que arrebatan las algas que otras ondas dejaron.

Y tú me esperas, dí,
dichoso cuerpo extendido,
feliz claridad para los pies,
playa radiante que destellas besando
la tenue piel que pasa sobre tu pecho vivo.

¿Me tiendo?
Beso infinitamente
ese inabarcable rumor de los mares,
esos siempre reales labios con los que sueño,
esa espuma ligera que son siempre los dientes
cuando van a decirse las palabras oscuras.

Dime, dime; te escucho.
¡Qué profunda verdad!
Cuánto amor si te estrecho mientras cierras los ojos,
mientras retiras todas, todas las ondas lúcidas
que permanecen fijas vigilando este beso.

Tu corazón caliente como una alga de tierra,
como una brasa invencible capaz de desecar el fondo de los mares,
no destruye mis manos
ni mis ojos cuando apoyo los párpados,
ni mis labios -que no se purifican con su lumbre profunda-,
porque son como pájaros, como libres marinas,
como rumor o pasaje de unas nubes que avanzan.

¡Oh ven, ven siempre como el clamor de los peces,
como la batalla invisible de todas las escamas,
como la lucha tremenda de los verdes más hondos,
de los ojos que fulgen, de los ríos que irrumpen,
de los cuerpos que colman, que emergen del océano,
que tocan a los cielos o se derrumban mugientes
cuando de noche inundan las playas entregadas!

Vicente Aleixandre

da “La destrucción o el Amor”, M., Signo, 1935

Grata di parole – Paul Celan

Foto tratta dal documentario “Nuit et Brouillard”, Alain Resnais, 1956

 

Occhio tondo tra le sbarre.

Palpebra, sfarfallante animale,
voga verso l’alto,
fa passare uno sguardo.

Iride, natante, opaca e senza sogni:
sarà prossimo, il cielo, grigio-cuore.

Storta, nel beccuccio di ferro,
la scheggia fumigante.
Al senso che la luce prende
tu indovini l’anima.

(Fossi io come te. Tu come me.
Non sottostammo forse
al medesimo vento?
Siamo estranei.)

Pavimento. Sopra,
l’una accanto all’altra, le due
pozzanghere grigio-cuore:
due
bocconi di silenzio.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Grata di parole III”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

***

Sprachgitter

Augenrund zwischen den Stäben.

Flimmertier Lid
rudert nach oben,
gibt einen Blick frei.

Iris, Schwimmerin, traumlos und trüb:
der Himmel, herzgrau, muß nah sein.

Schräg, in der eisernen Tülle,
der blakende Span.
Am Lichtsinn
errätst du die Seele.

(Wär ich wie du. Wärst du wie ich.
Standen wir nicht
unter einem Passat?
Wir sind Fremde.)

Die Fliesen. Darauf,
dicht beieinander, die beiden
herzgrauen Lachen:
zwei
Mundvoll Schweigen.

Paul Celan

da “Sprachgitter”, S. Fischer Verlag, Frankfurt am Main, 1959