«Ah, tu non resti inerte nel tuo cielo» – Mario Luzi

Trude Fleischmann, Portrait of Marie Matzne

II

Ah, tu non resti inerte nel tuo cielo
e la via si ripopola d’allarmi
poiché la tua imminenza respira contenuta
dal silenzio di lucide pareti
e dai vetri che fissano l’inverno.
Camminare è venirti incontro, vivere
è progredire a te, tutto è fuoco e sgomento.
E quante volte prossimo a svelarti
ho tremato d’un viso repentino
dietro i battenti d’una antica porta
nella penombra, o a capo delle scale.

Mario Luzi

da “Quaderno gotico”, Vallecchi, Firenze, 1947

Gli amanti – Julio Cortázar

Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, Un Homme et une femme, Claude Lelouch, 1966

 

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

Julio Cortázar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

***
Los Amantes

¿Quién los ve andar por la ciudad
si todos están ciegos?
Ellos se toman de la mano: algo habla
entre sus dedos, lenguas dulces
lamen la húmeda palma, corren por las falanges,
y arriba está la noche llena de ojos.

Son los amantes, su isla flota a la deriva
hacia muertes de césped, hacia puertos
que se abren entre sábanas.
Todo se desordena a través de ellos,
todo encuentra su cifra escamoteada;
pero ellos ni siquiera saben
que mientras ruedan en su amarga arena
hay una pausa en la obra de la nada,
el tigre es un jardín que juega.

Amanece en los carros de basura,
empiezan a salir los ciegos,
el ministerio abre sus puertas.
Los amantes rendidos se miran y se tocan
una vez más antes de oler el día.
Ya están vestidos, ya se van por la calle.
Y es sólo entonces
cuando están muertos, cuando están vestidos,
que la ciudad los recupera hipócrita
y les impone los deberes cotidianos.

Julio Cortázar

da “Salvo el crepúsculo”, Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

Poetica – Manolis Anaghnostakis

Manolis Anaghnostakis

 

– Tradite ancora una volta la Poesia, mi dirai,
La più sacra manifestazione dell’uomo
La usate di nuovo come mezzo, come bestia da soma
Delle vostre oscure aspirazioni
In piena coscienza del danno che procurate
Col vostro esempio ai più giovani.

– Dimmi tu che cosa non hai tradito
Tu e i tuoi simili, per anni e anni,
A svendere uno per uno i vostri beni
Nei mercati internazionali e nei bazar popolari
Voi che siete stati senza occhi per vedere e senza orecchie
Per udire, e con le bocche sigillate, non parlate.

In nome di quali sacri valori umani ci accusate?

Lo so: di nuovo sermoni e prediche, dirai.
Eh sì, dunque! Sermoni e prediche.

Bisogna piantare le parole come chiodi

Che non le porti via il vento.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Vincenzo Orsina)

daIl bersaglio”, inManolis Anaghnostakis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

Poetica

– Voi tradite ancora una volta la Poesia, mi dirai,
La manifestazione più sacra dell’Uomo
La usate di nuovo come mezzo, come bestia da soma
Delle vostre oscure aspirazioni
Pienamente coscienti del danno che causate
Col vostro esempio ai più giovani.

– Dimmi tu che cosa non hai tradito
Tu e i tuoi simili, per anni e anni,
Avete svenduto uno per uno i vostri beni
Sui mercati internazionali e nei bazar popolari
E siete rimasti senza occhi per vedere, senza orecchie
Per ascoltare, le bocche sigillate, senza parlare.
In nome di quali sacri valori umani ci accusate?

Lo so: di nuovo sermoni e discorsi retorici, dirai.
Ebbene sì! Sermoni e discorsi retorici.

Bisogna piantare le parole come chiodi

Che non le prenda il vento.

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Il bersaglio, 1970)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Ποιητιϰή

– Προδίδετε πάλι τήν Ποίηση, θά μοῦ πεῖς,
Τήν ἱερότερη ἐϰδήλωση τοῦ Ἀνθρώπου
Τή χρησιμοποιεῖτε πάλι ὡς μέσον, ὑποζύγιον
Τῶν σϰοτεινῶν ἐπιδιώξεών σας
Ἐν πλήρει γνώσει τῆς ζημιᾶς πού προϰαλεῖτε
Μέ τό παράδειγμά σας στούς νεωτέρους.

