Restaurazione – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Non amava affatto gli uccelli, i fiori, gli alberi
diventati simboli di idee, utilizzati allo stesso modo
da schieramenti opposti. Lui tentava
di riportarli al loro fondamento naturale. Le colombe, per esempio,
non emblema di un’infinità di convegni, ma begli uccelli
erotici, dal passo lento, che continuano a baciarsi
becco a becco nel mio cortile e mi riempiono le mattonelle
di escrementi e piume (mi piacciono così); o, al massimo,
piccoli postini che portano al di sopra delle pallottole
le lettere dei bambini poveri a Dio, in cui gli chiedono
scarpe e quaderni e un po’ di caramelle. I gigli
non emblemi di purezza, ma piante profumate
e sensuali, dai petali spalancati
che mostrano gli stami eretti con i pollini d’oro. E l’ulivo,
non premio di vittoria o di pace ma genitore fruttifero
che dà il buon olio per le nostre pietanze e per la lucerna,
per gli arrossamenti del neonato e il ginocchio ferito
del bambino irrequieto e disobbediente, e ancora
per il modesto lume della Madonna. E io – disse –
nient’affatto mito, eroe o dio, ma semplice operaio
al pari di te, di te e dell’altro – proletario dell’arte
innamorato sempre degli alberi, degli uccelli, degli animali e degli uomini,
innamorato soprattutto della bellezza dei pensieri puliti
e della bellezza dei corpi giovanili – un operaio
che scrive, scrive incessantemente su tutti e tutto
e ha un nome breve e facile a pronunciarsi: Ghiannis Ritsos.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 12.VIII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “L’albero nudo”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Ἀποϰατόισταση

Δέν ἀγαποῦσε διόλου τά πουλιά, τά λουλούδια, τά δέντρα
πού γίναν σύμβολα ἰδεῶν, χρησιμοποιούμενα ἐξὶσου
ἀπό ἐντελῶς ἀντίθετες παρατάξεις. Αὐτός προσπαθοῦσε
νά τά ἐπαναφέρει στή φυσιϰή τους ὑπόσταση. Τά περιστέρια, π.χ.,
ὄχι συνθήματα ποιϰίλων συνεδρίων, ἀλλά πουλιά
ὡραῖα, ἐρωτιϰά, βαρυπερπάτητα, πού ὅλο φιλιοῦνται
στόμα μέ στόμα στήν αὐλή ϰαί μοῦ γεμίζουν τά πλαϰάϰια
μέ ϰουτσουλιές ϰαί πούπουλα (μ’ ἀρέσουν ἔτσι)·
ἤ, τό πολύ πολύ; μιϰροί ταχυδρόμοι πού μεταφέρουν πάνω ἀπ’ τίς σφαῖρες
τά γράμματα φτωχῶν παιδιῶν πρός τό Θεό ζητώντας του
τετράδια ϰαί παπούτσια ϰαί λίγες ϰαραμέλες. Τά ϰρίνα
ὄχι ἐμβλήματα ἁγνότητας μά φυτά μυρθβόλα
ὅλο αἰσθησιασμό, μέ ὁλάνοιχτα τά πέταλα τους
νά δείχνουν τεντωμένους τούς χρυσόσπορους στήμονες. Κι ἡ ἐλιά
ὄχι ἔπαθλο νίϰης ἤ εἰρήνης ἀλλά μάνα ϰαρποφόρα
πού δίνει τό λαδάϰι γιά τό πιάτο μας ϰαί γιά τό λύχνο,
γιά τοῦ μωροῦ τό σύγϰαμα ϰαί γιά τό λαβωμένο γόνατο
τοῦ ἀνήσυχου, ἀνυπάϰοου παιδιοῦ, ϰι ἀϰόμη
γιά τό φτωχό ϰαντηλάϰι τῆς Παναγίας. Κι ἐγώ – εἷπε –
ϰαθόλου μύθος, ἥρωας ἤ Θεός, μά ἁπλός ἐργάτης
ὅπως ϰι ἐσύ ϰι ἐσύ ϰαί ὁ ἄλλος – προλετάριος τῆς τέχνης
ἐρωτευμένος πάντα μέ τά δέντρα, τά πουλιά, τά ζῶα ϰαί τούς ἀνθρώπους,
ἐρωτευμένος προπάντων μέ, τό ϰάλλος τῶν ϰαθαριων στοχασμῶν
ϰαι μέ το ϰάλλος τῶν νεανιϰῶν σωμάτων – ἐ’νας ἐργάτης
που γράφει, γράφει ἀϰατάπαυστα γιά ὅλους ϰαί γιά ὅλα
ϰαι τ’ ὄνομά του σύντομο ϰι εὐϰολοπρόφερτο: Γιάννης Ρίτσος.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 12.VIII.87

da “Το γυμνό δέντρο”, 1987, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991

«A chi sgorga il sentito dall’orecchio» – Paul Celan

Elliot Burke, Hands

 

A chi sgorga il sentito dall’orecchio
e scorre nelle notti:
a lui
racconta ciò che hai origliato
dalle tue mani.

Le tue mani migranti.
Non hanno cercato
di afferrare la neve verso cui
crescevano i monti?
Non sono discese
nel palpitante silenzio dell’abisso?
Le tue mani, le migranti.
Le tue mani migranti.

Paul Celan

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

«Dem das Gehörte quillt aus dem Ohr»

Dem das Gehörte quillt aus dem Ohr
und die Nächte durchströmt:
ihm
erzähl, was du abgelauscht hast
deinen Händen.

Deinen Wanderhänden.
Griffen sie nicht
nach dem Schnee, dem die Berge
entgegenwuchsen?
Stiegen sie nicht
in das herzendurchpochte Schweigen des Abgrunds?
Deine Hände, die Wandrer.
Deine Wanderhände.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997

Mozartiana, II – Vladimír Holan

Foto di Nicola Bertellotti

I

C’è un destino forzuto, allattato fino ai diciotto
e che continua a crescere anche soldato.
E ce n’è un altro che sui cori dei templi
stende la colofonia del demone
sull’arco del violino di Stradivari…

Ma c’è il silenzio, che merita il perdono
per non essersi fatto udire finché non è comparso lui

II

Anche la bellezza può essere troppo manifesta.
Anche la bellezza può essere ingannevole.
Anche una visione chiarissima può essere impura…

L’abisso non smette di precipitare mentre il fondo sale.
Ma c’è il paradiso, che merita il perdono
per non essersi fatto udire finché non è comparso lui

III

Perché siamo qui, domandiamo nel sogno?
Perché c’eravamo, domandiamo al risveglio?
Perché ci saremo, quando non saremo più?

La sua risposta è il miracolo.

IV

La vide soltanto una volta.
Ma da quell’istante stupì
e intonò un canto ma non sapeva a chi,
e intonò un coro ma nessuno lo seguì…
Osò adorarla così per un anno intero,
presente per il futuro, come ormai sapeva,
laddove ignaro pesantemente ritornava
da Maria Vergine a Eva…

Poi le scrisse.
Era un uomo e quindi aveva paura.
Lesse la sua lettera alla luce di un camino
nel quale poi la gettò.
Ed egli lesse la sua risposta alla luce di una neve
che mai si scioglie…

V NELL’ORA VANA

È primavera… Di notte, nell’ora vana
udì gemere la vite,
nonostante il forte rumore dell’acqua
che si perdeva dallo stagno attraverso un foro
scavato nella diga dall’anguilla…

Che altro restava a lui, se non patire,
innamorato fino al collo della musica che svanisce,
il pianto e la tortura della mutezza?

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata!

VI

Dio, è così in tutto il mondo,
che superare il destino dove è ingiusto
non ingoia quasi più forze
che superare la pietà di coloro
cui il cuore scoppia, ma di gelo?

Spaventoso il pensiero che prima del Diluvio
soltanto otto erano i mortali devoti…

VII

Ridere di sé e non saperlo,
anche se tu fossi inghirlandato di cicuta,
questo prezzemolo dei folli,

insistere di tre sospiri nel proprio lavoro,
sempre più frutto e sempre più frutti,
amare dunque qualcuno più di se stesso.

Sì! Ma non vivremo intero neanche il dolore,
così breve è il tempo…

VIII

Lo vedi abbandonare la fontana
dove sazio di pesci Nettuno le donne occhieggia.
Lo vedi affrettare il passo
in un abito nero che ha dovuto far rivoltare,
lo vedi entrare sotto il portico
con un sorriso pudico per un sorso di vino,

avendo appena compreso
che i prodigi di Cristo Signore
ebbero origine in Canaan di Galilea…

E senti il suo cuore, pugno d’angelo,
battere alla finestra di tutti gli usignuoli…

Sì, perché non amava le riduzioni per pianoforte.

IX DON GIOVANNI

Non ancora lontananza, solo distanza…
Poi un bacio rubato…
Ma l’errore conta… L’offesa anche…
Curiosità della resa, che al femminile domanda e al maschile tace
che cos’è il destino di fronte a un sesso
che ha paura dei sogni…

X

Notte, che il piacere trasporta dall’inferno dentro una ferita
il cui sangue qualcuno tampona col velo d’una monaca.
Sì, basta concentrarsi e subito c’è tristezza,
basta concentrarsi e subito c’è morte…

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata.