– Τό τί δ έ ν πρόδωσες ἐ σ ύ νά μοῦ πεῖς
Ἐσύ ϰι οἱ ὅμοιοί σου, χρόνια ϰαί χρόνια,
Ἕνα πρός ἕνα τά ὑπάρχοντά σας ξεπουλώντας
Στίς διεθνεῖς ἀγορές ϰαί τά λαϊϰά παζάρια
Καί μείνατε χωρίς μάτια γιά νά βλέπετε, χωρίς ἀφτιά
Ν᾿ ἀϰοῦτε, μέ σφραγισμένα στόματα ϰαί δέ μιλᾶτε.
Γιά ποιά ἀνθρώπινα ἱερά μᾶς ἐγϰαλεῖτε;

Ξέρω: ϰηρύγματα ϰαί ρητορεῖες πάλι, θά πεῖς.
Ἔ ναί λοιπόν! Κηρύγματα ϰαί ρητορεῖες.

Σάν π ρ ό ϰ ε ς πρέπει νά ϰαρφώνονται οἱ λέξεις

Νά μήν τίς παίρνει ὁ ἄνεμος.

Μανόλης Ἀναγνωστάκης

da “ Ὁ στόχος”, 1970, in “Τά Ποιήματα 1941-1971”, Εκδότης ΝΕΦΕΛΗ, 2000

Moltissimo – Margaret Atwood

Foto di Julia Margaret Cameron

 

È una parola antica, che va sbiadendo.
Moltissimo volli.
Moltissimo pregai.
Io lo amai moltissimo.

Mi faccio strada camminando
con attenzione, per via delle ginocchia malandate
di cui mi frega assai meno
di quanto possiate immaginare
visto che esistono altre cose un pelino più importanti
(aspetta e vedrai).

Ho in mano un mezzo caffè
in una tazza di carta con
– me ne rammarico moltissimo –
un coperchio di plastica,
cerco di ricordare cos’erano quelle parole un tempo.

Moltissimo.
Com’era usata?
Moltissimo amati.
Moltissimo amati, siamo riuniti.
Moltissimo amati, siamo oggi qui riuniti
in questo album di foto dimenticate
che ho ritrovato di recente.

Sbiadite ormai,
color seppia, in bianco e nero, stampate a colori,
ognuno di noi così tanto più giovane.
Le Polaroid.
Cos’è una Polaroid? Chiede il neonato.
Neonato da un decennio.

Come spiegarlo?
Tu scatti e la foto esce dalla parte rialzata.
Alzata sopra cosa?
Con quello sguardo perplesso che vedo di continuo.
Così difficile da descrivere
i dettagli più minuti di come
– tutti questi moltissimo amati qui riuniti –
di come vivevamo un tempo.
Si incartava l’immondizia con la carta
del quotidiano legata con un filo.
Cos’è un quotidiano?
Voi capite cosa intendo.

Il filo però, di filo ne abbiamo ancora.
Lega le cose insieme.
Un filo di perle.
Ecco cosa ti dicono.
Come tenere traccia dei giorni?

Ognuno splendido, ognuno separato,
ognuno unico e finito.
Li ho tenuti sulla carta in un cassetto,
quei giorni, adesso svaniti.
Le perle possono essere usate per contare.
Come nei rosari.
Ma non mi piace avere pietre intorno al collo.

Lungo questa strada ci sono molti fiori,
sbiaditi adesso ché è agosto,
polverosi e diretti verso l’autunno.
Presto i crisantemi fioriranno,
i fiori dei morti, in Francia.
Non pensare che questo sia morboso.
Sono le cose come stanno.

Così difficile descrivere i dettagli più minuti dei fiori.
Ecco gli stami, niente a che fare con gli umani.
Ecco i pistilli, niente a che fare con le pistole.
Sono i dettagli più minuti a ostacolare i traduttori
e anche me, quando provo a descrivere.
Capite cosa intendo dire.
Tu puoi deviare. Tu puoi perderti.
Lo stesso accade alle parole.