Febbrili raggi della luna
e tu tremi, misero Mozart!
Il diteggiare dei sordomuti non è così folle,
perché in esso i vivi sono almeno due…

Senti prossimo il tempo finito.
Se almeno uno d’improvviso venisse di coloro
che saranno al tuo funerale,
e dunque nessuno!

XI

Carta da musica e bottiglia. Perché glie la rimproverate?
Forse che si libera così del vostro dolore?

Oppure la fuga. Perché disprezzate così?
Forse che non abbiamo perduto l’infanzia?

XII

La prima pioggia dell’anno… La sua zincografia…
Ma dentro la casa (senza che nessuno domandi
se vuoto di esseri il tempo sarebbe così insensato,
quando di loro gremito è folle),
ma dentro la casa vi sono degli ospiti.

C’è anche colei il cui cuore
è ferito dall’amore nella ragione,
c’è anche lui, la cui passione
è discesa nel cuore né più risalirà,
forse come pena per l’arte,
quando l’arte è idolatria.

“Ecco, il presente!
Occorre essere per vivere!”
si dicevano entrambi, e proprio in quel momento
su una porta cieca ristava un servitore
con vino segretamente avvelenato
ed esitava un poco, a chi di loro due
per primo offrire…

XIII

Udì cantare un usignuolo e nessuno lo convincerà
che canterebbe meglio se fosse accecato.
Udì cantare un ragazzo e nessuno lo convincerà
che canterebbe meglio se lo castrassero.
Udì cantare una fanciulla ed egli non credette
che avrebbe cantato meglio dopo lo ius primae noctis.

Ciò che è stato creato deve qui essere amato
senza che uno neppure sfiori l’altro.
E se in mare due navi si spezzano,
non è per non amore dell’una verso l’altra…

XIV

Ciò che qui viene vissuto con passione dura solo un attimo,
nel quale vibrano due destini
spinti a una vicinanza quasi invereconda…
È vicinanza senza intuizione,
vicinanza senza avventura,
vicinanza a tutto corpo,
vicinanza vicinanza…
Soltanto l’ebbrezza è ancora distacco…

XV SPIRITUS LENIS

Nel sentire piacere per la tentazione respinta,
taceva davanti alla sua verginità,
perché in ogni parola, anche nella parola
omessa dal sesso d’un uomo, c’è una ferita…
Solo un soffio d’intimità era tra loro,
soffio la cui delicatezza
era ancor più sottolineata dallo spazio
sfalciato crudamente dal cubismo della luna…

Come scaldava esser muto, intuire e adorare!
Anch’essa taceva
ed egli non dimenticò mai i suoi occhi.
Erano gli occhi della musica nella maschera mortuaria della gloria…

XVI

Come in sogno vagava nel bosco.
Il vento di settembre era ormai così colto
che soltanto sfogliava…
Ma quasi consacrata la sua mente non lasciava il musco stellato,
la felce dolcetta e la roccia e il capriuolo e la fonte —
e poi quasi il coro infantile dei colori,
che sfumava in primo piano:
tale era la grazia nel passaggio da uno all’altro…

Prostrato dalla gioia mormorava ammutolito:
E vogliono che io testimoni contro la bellezza,
allontani lo sconforto,
non mi dolga del peccato stroncato dalla morte,
e che attraverso la distruzione di tutto io giunga all’eroe!

XVII

Sempre quel non misurato, non contato,
ma sempre quel dono genetliaco
che il canto ha ricevuto per la festa:
Traurigkeit ward mir…

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata!

XVIII

Di nuovo si ode la sua voce,
voce di tremolo, come il cuore della luce
quando il cero ha paura,
voce di timore, umiltà e ardore,
voce che scusava questo mondo,
il mondo sempre accusato dietro le spalle di Dio…

Fu quella volta
quando lo ospitò santa Cecilia,
che più tardi, mentre lui suonava,
gli voltava i fogli dello spartito…

XIX

Le porte del ballo, murate dal plenilunio autunnale,
radunarono attorno a lui tutti gli uomini,
con la femminile conclusione di suppliche
affinché sonasse almeno le prime voci
per l’armonia di un agognato disincanto…
Ma egli aveva troppa pietà dei sopranisti evirati
per sostituirli col flauto alto
e pertanto disse: “Forse che non sentite come fuori il vento
legge il romanzo nero della vite canina?”

XX DOPO IL CONCERTO

È appena un attimo che Mozart
col flauto d’amore ha radunato tutti gli usignuoli del parco
sotto le finestre di Santa Maria in Puerpuerio —
e già sei più che abbandonato, già sei di nuovo solo…
Chi è abbandonato ha ancora il potere
di ricordare gli scomparsi…
Ma della solitudine (anche se di quella con occhi canini)
non sai mai se ti sarà fedele
almeno fino a quando finirà d’inghiottirti…

XXI

Quando è assente la donna amata
il buio in tutto folle si prende le sue gambe,
scivola in scarpine di ghiaccio
e incomincia la danza dal tuo letto
all’immensa sala dell’insonnia.