Moltissimo amate, riunite qui insieme
in questo cassetto chiuso,
ormai sbiadite, mi mancate.
Mi manca chi è mancato, chi è partito troppo presto.
Mi mancano anche quelli che sono ancora qui.
Mi mancate tutti moltissimo.
Moltissimo rimpianto ho di voi.

Rimpianto: ecco un’altra parola
che non senti più tanto spesso.
Io rimpiango moltissimo.

Margaret Atwood

(Traduzione di Renata Morresi)

da “Moltissimo”, “Ponte alle Grazie”, 2021

∗∗∗

Dearly

It’s an old word, fading now.
Dearly did I wish.
Dearly did I long for.
I loved him dearly.

I make my way along the sidewalk
mindfully, because of my wrecked knees
about which I give less of a shit
than you may imagine
since there are other things, more important –
wait for it, you’ll see –

bearing half a coffee
in a paper cup with –
dearly do I regret it –
a plastic lid –
trying to remember what words once meant.

Dearly.
How was it used?
Dearly beloved.
Dearly beloved, we are gathered.
Dearly beloved, we are gathered here
in this forgotten photo album
I came across recently.

Fading now,
the sepias, the black and whites, the colour prints,
everyone so much younger.
The Polaroids.
What is a Polaroid? Asks the newborn.
Newborn a decade ago.

How to explain?
You took the picture and then it came out the top.
The top of what?
It’s that baffled look I see a lot.
So hard to describe
the smallest details of how –
all these dearly gathered together –
of how we used to live.
We wrapped up garbage
in newspaper tied with string.
What is newspaper?
You see what I mean.

String though, we still have string.
It ties things together.
A string of pearls.
That’s what they would say.
How to keep track of the days?

Each one shining, each one alone,
each one then gone.
I’ve kept some of them in a drawer on paper:
those days, fading now.
Beads can be used for counting.
As in rosaries.
But I don’t like stones around my neck.

Along this street there are many flowers,
fading now because it is August
and dusty, and heading into fall.
Soon the chrysanthemums will bloom,
flowers of the dead, in France.
Don’t think this is morbid.
It’s just reality.

So hard to describe the smallest details of flowers.
This is a stamen, nothing to do with men.
This is a pistil, nothing to do with guns.
It’s the smallest details that foil translators
and myself too, trying to describe.
See what I mean.
You can wander away. You can get lost.
Words can do that.

Dearly beloved, gathered here together,
in this closed drawer,
fading now, I miss you.
I miss the missing, those who left earlier.
I miss even those who are still here.
I miss you all dearly.
Dearly do I sorrow for you.

Sorrow: that’s another word
you don’t hear much any more.
I sorrow dearly.

Margaret Atwood

da “Dearly: New Poems”, Ecco Pr, 2010 

Anacoreta – Thomas Amadei

Thomas Amadei

 

Trovo rifugio nelle campagne di ieri
l’oggi è un ospite non sempre gradito ma
che talvolta ci mostra il lato buono dello sparire,
la nuvola di silenzio che offusca ogni intenzione.

C’è un paradiso che illude ogni mattina
quando l’oscurità lascia il posto al sole,
tutto sembra prendere una forma lineare ma
Zigzagando tra le vie si smembra e
tutto ritorna alla mostruosità dei miei incubi peggiori.

Questo odore che non mi abbandona
nemmeno sull’orlo del volare,
lascia parole e melodia
a ricamare merletti silenziosi
da compagnia nel frastuono dell’uragano
che esplode dentro al ritmo dei tuoi baci.

Versi recitati sul dorso delle mani e
canzoni sussurrate scivolando
sulla vertigine delle scapole abbandonate.

Ci sono solitudini che non hanno un nome e
che le circostanze hanno battezzato anacoreta
per scelta o per paura.

Thomas Amadei

da “L’inganno di Morfeo”, Tipolito Stear, Ravenna, 2021

STAMPATO IN 100 ESEMPLARI
L’INGANNO DI MORFEO È IN VENDITA PRESSO LA LIBRERIA RIMINESE