Le scarpine risuonano, girano, pestano, sfuriano
senza pietà, apertamente, sempre,
e stanno bene, certamente la danza è con un altro,
il tuo amore senza fede non fa che spingerle
dalla gelosia all’adulterio,
le ascolti per tutta la notte sempre più gelido —
ed esse si scioglieranno soltanto nel momento
del ritorno a te…

XXII

Diceva che la morte è la chiave
della vera felicità.
Nere chiavi, nere note, nere pause.

Ma davvero bianchi sono i globuli del sinforicarpo
sotto la lente d’ingrandimento del sole d’autunno …

Biliardo…

XXIII MOZART A KAMPA

Il parco piove in pioggia. I rami hanno già infilato le braccia
nella manica di nuda scorza e ora le ripiegano
suonando il pianoforte dell’aria.
Note, pause e chiavi!

In un’ora così tarda si stringe il cuore dalla paura,
sentendo sempre musica, non voce umana.
Ma quella voce dovrebbe comunque tacere,
e tacere nella lingua della festa

XXIV

Paura…
La sua paura dell’ora fiscale della morte.
Allora poi qui non c’è neppure
un semispazio col crocifisso in gesso,
salvo forse, da qualche parte, un cantuccio,
un’arpa a pedale col velo di ragnatele calato,
e il tracollo e il pianto…

È la fine di tutto? O deve ancora attendere
che a cura delle pietre sepolcrali
esca l’edizione litografata del suo Requiem?

XXV

Ma come un bevitore rovesciò la Alpi,
posando poi malfermo la bottiglia
sullo scricchiante gradino della paura della morte,
lui, così stretto a sé, che nel mezzo entrava
l’intera immortalità.
E davvero: in sua presenza
il coltello sotto la gola d’un agnello non potrebbe tagliare
e lo stagno in cui fusero i fonti battesimali
ritornerebbe alla forma sostanziale.

Che anche la gioia s’è stretta a lui nel mondo
e ha avuto bambini? Ah sì,
solo che quanto spesso e straziando
essa di nuovo agognava la libertà,
e quando distolse il cuore
prese una stessa lingua col diavolo,
che se ci tenta
striscia o si cela o porta zoccoli.

XXVI

Nel suo piccolo frac ha sorvolato torbida corrente d’uomini
come un uccello dei ghiacci, quell’alcione.
E amava ridere e piangere di gioia e di dolore,
poiché apparteneva a tutto il paradiso ma solo a una parte della terra,
solo ad alcune gioie ma a tutte le tragedie.

Per le une e le altre, era un angelo incognito.
Ma non se lo confessava.

XXVII LA BELLE DAME SANS MERCI

Chi ti ha deriso? —
“Non ricordo più.”
Chi ti ha gridato? —
“Non rammento.”
Chi ha domandato di te?
“Se lo sapessi.”
Chi ti ha parlato? —
“Non ne ho idea.”
Chi ti ha mormorato? —
“È difficile dire.”
Chi ha taciuto con te? —
“Lei!”

XXVIII BELLA MIA FIAMMA, ADDIO!

Come si snoda crudele il laccio della corda che si spezza
mentre il tarlo scava nel violino dell’insonnia!
Tutte le preghiere di aiuto,
gli amici e perfino i nemici
sono usciti per una porta segreta.
Già da tempo è andata via anche quella fanciulla
che con un mazzo di fiori aveva detto:

“Signore, e mio signore serenissimo,
ne vorreste?
Ma ho soltanto rose nere!”

Il punto più vulnerabile del cuore
è insieme il punto più profondo dell’anima,
dove come genio siete solo, misero Mozart!

XXIX 

Il corpo in una tela iuta, che hanno tinto col nerofumo.
Il ventre vuoto per i secoli. Non dormirai fino al pane.
Sincero scricchiolio del feretro. Funerale di ultima classe.
Il vento tira pioggia e amicizia senza tregua.
Un becchino. Vano nel senso di non socievole.
La sua tasca. Una bottiglia di acquavite portata al lavoro.
Consenso alla vita…

XXX BERTRAMKA

No, qui non occorre
turarsi le orecchie con una cascata alpina.
Qui solo il silenzio
sfoglia l’album delle silhouettes,
rare volte disturbato perché guardi fuori e osservi
gli anelli della pioggia sotto la gronda d’un accordo in maggiore…
Oltre al silenzio, sono qui altri due.
Per giungere, il fantasma deve andare a se stesso.

Ma il genio è presenza che non cessa.

Vladimír Holan

(Traduzione di Sergio Corduas)

“Mozartiana, II”, (1952-1954), pubblicata in “In forma di parole, I”, Elitropia, 1980

Notte Fedele e Virtuosa – Louise Glück

Louise Glück

 

La mia storia inizia in modo assai semplice: potevo parlare ed ero felice.
O: potevo parlare, quindi ero felice.
Oppure: ero felice, quindi parlavo.
Ero come una luce brillante che attraversa una stanza buia.

Se è così difficile iniziare, immagina cosa sarà finire –
Sul mio letto, lenzuola stampate con barche a vela colorate
suscitavano, simultaneamente, visioni di avventura (sotto forma di esplorazione)
e sensazioni di dolce dondolio, come di una culla.

Primavera, e le tende svolazzano.
Le brezze entrano nella stanza, portando i primi insetti.
Un ronzio come il suono delle preghiere.

Memorie
costitutive di una memoria vasta.
Punti di chiarezza in una nebbia, visibili a intermittenza,
come un faro il cui unico compito
è emettere un segnale.

Ma qual è veramente il messaggio del faro?
Questo è il nord, dice.
No: sono il tuo porto sicuro.

Con suo grande fastidio, ho condiviso questa stanza con mio fratello maggiore.
Per punirmi di esistere, mi ha tenuto sveglia, leggendo
storie di avventura alla luce gialla della lampada notturna.

Le abitudini di molto tempo fa: mio fratello dalla sua parte del letto,
sottomesso ma volontariamente,
la sua testa illuminata china sulle mani, il viso oscurato –

Nel momento di cui parlo,
mio fratello stava leggendo un libro che ha chiamato
La notte fedele e virtuosa.
Era la notte in cui lui leggeva, e io giacevo sveglia?
No – era una notte di molto tempo fa, un lago di oscurità in cui
apparve una pietra e dalla pietra
emergeva una spada.

Le impressioni andavano e venivano nella mia testa,
un debole ronzio, come insetti.
Quando non osservavo mio fratello, mi sdraiavo nel lettino che condividevamo
fissando il soffitto, – mai
la parte della stanza da me preferita. Mi ha ricordata
quello che non potevo vedere, il cielo ovviamente, ma più dolorosamente
i miei genitori seduti sulle nuvole bianche nei loro completi da viaggio bianchi.

Eppure anch’io viaggiavo
in questo caso impercettibilmente
da quella notte al mattino successivo,
e anch’io indossavo un abbigliamento speciale:
pigiama a righe.

Immagina se vuoi un giorno di primavera.
Una giornata innocua: il mio compleanno.
Al piano di sotto, tre regali sul tavolo della colazione.

In una scatola, fazzoletti stirati con monogramma.
Nella seconda scatola, matite colorate disposte
in tre file, come una fotografia scolastica.
Nell’ultima scatola, un libro intitolato La mia prima lettura.

Mia zia ha ripiegato la carta da regalo stampata;
i nastri venivano arrotolati in matasse ordinate.
Mio fratello mi ha consegnato una tavoletta di cioccolato
avvolta in carta argentata.

Poi, all’improvviso, ero sola.

Forse l’occupazione di una bambina molto piccola
è osservare e ascoltare:

In quel senso, tutti erano occupati –
Ho ascoltato i vari suoni degli uccelli che sfamavamo,
lo schiudersi delle tribù di insetti, i piccoli
che strisciano lungo il davanzale della finestra e in alto
la macchina da cucire di mia zia che trapana
buchi in una pila di vestiti –

Irrequieta, sei irrequieta?
Stai aspettando che il giorno finisca, che tuo fratello torni al suo libro?
Perché la notte ritorni, fedele, virtuosa,
a riparare, in breve, lo scisma tra
te e i tuoi genitori?

Questo, ovviamente, non è avvenuto subito.
Intanto, c’era il mio compleanno;
in qualche modo l’inizio luminoso divenne
l’interminabile punto centrale.

Mite per fine aprile. Gonfie
nuvole in alto, fluttuanti tra i meli.
Presi La mia prima lettura, che sembrava essere
una storia di due bambini: non riuscivo a leggere le parole.

A pagina tre apparve un cane.
A pagina cinque c’era una palla: uno dei bambini
la lanciò più in alto di quanto sembrasse possibile, dopodiché
il cane fluttuò nel cielo incontro alla palla.
Questa sembrava essere la storia.

Ho girato le pagine. Quando ho finito
ho ripreso a girare, quindi la storia ha assunto una forma circolare,
come lo zodiaco. Mi ha fatto girare la testa. La palla gialla

sembrava epicena, ugualmente
a suo agio nella mano del bambino e nella bocca del cane –

Sotto di me, mani che mi sollevavano.
Potevano essere le mani di chiunque,
un uomo, una donna.
Lacrime che cadono sulla mia pelle scoperta. Di chi sono le lacrime?
O eravamo fuori sotto la pioggia, in attesa che arrivasse la macchina?

La giornata era diventata instabile.
Squarci apparivano nell’ampio blu, o
più precisamente, improvvise nuvole nere
s’imposero sullo sfondo azzurro.

Da qualche parte, nel lontano passato,
mia madre e mio padre
stavano intraprendendo il loro ultimo viaggio,
mia madre bacia affettuosamente la neonata, mio padre
lanciando mio fratello in aria.

Mi sono seduta vicino alla finestra, alternando
la mia prima lezione di lettura con
uno sguardo al passare del tempo, la mia introduzione a
filosofia e religione.

Forse ho dormito. Quando mi sono svegliata
il cielo era mutato. Stava cadendo una leggera pioggia,
rendendo tutto molto fresco e nuovo –

Ho continuato a fissare
gl’incontri frenetici del cane
con la palla gialla, un oggetto
che presto sarebbe stato sostituito
da un altro oggetto, forse un peluche –

E poi all’improvviso si fece sera.
Ho sentito la voce di mio fratello
che chiamava per dire che era a casa.

Come sembrava vecchio, più vecchio di questa mattina.
Posò i suoi libri accanto al portaombrelli
e andò a lavarsi la faccia.
I polsini della sua uniforme scolastica
penzolavano sotto le ginocchia.

Non hai idea di quanto sia scioccante
per una bambina se
qualcosa di continuo si ferma.

In questo caso i suoni della stanza del cucito,
come un trapano, ma molto lontano –

Svanito. Il silenzio era ovunque.
E poi, nel silenzio, passi che risuonano.
E poi eravamo tutti insieme, mia zia e mio fratello.

Poi fu preparato il tè.
Al mio posto, una fetta di torta allo zenzero
e al centro della fetta,
una candela, da accendere più tardi.
Quanto sei tranquilla, disse mia zia.

Era vero –
i suoni non uscivano dalla mia bocca. Eppure
erano nella mia testa, espressi, forse,
come qualcosa di meno esatto, pensato forse,
anche se a quel tempo mi sembravano ancora suoni.

C’era qualcosa là dove non c’era stato niente.
O dovrei dire, non c’era niente
ma era stato contaminato da domande –

Le domande mi circondarono la testa; avevano una qualità
di essere organizzate in qualche modo, come i pianeti –

Fuori stava calando la notte. Era quella
la notte perduta, coperta di stelle, schizzata di luna,
come una sostanza chimica che conserva
tutto quel che è immerso in essa?

Mia zia aveva acceso la candela.

L’oscurità aveva invaso la terra
e sul mare galleggiava la notte
legata a una tavola di legno –

Se avessi potuto parlare, cosa avrei detto?
Penso che avrei voluto dire
addio, perché in un certo senso
era un addio –

Ebbene, cosa potevo fare? Non ero
più una bambina.

Ho trovato confortante l’oscurità.
Potevo vedere, vagamente, il blu e il giallo
barche a vela sulla federa.

Ero sola con mio fratello;
siamo sdraiati al buio, respirando insieme,
l’intimità più profonda.

Mi era venuto in mente che tutti gli esseri umani sono divisi
in coloro che desiderano andare avanti
e quelli che vogliono tornare indietro.
Oppure si potrebbe dire, quelli che desiderano continuare a muoversi
e quelli che vogliono essere fermati sulle loro tracce
come dalla spada fiammeggiante.

Mio fratello mi prese la mano.
Presto anche questo sarebbe volato via
anche se forse, nella mente di mio fratello,
sarebbe sopravvissuto diventando immaginario –

Avendo finalmente iniziato, come fermarsi?
Suppongo che posso semplicemente aspettare di essere interrotta
come nel caso dei miei genitori da un grande albero –
la zattera, per così dire, sarà passata
per l’ultima volta tra le montagne.
Qualcosa, dicono, come addormentarsi,
cosa che mi accingo a fare.

Il giorno dopo potei parlare di nuovo.
Mia zia era felicissima –
sembrava che la mia felicità fosse
passata in lei, ma allora
ne aveva più bisogno, aveva due figli da crescere.

Ero soddisfatta del mio rimuginare.
Ho passato le mie giornate con le matite colorate
(Ho esaurito presto i colori più scuri)
anche se quello che ho visto, come ho detto a mia zia,
era meno un resoconto fattuale del mondo
che una visione della sua trasformazione
susseguente al passaggio attraverso il vuoto di me stessa.

Qualcosa, ho detto, come il mondo in primavera.

Quando non ero preoccupata per il mondo
disegnavo la figura di mia madre
per cui mia zia ha posato,
reggendo, su mia richiesta,
un ramoscello di sicomoro.

Quanto al mistero del mio silenzio:
sono rimasta perplessa
meno per la scomparsa della mia anima che
per il suo ritorno, poiché è tornata a mani vuote –

Quanto è profonda questa anima,
come una bambina in un grande magazzino,
che cerca sua madre –

Forse è come un subacqueo
con aria nel serbatoio sufficiente soltanto
ad esplorare le profondità per qualche minuto o giù di lì, –
poi i polmoni lo rimandano indietro.

Ma qualcosa, ne ero sicura, si opponeva ai polmoni,
forse un desiderio di morte
(Uso la parola anima come compromesso).

Ovviamente, in un certo senso non ero a mani vuote:
Avevo le mie matite colorate.
In un altro senso, questo è il mio punto:
avevo accettato dei sostituti.

È stato difficile usare i colori vivaci,
quelli rimasti, anche se mia zia li preferiva ovviamente –
pensava che tutti i bambini dovessero essere spensierati.

E così il tempo è passato: sono diventata
giovane come mio fratello, poi
una persona.

Penso che qui ti lascerò. Così sembra
che non ci sia un finale perfetto.
In effetti, ci sono infiniti finali.
O forse, una volta che si inizia,
ci sono solo finali.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Faithful and Virtuous Night

My story begins very simply: I could speak and I was happy.
Or: I could speak, thus I was happy.
Or: I was happy, thus speaking.
I was like a bright light passing through a dark room.

If it is so difficult to begin, imagine what it will be to end—
On my bed, sheets printed with colored sailboats
conveying, simultaneously, visions of adventure (in the form of exploration)
and sensations of gentle rocking, as of a cradle.

Spring, and the curtains flutter.
Breezes enter the room, bringing the first insects.
A sound of buzzing like the sound of prayers.

Constituent
memories of a large memory.
Points of clarity in a mist, intermittently visible,
like a lighthouse whose one task
is to emit a signal.

But what really is the point of the lighthouse?
This is north, it says.
Not: I am your safe harbor.

Much to his annoyance, I shared this room with my older brother.
To punish me for existing, he kept me awake, reading
adventure stories by the yellow nightlight.

The habits of long ago: my brother on his side of the bed,
subdued but voluntarily so,
his bright head bent over his hands, his face obscured—

At the time of which I’m speaking,
my brother was reading a book he called
the faithful and virtuous night.
Was this the night in which he read, in which I lay awake?
No—it was a night long ago, a lake of darkness in which
a stone appeared, and on the stone
a sword growing.

Impressions came and went in my head,
a faint buzz, like the insects.
When not observing my brother, I lay in the small bed we shared
staring at the ceiling—never
my favorite part of the room. It reminded me
of what I couldn’t see, the sky obviously, but more painfully
my parents sitting on the white clouds in their white travel outfits.

And yet I too was traveling,
in this case imperceptibly
from that night to the next morning,
and I too had a special outfit:
striped pyjamas.

Picture if you will a day in spring.
A harmless day: my birthday.
Downstairs, three gifts on the breakfast table.

In one box, pressed handkerchiefs with a monogram.
In the second box, colored pencils arranged
in three rows, like a school photograph.
In the last box, a book called My First Reader.

My aunt folded the printed wrapping paper;
the ribbons were rolled into neat balls.
My brother handed me a bar of chocolate
wrapped in silver paper.

Then, suddenly, I was alone.

Perhaps the occupation of a very young child
is to observe and listen:

In that sense, everyone was occupied—
I listened to the various sounds of the birds we fed,
the tribes of insects hatching, the small ones
creeping along the windowsill, and overhead
my aunt’s sewing machine drilling
holes in a pile of dresses—

Restless, are you restless?
Are you waiting for day to end, for your brother to return to his book?
For night to return, faithful, virtuous,
repairing, briefly, the schism between
you and your parents?

This did not, of course, happen immediately.
Meanwhile, there was my birthday;
somehow the luminous outset became
the interminable middle.

Mild for late April. Puffy
clouds overhead, floating among the apple trees.
I picked up My First Reader, which appeared to be
a story about two children—I could not read the words.

On page three, a dog appeared.
On page five, there was a ball—one of the children
threw it higher than seemed possible, whereupon
the dog floated into the sky to join the ball.
That seemed to be the story.

I turned the pages. When I was finished
I resumed turning, so the story took on a circular shape,
like the zodiac. It made me dizzy. The yellow ball

seemed promiscuous, equally
at home in the child’s hand and the dog’s mouth—

Hands underneath me, lifting me.
They could have been anyone’s hands,
a man’s, a woman’s.
Tears falling on my exposed skin. Whose tears?
Or were we out in the rain, waiting for the car to come?

The day had become unstable.
Fissures appeared in the broad blue, or,
more precisely, sudden black clouds
imposed themselves on the azure background.

Somewhere, in the far backward reaches of time,
my mother and father
were embarking on their last journey,
my mother fondly kissing the new baby, my father
throwing my brother into the air.

I sat by the window, alternating
my first lesson in reading with
watching time pass, my introduction to
philosophy and religion.

Perhaps I slept. When I woke
the sky had changed. A light rain was falling,
making everything very fresh and new—

I continued staring
at the dog’s frantic reunions
with the yellow ball, an object
soon to be replaced
by another object, perhaps a soft toy—

And then suddenly evening had come.
I heard my brother’s voice
calling to say he was home.

How old he seemed, older than this morning.
He set his books beside the umbrella stand
and went to wash his face.
The cuffs of his school uniform
dangled below his knees.

You have no idea how shocking it is
to a small child when
something continuous stops.

The sounds, in this case, of the sewing rroom,
like a drill, but very far away—

Vanished. Silence was everywhere.
And then, in the silence, footsteps.
And then we were all together, my aunt and my brother.

Then tea was set out.
At my place, a slice of ginger cake
and at the center of the slice,
one candle, to be lit later.
How quiet you are, my aunt said.

It was true—
sounds weren’t coming out of my mouth. And yet
they were in my head, expressed, possibly,
as something less exact, thought perhaps,
though at the time they still seemed like sounds to me.

Something was there where there had been nothing.
Or should I say, nothing was there
but it had been defiled by questions—

Questions circled my head; they had a quality
of being organized in some way, like planets—

Outside, night was falling. Was this
that lost night, star-covered, moonlight-spattered,
like some chemical preserving
everything immersed in it?

My aunt had lit the candle.

Darkness overswept the land
and on the sea the night floated
strapped to a slab of wood—

If I could speak, what would I have said?
I think I would have said
goodbye, because in some sense
it was goodbye—

Well, what could I do? I wasn’t
a baby anymore.

I found the darkness comforting.
I could see, dimly, the blue and yellow
sailboats on the pillowcase.

I was alone with my brother;
we lay in the dark, breathing together,
the deepest intimacy.

It had occurred to me that all human beings are divided
into those who wish to move forward
and those who wish to go back.
Or you could say, those who wish to keep moving
and those who want to be stopped in their tracks
as by the blazing sword.

My brother took my hand.
Soon it too would be floating away
though perhaps, in my brother’s mind,
it would survive by becoming imaginary—

Having finally begun, how does one stop?
I suppose I can simply wait to be interrupted
as in my parents’ case by a large tree—
the barge, so to speak, will have passed
for the last time between the mountains.
Something, they say, like falling asleep,
which I proceeded to do.

The next day, I could speak again.
My aunt was overjoyed—
it seemed my happiness had been
passed on to her, but then
she needed it more, she had two children to raise.

I was content with my brooding.
I spent my days with the colored pencils
(I soon used up the darker colors)
though what I saw, as I told my aunt,
was less a factual account of the world
than a vision of its transformation
subsequent to passage through the void of myself.

Something, I said, like the world in spring.

When not preoccupied with the world
I drew pictures of my mother
for which my aunt posed,
holding, at my request,
a twig from a sycamore.

As to the mystery of my silence:
I remained puzzled
less by my soul’s retreat than
by its return, since it returned empty-handed—

How deep it goes, this soul,
like a child in a department store,
seeking its mother—

Perhaps it is like a diver
with only enough air in his tank
to explore the depths for a few minutes or so—
then the lungs send him back.

But something, I was sure, opposed the lungs,
possibly a death wish—
(I use the word soul as a compromise).

Of course, in a certain sense I was not empty-handed:
I had my colored pencils.
In another sense, that is my point:
I had accepted substitutes.

It was challenging to use the bright colors,
the ones left, though my aunt preferred them of course—
she thought all children should be lighthearted.

And so time passed: I became
a boy like my brother, later
a man.

I think here I will leave you. It has come to seem
there is no perfect ending.
Indeed, there are infinite endings.
Or perhaps, once one begins,
there are only endings.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

«S’aggronda, ma non piovono» – Mario Luzi

Brett Weston, Untitled, 1951

 

S’aggronda, ma non piovono
ancora, non sfibrano la notte
e l’alba, non cantano sugli embrici,
non gorgogliano in docce
e vasi, non si strozzano agli imbocchi
di fossi e di cunicoli, non scendono
al seme, non conturbano
l’anno nel suo cuore,
                                       restano
in aria, indecise, le lunghissime
diluvianti piogge e le acquate repentine
della fertilità,
                         le aspettano
erbe ancora grame
alberi, sempreverdi,
tronchi, rimasugli
stecchiti delle passate ramature.
Le aspettano – le aspettiamo,
morti, per la resurrezione.
Ogni anno, ogni ora, ogni momento.

Mario Luzi

da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, Garzanti Editore, 1994